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isola di Kharg Trump

Geopolitica

Kharg, il tallone d’Achille dell’Iran: l’isola del petrolio può decidere le sorti del conflitto. Trump la vuole dal 1988

Il terminal petrolifero da cui parte il 90% del greggio iraniano è diventato il centro della strategia americana. La Casa Bianca valuta se conquistarla per piegare il regime senza invadere il Paese. «Entrerei e la prenderei», dice da tempo il tycoon

Esteri - di Alice Carrazza - 11 Marzo 2026 alle 11:26

«Un solo proiettile sparato contro uno dei nostri uomini o delle nostre navi, e farei a pezzi I’d do a number on l’isola di Kharg. Entrerei e la prenderei». La frase Donald Trump la pronunciò nel 1988 durante un’intervista al The Guardian. All’epoca era “solo” un magnate immobiliare di New York. Oggi quella minaccia torna al centro del conflitto con l’Iran, mentre Washington valuta se colpire il punto più delicato dell’economia della Repubblica islamica.

L’isola chiave del regime

Nel Golfo Persico c’è un’isola di appena venti chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dalla costa iraniana. Si chiama Kharg. Da lì passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere del Paese. Il greggio arriva tramite oleodotti dalla terraferma e viene caricato su petroliere dirette soprattutto verso l’Asia. Senza quel terminale, Teheran perderebbe quasi immediatamente la principale fonte di entrate.

Nonostante la campagna di bombardamenti statunitensi e israeliani contro basi militari, depositi di carburante e infrastrutture iraniane, Kharg è rimasta intatta. La scelta è deliberata. Distruggerla significherebbe bloccare per anni le esportazioni iraniane, con effetti pesanti sui mercati energetici globali. Ma conquistarla cambierebbe gli equilibri della guerra.

Il generale David Petraeus, ex comandante delle forze americane in Iraq e già direttore della Cia, sostiene che l’ipotesi sia ormai concreta. Anche al Pentagono circola la stessa valutazione: molte difese iraniane sarebbero state spostate altrove e l’isola potrebbe essere relativamente sguarnita. Il problema è operativo. Per prenderla servirebbe un’azione anfibia: elicotteri, sbarchi sulla costa e copertura navale. Un’operazione limitata sul piano geografico, ma complessa da organizzare.

Il nodo dell’uranio

Il dilemma di Kharg si intreccia con quello dei siti nucleari iraniani. Washington vuole impedire che l’uranio arricchito cada nelle mani sbagliate, ma non è chiaro dove sia conservato. Le ipotesi portano ai bunker sotterranei di Isfahan o ai centri di Fordow e Natanz. Strutture interrate e fortificate. Distruggerle potrebbe disperdere materiale radioattivo. Recuperarlo richiederebbe squadre specializzate.

Il rischio di un’operazione mal calcolata pesa nelle decisioni della Casa Bianca.

Un’idea vecchia di decenni

L’idea di occupare Kharg non è nuova. Durante la crisi degli ostaggi del 1979 anche l’amministrazione di Jimmy Carter, presidente democratico, prese in considerazione l’ipotesi di conquistare l’isola per “strangolare” economicamente il nuovo regime iraniano. Il piano venne accantonato. Carter scelse invece il tentativo di liberare direttamente i 52 diplomatici statunitensi sequestrati a Teheran. Il raid del 1980 finì in un disastro nel deserto iraniano, quando gli elicotteri delle forze speciali si schiantarono durante una tempesta di sabbia. Un fallimento sì, ma gli americani ne tirarono fuori un bel film…

Ma non è tutto. Kharg fu teatro di un altro episodio umiliante per Washington. Era il 2016, quando dieci Marines finirono arrestati dopo essere entrati per errore nelle acque vicino l’isola. La televisione di Stato mostrò le immagini dei militari in ginocchio. I Pasdaran parlarono perfino di costruire una statua sull’isola per ricordare la cattura. Donald Trump attaccò Barack Obama, accusandolo di aver tollerato una «mancanza di rispetto» da parte di Teheran. Oggi, il tycoon non ha intenzione di portare a casa un’altra sconfitta.

I quattro scenari della guerra

Secondo analisti e funzionari americani intervistati dal The Telegraph, la guerra può chiudersi in quattro modi. Il primo è un cambio di regime a Teheran… ipotesi al momento fuori dai giochi. Il secondo una trasformazione del sistema politico, simile al modello venezuelano… complessa visto che la Repubblica degli ayatollah si prepara a difendersi da vent’anni.  Il terzo, non a caso, passa proprio da Kharg. Se gli Stati Uniti prendessero il controllo dell’isola, l’Iran perderebbe gran parte delle entrate petrolifere. Senza quei fondi il governo faticherebbe a pagare stipendi a militari e dipendenti pubblici. In questo scenario il regime potrebbe resistere poche settimane prima di negoziare. L’ultimo esito è altamente instabile: il collasso dello Stato iraniano, con una frammentazione simile a quella vista in Siria.

Ma perché la terza è l’ipotesi più  plausibile? Le difese a Kharg si basano soprattutto su vecchi sistemi terra‑aria e batterie antinave costiere. Apparati che potrebbero essere neutralizzati in tempi brevi da un’operazione congiunta Usa‑Israele. La marina iraniana ha inoltre subito duri colpi: dall’inizio del conflitto sarebbero state distrutte almeno trenta unità. La paura di una rivolta curda a Ovest ha costretto l’IRGC  a spostare uomini e mezzi lontano dal mare. «L’isola è meno della metà di Manhattan è abbastanza isolata da permettere ai cacciatorpediniere statunitensi e ai sistemi di difesa aerea ravvicinata di stabilire un perimetro difensivo credibile al largo», osserva Ian Bremmer, noto analista di rischio politico e fondatore di GZERO Media.  

Una guerra sempre più costosa

Nel frattempo il conflitto continua a bruciare risorse. Secondo le stime circolate a Washington, ogni giorno di operazioni costa quasi un miliardo di dollari. Nei primi undici giorni la spesa si avvicinava già agli undici miliardi. La voce che pesa di più riguarda l’intercettazione di missili e droni iraniani, spesso economici ma numerosi.

The Donald non ha ancora deciso se autorizzare un’operazione terrestre. Ma nel Golfo Persico, tra petroliere ferme e flotte militari in movimento, Kharg resta il punto più osservato della mappa. Ma la scelta potrebbe essere a giorni.

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