L'intervista
«Ironia, organizzazione e auto-difesa (col sorriso): l’egemonia sul web s’è destra». Parlano i social manager di FdI
Alberto Di Benedetto e Marina Improta raccontano i segreti del successo social di FdI ma anche dei progetti corsari come il fenomeno “Siete dei poveri comunisti”
«Non esistono strategie segrete né regie oscure, ma una squadra di professionisti e un lavoro che non si ferma mai». Alberto Di Benedetto e Marina Improta, rispettivamente responsabile della comunicazione social e social media strategy di Fratelli d’Italia, autori del saggio La battaglia social. I segreti della comunicazione digitale di Fratelli d’Italia (Giubilei Regnani), non hanno dubbi: «Le chiavi del nostro successo sono il Presidente Giorgia Meloni e la crescita di Fratelli d’Italia».
Quando avete iniziato a lavorare in team vi aspettavate una crescita così repentina?
«La crescita è stata la conseguenza di una cosa molto semplice: abbiamo iniziato a lavorare in modo strutturato, con una visione chiara e ruoli definiti. Ma il vero salto di qualità non è stato solo nei numeri, ma anche nella capacità di reggere la pressione, restare lucidi nei momenti complessi e mantenere una linea coerente anche sotto attacco».
Come nascono le pagine meno istituzionali di “Atreju” e di “Siete dei poveri comunisti”?
«Le pagine di Atreju esistevano già, ma fino a qualche anno fa si attivavano quasi esclusivamente a ridosso dell’evento. A un certo punto abbiamo capito che gli utenti ci stavano chiedendo qualcosa di diverso. Volevano che Atreju fosse presente tutto l’anno. Che continuasse a parlare, a provocare, a creare comunità anche quando le luci della manifestazione erano spente. È stato quello l’interruttore: la consapevolezza che una manifestazione potesse diventare un racconto continuo, non limitato a pochi giorni. “Siete dei poveri comunisti” è un progetto autonomo. Non è collegato all’attività ufficiale di Fratelli d’Italia, ma nasce dalla necessità di presidiare uno spazio digitale che a lungo è stato egemonizzato da altre narrazioni e di offrire un luogo di confronto virtuale in cui l’elettorato di destra potesse riconoscersi».
Un esperimento interessante è Radio Atreju. Perché e come è nata?
«Radio Atreju, il primo podcast di un partito politico, nasce non da un piano perfettamente disegnato, ma da un’intuizione, da una scommessa e dalla disponibilità di ospiti che hanno scelto di mettersi in gioco fin dall’inizio. Anche il podcast riflette lo stesso spirito di Atreju: è uno spazio aperto al confronto, che ospita esponenti di altri partiti e voci diverse. Non è un luogo autoreferenziale, ma un contesto in cui le idee vengono messe alla prova, discusse, persino contraddette. Ci ha permesso di compiere un ulteriore passo avanti: diventare autori del contenuto, non più soltanto interpreti o amplificatori del dibattito».
Quali sono le campagne social più riuscite?
«Le campagne più riuscite sono senza dubbio quelle tematiche, pensate per staccarsi dalla contingenza politica. Non commentano una notizia, non rincorrono una polemica parlamentare, ma si inseriscono in momenti riconoscibili da tutti e sfruttano occasioni condivise per veicolare messaggi politici. Un esempio è il “Manuale di sopravvivenza alla vigilia con parenti di sinistra” che offre agli utenti uno strumento ironico di “auto-difesa” rispetto alle critiche e agli attacchi politici che spesso emergono in contesti familiare durante le festività natalizie».
Come state affrontando la sfida della tornata referendaria?
«La nostra campagna comunicativa si focalizza sui tre pilastri della riforma: la separazione delle carriere, il sorteggio e l’Alta corte disciplinare. Sono i punti centrali del referendum e quelli maggiormente percepiti e sentiti dall’opinione pubblica. Parallelamente, la magistratura politicizzata, mettendo in evidenza la necessità di una giustizia davvero terza e imparziale e meno influenzata da logiche correntizie o di appartenenza. A questo si aggiunge il tema degli errori giudiziari e della magistratura percepita come una “casta”, un aspetto che riteniamo importante portare all’attenzione del dibattito pubblico. Sottolineiamo inoltre che questa riforma non è sostenuta solo da una parte politica: trova consenso anche a sinistra e in una parte della magistratura spesso meno esposta mediaticamente. In questo contesto abbiamo risposto in modo diretto alle dichiarazioni di Nicola Gratteri, che aveva affermato che chi vota SI sarebbe un “poco di buono”, ribadendo che il voto favorevole rappresenta una scelta legittima e consapevole di riforma del sistema. Tutta la campagna è accompagnata da un messaggio chiaro e diretto: “Se vuoi riformarla, se vuoi cambiarla, vota SÌ.” Il “SÌ”, graficamente grande è il nostro elemento distintivo e ricorre in tutti i materiali – grafici e video – legati al referendum».