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Iran, costi economici e politici della guerra al momento penalizzano più Usa e Israele

Spese di guerra

Iran, strategia di logoramento e asimmetrie: Teheran lancia missili a “basso costo” e l’Occidente si dissangua per intercettarli

Esteri - di Candela Sol Silva - 4 Marzo 2026 alle 17:33

L’Iran spende molto meno per attaccare di quanto Israele e gli Stati Uniti spendano per difendersi. Questa è l’asimmetria fondamentale del conflitto. Ed è anche il motivo per cui, se la guerra tra Washington, Tel Aviv e Teheran dovesse prolungarsi, il peso finanziario potrebbe spostarsi pericolosamente a sfavore di chi intercetta, non di chi lancia i missili.

Spese di guerra, l’Iran lancia l’offensiva della strategia di logoramento

Il precedente più chiaro è lo scontro diretto del giugno 2025, durato dodici giorni. In quel periodo, la spesa stimata dell’Iran per missili e droni lanciati contro Israele e basi statunitensi è stata di circa 1,1 miliardi di dollari, secondo la stima più prudente pubblicata dal Jewish Institute for National Security of America, basata sul numero minimo confermato di lanci e su costi unitari prudenziali. Dall’altra parte, la stessa analisi colloca il costo complessivo degli intercettori utilizzati da Stati Uniti e Israele tra 1,48 e 1,58 miliardi di dollari in appena dodici giorni. E questa cifra riguarda esclusivamente i missili difensivi lanciati per neutralizzare le minacce in arrivo.

L’Iran spara e spende meno di chi deve intercettare i suoi missili

Ma questo numero è solo il punto di partenza. Nello stesso periodo di dodici giorni, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa il 25% degli intercettori Thaad dispiegati nella regione: oltre 150 intercettori con un costo stimato tra i 12 e i 15 milioni di dollari ciascuno, secondo quanto riportato da Cnn. Ciò implica miliardi di dollari aggiuntivi in munizioni strategiche consumate in meno di due settimane e un vuoto significativo negli inventari. Ma il problema non riguarda solo la spesa, ma anche il tempo. La produzione annuale di intercettori Thaad si misura in decine, non in centinaia. Ai ritmi attuali, la ricostituzione completa delle scorte potrebbe richiedere tra tre e otto anni.

Anche Israele avrebbe ridotto in modo significativo il proprio stock di intercettori Arrow. Parallelamente, l’Iran mantiene una capacità più flessibile di ricostruzione del proprio arsenale, sostenuta dalla produzione interna e dall’accesso a componenti a duplice uso provenienti da reti commerciali in cui la Cina svolge un ruolo rilevante, oltre a una cooperazione militare crescente con la Russia. Gli 1,5 miliardi spesi per gli intercettori non includono neppure il resto dell’impatto.

Iran-Usa-Israele, tra asimmetrie in corso e tecniche economico-militari in atto

In Israele, i danni materiali diretti sono stati stimati tra 1,5 e 3 miliardi di dollari solo in danni alle proprietà, secondo dati citati da Bloomberg e dall’Autorità fiscale israeliana. A questo si aggiungono l’interruzione dell’attività economica, la paralisi parziale di diversi settori e l’impatto su investimenti e consumi. Le stime indicano che il costo giornaliero della guerra per Israele si aggira intorno a 725 milioni di dollari, combinando operazioni offensive e difensive. In dodici giorni, il costo militare diretto israeliano avrebbe raggiunto tra i 5 e i 6 miliardi di dollari, senza considerare pienamente i danni economici indiretti.

L’asimmetria diventa ancora più evidente con un confronto diretto. Consideriamo uno scenario conservativo: un tipico missile balistico iraniano come uno Shahab-3 o un Ghadr-110 potrebbe costare circa 1 milione di dollari per unità. Per intercettarlo, una batteria Patriot può lanciare due intercettori, ciascuno con un costo approssimativo di 4 milioni di dollari. Solo in missili difensivi, la risposta può arrivare a 8 milioni. Il rapporto è chiaro: 1 a 8. Per ogni dollaro investito dall’attaccante, il difensore può essere costretto a spenderne otto.

L’incognita dei protocolli declinata ai lanci quotidiani

E questo è lo scenario di base. In situazioni di saturazione o di intercettazione incerta, i protocolli possono richiedere più lanci. Esistono casi documentati in cui sono stati utilizzati diversi intercettori contro un singolo obiettivo. Se in uno scenario estremo venissero lanciati fino a undici intercettori Patriot contro un solo missile, il costo potrebbe salire fino a circa 44 milioni di dollari contro un proiettile offensivo costato una frazione di quella cifra. In quel caso, il rapporto potrebbe avvicinarsi a 1 a 40 o persino superarlo.

La logica sui droni

La logica diventa ancora più brutale nel caso dei droni. I droni Shahed iraniani, il cui costo di produzione stimato varia tra 20.000 e 50.000 dollari per unità, rappresentano una frazione minima rispetto ai sistemi che mettono a rischio. Un drone che costa poche decine di migliaia di dollari, contrapposto ad asset strategici del valore di centinaia o migliaia di milioni, costringe ad attivare difese che moltiplicano in modo sproporzionato la spesa.

Il modello iraniano non ha bisogno di superiorità tecnologica per essere efficace. Gli basta sostenere una dinamica di logoramento in cui ogni attacco relativamente economico costringa l’avversario a una risposta molto più costosa. Non si tratta di vincere in termini di capacità militare assoluta, ma di erodere gradualmente il rapporto costo-beneficio del nemico.

Conflitto Usa-Israele-Iran: dal costo economico a quello politico

Oltre al costo economico, poi, esiste anche un costo politico potenzialmente devastante. L’Iran, in quanto regime autoritario privo di elezioni realmente competitive, non rischia il giudizio delle urne se la guerra si prolunga. Non ci sono elettori che possano punire la leadership per il peso finanziario del conflitto. Trump, invece, si trova in una posizione molto più fragile. Con le elezioni di midterm di ottobre in avvicinamento. Una guerra prolungata che comporti miliardi di dollari aggiuntivi di spesa. E, eventualmente, vittime statunitensi, potrebbe trasformarsi in un fattore di destabilizzazione interna. In un Congresso fortemente polarizzato, un conflitto lungo e costoso potrebbe tradursi in indagini aggressive. Blocchi politici. E un’erosione diretta del suo potere.

Anche Netanyahu non è immune a questo rischio. Con una situazione politica interna già sotto pressione, una guerra lunga e economicamente pesante potrebbe aumentare la sua vulnerabilità e accelerare il costo politico personale. La domanda centrale, allora, non è più soltanto quanti missili l’Iran sia in grado di lanciare. Ma quanti l’Occidente possa continuare a intercettare senza che il costo accumulato finisca per compromettere la propria stabilità economica, industriale e politica.

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