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Giustizia, politica e Csm: spunta una strana coincidenza nel processo “infinito” contro Mario Landolfi

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Giustizia, politica e Csm: spunta una strana coincidenza nel processo “infinito” contro Mario Landolfi

Cronaca - di Monica Pucci - 13 Marzo 2026 alle 18:51

Al racconto del processo “più pazzo del mondo”, una vicenda giudiziaria durata sedici e iniziata con accuse di mafia all’ex ministro Mario Landolfi e poi conclusosi con una “sentenzina” di due anni per corruzione, si aggiunge oggi un altro elemento che fa riflettere. Una nomina fatta dal Csm a ridosso dell’ultima sentenza, arrivata dopo un inatteso rinvio. Trattasi di coincidenza, ovvio, nessun reato o retroscena scabroso, sia chiaro, ma un fatto che entra a tutti gli effetti nelle suggestioni sugli intrecci tra giustizia politica e politica giustizialista che sono oggetto di feroci discussioni in vista del referendum sulla riforma Nordio.

Il processo a Mario Landolfi e quelle coincidenze sui giudici

L’inchiesta su Mario Landolfi era partita nel 2007-2008 con l’avviso di conclusione indagini a febbraio 2008, mentre il processo era iniziato nel 2012 e si era concluso con la sentenza definitiva della Cassazione il 4 marzo 2023, per un totale di circa 15-16 anni di procedimento. Landolfi – come raccontato dal giornalista Luca Maurelli nel libro “Anatomia di un’ingiustizia” – viene assolto dalle accuse di truffa e favoreggiamento e vede cadere l’aggravante mafiosa, ma resta una condanna a 2 anni per un singolo episodio di corruzione legato alle dimissioni di un consigliere comunale a Mondragone. Nel racconto critico della vicenda, questa condanna residua viene descritta come una “sentenzina” sproporzionata rispetto all’impianto originario (collusione con i Casalesi, gestione politico‑mafiosa del consorzio rifiuti Ce4), con la sensazione che la macchina giudiziaria non voglia chiudere il caso senza alcuna responsabilità penale, pur dopo il crollo delle accuse più gravi. Lo stesso Landolfi nel libro sottolinea di aver rinunciato alla prescrizione e alle immunità parlamentari, di aver fatto acquisire tutte le richieste dell’accusa e di essere stato comunque espulso di fatto dalla politica per un reato che sostiene di non aver commesso, trasformando il processo in un caso simbolico nel dibattito sulla separazione delle carriere e sugli squilibri del processo penale.

Oggi “Il Tempo” racconta  che quattro giorni prima della controversa sentenza, esattamente il 19 dicembre 2019, il marito della giudice, anch’egli magistrato, venne nominato dalla maggioranza del plenum del Csm presidente di un importante tribunale campano.

“Una promozione sicuramente legittima e poggiante su presupposti de jure e de fatto inattaccabili. Ma è un fatto inoppugnabile che essa abbia finito per interferire con il calendario del processo Landolfi, allungato di oltre un mese dalla decisione della giudice (consorte del promosso) di ricorrere all’art. 507, salvo poi disattenderlo clamorosamente nel momento in cui omette di riferire la testimonianza prima ricercata come “assolutamente necessaria”, scrive il quotidiano romano. “Dobbiamo derubricare il tutto a mera coincidenza o, come piace a certi magistrati, sostenere che ‘il sospetto è l’anticamera della verità’? Di certo, se esistesse la separazione delle carriere, non staremmo neanche a parlarne…”.

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di Monica Pucci - 13 Marzo 2026