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Fazzolari: “La Russia si trova di fronte a una sconfitta storica e strategica che pagherà per decenni. I calcoli sbagliati del Cremlino”

Il discorso integrale

Fazzolari: “La Russia si trova di fronte a una sconfitta storica e strategica che pagherà per decenni. I calcoli sbagliati del Cremlino”

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri ha svolto una disanima profonda del conflitto e delle prospettive di pace durante l'incontro “Quattro anni di lotta per la libertà: il fallimento strategico della Russia e il risorgimento ucraino” che si è svolto al Senato

Politica - di Redazione - 2 Marzo 2026 alle 15:38

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento integrale del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Attuazione del programma di governo, Giovanbattista Fazzolari, in occasione del convegno “Quattro anni di lotta per la libertà: il fallimento strategico della Russia e il risorgimento ucraino”, svoltosi il 24 febbraio 2026, presso la Sala Zuccari del Senato.

La Russia si trova oggi di fronte a una sconfitta storica e strategica che, con ogni probabilità, pagherà per decenni. Se facciamo una diapositiva di ciò che era la Russia nel 2022, prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, e di ciò che è diventata oggi, ci rendiamo conto dell’abisso che separa la sua forza e la sua proiezione strategica nel mondo di allora dalla situazione attuale. Prima dello scoppio della guerra, la percezione diffusa era quella di trovarsi di fronte a una grande potenza sotto il profilo militare, economico e dell’influenza globale.

Oggi, invece, ci troviamo davanti a uno scenario profondamente diverso. La Nato, che avrebbe dovuto rappresentare il grande pericolo per la Russia, si è ampliata ben oltre qualsiasi previsione del Cremlino; la capacità militare di Mosca si è rivelata nettamente inferiore rispetto a quanto qualunque osservatore avrebbe potuto immaginare e la sua influenza internazionale è andata progressivamente scemando. Quella che all’inizio del conflitto era oggettivamente considerata la seconda potenza mondiale appare ora ridotta a una potenza regionale, incapace di prevalere sulla «piccola» Ucraina.

Il Risorgimento ucraino

Perché parlare di Risorgimento ucraino? Se ripensiamo all’Ucraina prima dello scoppio della guerra, emerge un quadro molto diverso da quello attuale. All’epoca si dubitava persino dell’esistenza stessa di una nazione ucraina. Ricorderete quell’infelice battuta, colta in un fuori onda: «Gli ucraini, un popolo di badanti e cameriere». Una frase certamente inappropriata, ma non troppo distante dalla percezione diffusa nel mondo. L’Ucraina era considerata un’entità dalla dubbia identità nazionale, divisa al proprio interno tra popolazione russa e popolazione ucraina, priva di una chiara coscienza di sé e, ancor più, di un forte sentimento nazionale condiviso. Oggi, invece, quando si parla di Ucraina si parla di eroismo. Lo slogan che circola è “Be brave like Ukrainians”: il coraggio è diventato, per così dire, “Made in Ukraine”, la cifra distintiva di questo popolo. Persino gli stessi ucraini, prima della guerra, non erano pienamente convinti di costituire un unico popolo. Gli ucraini occidentali guardavano con diffidenza quelli orientali di lingua russa, chiedendosi quanto fosse solido il loro spirito patriottico e quanto avrebbe retto in caso di difficoltà. Eppure oggi tutto ciò è stato completamente sovvertito.

La grande sconfitta di Putin, sotto questo profilo, è stata proprio quella di aver contribuito in modo decisivo alla nascita definitiva di un’identità nazionale ucraina. Oggi nessuno mette più in dubbio che quello sia un popolo coeso, destinato a continuare a esistere per secoli, a prescindere da ciò che potrà accadere giorno dopo giorno. Ecco perché possiamo parlare, insieme a una sconfitta strategica della Russia, di un autentico e straordinario Risorgimento ucraino.

I calcoli del Cremlino e l’imprevisto della resistenza

Si dice che i russi abbiano sbagliato le loro previsioni. Su questo, però, non sono d’accordo: penso che, in realtà, le previsioni iniziali fossero coerenti con ciò che, sulla carta, appariva plausibile. L’idea era di invadere l’Ucraina in poche settimane, prevalere rapidamente, annettere il Paese e, nel giro di alcuni mesi — forse qualche anno — ristabilire relazioni accettabili con l’Occidente, un po’ come era avvenuto dopo l’annessione della Crimea.

È corretto affermare che l’Occidente abbia sottovalutato l’invasione della Crimea. È vero: l’abbiamo sottovalutata tutti, non soltanto in Italia. È accaduto negli Stati Uniti e nel resto d’Europa. Si è pensato che la Crimea fosse una regione particolare, non del tutto assimilabile al resto dell’Ucraina; che la Russia si sarebbe accontentata di quella; che, in fondo, non fosse successo nulla di irreparabile. Sono state imposte sanzioni, più o meno incisive, ma poi si è scelto di andare avanti, di guardare al futuro. Ed è esattamente questo lo scenario che i russi immaginavano di poter replicare. Quando dico che i russi non avevano sbagliato i calcoli, intendo che, in base alle premesse militari e politiche, gli eventi avrebbero dovuto seguire quel corso. È accaduto, però, qualcosa di assolutamente imprevedibile: gli ucraini hanno opposto una resistenza fuori da ogni logica militare e numerica.

Una serie di incredibili eventi

Gli esempi si susseguono uno dopo l’altro. Noi ricordiamo i grandi episodi della storia — la Battaglia delle Termopili, l’assedio di Alesia — ma la verità è che in Ucraina si sono concatenati eventi analoghi, uno più incredibile e irripetibile dell’altro.Dalla difesa dell’aeroporto di Hostomel, che avrebbe dovuto cadere immediatamente e che invece è stato difeso da poche unità, molte delle quali composte da soldati di leva; alla difesa di Mariupol, anch’essa ritenuta impossibile; fino a Bakhmut e alle difese attuali lungo il fronte. Situazioni drammatiche, perché sotto i bombardamenti non si mandano necessariamente le truppe migliori: quando una bomba può colpire in qualsiasi momento, l’addestramento fa una differenza relativa. Eppure anche unità considerate poco performanti hanno retto il fronte oltre ogni immaginazione. Si è creata, dunque, una situazione che, sulla carta, non avrebbe dovuto verificarsi.

L’Occidente tra esitazioni e svolta

Se guardiamo ai primissimi giorni della guerra, scopriamo che il sostegno all’Ucraina non è stato né immediato né compatto. All’inizio, gli unici leader a recarsi a Kiev furono quelli di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia. Per il resto vi è stata grande incertezza. Una figura che si è rivelata fondamentale è stata Boris Johnson: l’iniziativa britannica ha rappresentato un segnale forte, contribuendo a smuovere gli equilibri. Va però riconosciuto che i grandi Paesi occidentali sono rimasti inizialmente alla finestra. Francia e Germania, in particolare, hanno atteso di capire come si sarebbero evoluti gli eventi. Può sembrare duro dirlo, ma hanno aspettato di vedere se l’Ucraina sarebbe davvero crollata nel giro di poche settimane.

La fase dell’incertezza

Il noto viaggio in treno a Kiev di Mario Draghi, Emmanuel Macron e Olaf Scholz è avvenuto soltanto a giugno, diversi mesi dopo l’inizio dell’invasione. Anche questo è un elemento che va ricordato. In quella fase di incertezza — “intervenire o non intervenire, e fino a che punto esporsi?” — all’Italia va riconosciuto un merito significativo. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Mario Draghi hanno tenuto una linea molto ferma. Quando un Paese che poteva apparire come un possibile “anello debole” della catena occidentale assume una posizione chiara e risoluta, contribuisce a sciogliere le esitazioni altrui, in particolare quelle di Francia e Germania.

La posizione di Fratelli d’Italia

Sotto questo profilo va ricordata anche la posizione assunta dall’allora unico partito di opposizione, Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, che si è comportato in modo tutt’altro che scontato sul piano del calcolo politico. L’opinione pubblica italiana era, ed è, profondamente divisa sul tema. Con un governo di unità nazionale schierato a sostegno dell’Ucraina, e con sondaggi che descrivevano un Paese sostanzialmente spaccato a metà, la scelta più conveniente sarebbe stata quella di intercettare il consenso di chi si opponeva o mostrava forti riserve sull’invio di aiuti. È stata invece presa una decisione diversa che, a mio avviso, ha avuto un impatto storico sul corso degli eventi in Italia e, in parte, anche in Europa.

Con la successiva vittoria del centrodestra, Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni hanno potuto orientare la linea politica del nuovo governo, e l’elettorato ha seguito quella scelta. Se durante la campagna elettorale fosse stata adottata una posizione più ambigua o più timida, quella sarebbe verosimilmente diventata la linea ufficiale dell’Italia; e, data la rilevanza del nostro Paese, difficilmente si sarebbe mantenuta la stessa compattezza a livello europeo. Per questo credo che noi italiani dobbiamo essere fieri di aver avuto un’influenza concreta nell’evoluzione di questa vicenda: prima con il governo Draghi e poi con il governo Meloni. Tutto ciò conferma il punto iniziale: nei loro calcoli, i russi non avevano necessariamente sbagliato. Nella loro previsione, Kiev sarebbe dovuta cadere in pochi mesi; il fronte occidentale appariva molto meno compatto di quanto poi si è rivelato; il sostegno all’Ucraina avrebbe dovuto affievolirsi rapidamente. Sono intervenuti, invece, fattori del tutto imprevedibili che hanno impresso alla storia una direzione diversa.

Pace, garanzie e futuro europeo

Che cosa ci attende ora? Inevitabilmente, il tema è quello della pace e della ricerca di una soluzione ragionevole. Cedere parte del proprio territorio rappresenta un sacrificio enorme; tuttavia, dopo una guerra così cruenta — che per la Russia è già durata più della Seconda guerra mondiale, a testimonianza della portata di questo conflitto — è plausibile che si possa giungere a un congelamento della linea del fronte. L’auspicio è che non venga riconosciuto alcun premio all’aggressore; tuttavia, il congelamento della linea del fronte potrebbe costituire una base di discussione. Nella proposta italiana, avanzata più volte nei tavoli ufficiali, si è ipotizzata una soluzione che non comporti il riconoscimento formale dell’annessione di quei territori alla Russia: l’Ucraina continuerebbe a rivendicarne la sovranità, pur rinunciando, almeno nell’immediato, a riconquistarli con la forza.

Paradosso politico e giuridico

La principale difficoltà deriva dall’azzardo compiuto dalla Russia nell’ottobre 2022, quando ha modificato la propria Costituzione inserendo formalmente quattro regioni ucraine tra i territori della Federazione: Zaporizhzhia, Kherson, Lugansk e Donetsk. Il problema è che Mosca non controlla integralmente nessuna di queste quattro regioni. Ci troviamo così di fronte a un paradosso politico e giuridico: come può la Russia ammettere che una parte del proprio territorio sia sotto controllo ucraino? Da qui nascono proposte di accordo che appaiono oggettivamente sbilanciate: l’Ucraina dovrebbe cedere le porzioni del Donbass che la Russia non controlla ancora e, in cambio, Mosca rinuncerebbe a rivendicare le parti delle altre regioni rimaste in mano ucraina. In sostanza, agli ucraini viene chiesto di rinunciare formalmente a una parte del proprio territorio in cambio della semplice presa d’atto che la Russia non ha conquistato ciò che rivendica. È comprensibile che, dopo perdite così ingenti, una simile ipotesi sia estremamente difficile da sostenere anche sul piano dell’opinione pubblica interna.

Le garanzie di sicurezza: il nodo centrale

Il nodo centrale è quello delle garanzie di sicurezza. Quanto più solide e credibili saranno le garanzie offerte all’Ucraina — e quindi la certezza che non vi sarà una nuova invasione tra cinque o dieci anni — tanto più sarà possibile immaginare una mediazione e un sacrificio che il popolo ucraino possa accettare. Un sacrificio territoriale molto pesante, a fronte del rischio concreto di un nuovo attacco nel medio periodo, non sarebbe sostenibile.

Vi è poi un ulteriore pericolo: quello di un accordo di pace fragile. Oggi ci si chiede come la Russia possa rappresentare una minaccia per l’Occidente, se fatica ad avanzare in Ucraina e se, dal dicembre 2022 a oggi, ha conquistato il 2% del territorio ucraino: meno, per fare un paragone, dell’estensione della provincia di Cuneo. Ma la realtà è che le forze occidentali non hanno sviluppato, negli ultimi decenni, la stessa capacità di resistenza e adattamento maturata dall’esercito ucraino sul campo. Oggi l’esercito ucraino è, di fatto, l’unico sul continente europeo capace di opporre resistenza a quello russo. Il rischio, dunque, sarebbe quello di giungere a una pace tra Russia e Ucraina senza aver integrato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo: nel sistema dell’Unione Europea, in un quadro di sicurezza condiviso, in un’architettura di difesa comune. Se in futuro l’Europa dovesse trovarsi a fronteggiare un confronto diretto con la Russia senza poter contare sulle capacità maturate dall’Ucraina, la situazione sarebbe estremamente complessa.

Ucraina ed Europa, destini intrecciati

In conclusione, ciò che all’inizio poteva apparire come un’affermazione generale diventa oggi un dato sempre più concreto: è nell’interesse dell’Italia e dell’Europa che l’Ucraina resista, che sia uno Stato forte, pienamente integrato nell’Unione Europea, perché il destino dell’Ucraina e quello dell’Europa sono profondamente intrecciati.

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di Redazione - 2 Marzo 2026