Dopo le dimissioni
Delmastro: «Sono sereno, le nebbie si diraderanno. Dovevo tutelare la battaglia mia e del governo contro la mafia»
«Sì, sono sereno nella scelta». L’ormai ex sottosegretario Andrea Delmastro racconta al Corriere della Sera com’è maturata la scelta delle dimissioni e ricostruisce i passaggi che lo hanno portato alla leggerezza di entrare in società con Miriam Caroccia, figlia di Mauro, per poi uscirne non appena si è reso conto del profilo del padre.
Le dimissioni per tutelare la battaglia contro la mafia
«Ho deciso di dimettermi perché, sin dall’inizio, ho improntato la mia azione di governo con provvedimenti incisivi contro la mafia. Non vorrei che una leggerezza indebolisse questa battaglia mia e del governo», ha spiegato, chiarendo di aver assunto la decisione con il partito e di non ritenere che il caso che lo investito abbia inciso sull’esito del referendum. «Torno a svolgere il mio lavoro di deputato convinto che tutte le nebbie si diraderanno. Perché la mia biografia parla da sola nel contrasto a ogni forma di mafia».
«Pur non avendo fatto nulla di male – ha spiegato ancora il deputato di FdI – credo sia una scelta necessaria per etica e per proseguire il lavoro svolto nelle carceri proprio contro la mafia. Ho iniziato con la difesa del 41 bis e del carcere ostativo e stavo concludendo con la realizzazione, ormai prossima, di istituti solo per detenuti al 41 bis. Provvedimento osteggiato da Pd e M5S che non vorrei mettere a repentaglio perché sarebbe un colpo micidiale alla criminalità organizzata».
La leggerezza sul ristorante: «Com’è stato possibile? Me lo chiedo anche io»
Quanto alla vicenda della Bisteccheria d’Italia, Delmastro ha ammesso la «leggerezza», l’ingenuità di non aver fatto verifiche rispetto alla quale lui stesso non riesce a darsi una spiegazione. «Me lo chiedo anch’io. Ma non ho fatto verifiche», ha risposto a Virginia Piccolillo, che firma l’intervista e gli ha chiesto come sia possibile che una persona col suo profilo non abbia controllato con chi stava entrando in società. «Non mi sono reso conto di chi avessi davanti fin quando il padre non è stato arrestato», ha chiarito ancora, sottolineando che «del resto chi, sapendo una cosa del genere, farebbe una società con il proprio nome?».
Delmastro poi ha ricostruito come è entrato in contatto con i Caroccia e come è arrivato all’acquisizione delle quote. «Andando a cena in quel locale. Si mangiava bene. Lui sembrava il classico oste romano di una volta, di quelli che non ci sono più. Si lamentava del locale grande, delle spese alte. Voleva avviarne uno piccolo per la figlia. È nata l’idea di fare con lei questa attività, nella quale, ahimè, ho coinvolto amici biellesi. Abbiamo pagato quote societarie. E un finanziamento soci per far partire la società, mai riscosso». «Mi sono fidato. Appena ho saputo che il padre era stato arrestato, ho ceduto le mie quote e ne sono uscito immediatamente. Non ho guadagnato un euro. Ci ho solo rimesso soldi», ha proseguito l’esponente di FdI, chiarendo che il passaggio delle quote alla sua società prima della cessione «è avvenuto prima che sapessi qualsiasi cosa e ben prima dell’arresto. Saputo con chi avevo a che fare me ne sono liberato completamente».
Delmastro: «La mia storia parla per me, uno scivolone non può far dimenticare tutto»
Poi, rispondendo sul processo di Appello sul caso Cospito, ha ricordato che c’è «una richiesta di assoluzione della Procura» e che «per quel caso mi sono attirato antipatie non solo parlamentari, ma anche dall’anarco-terrorismo e dal mondo mafioso, rispetto al quale sono stato sotto attacco per tutto il mio mandato per aver difeso il carcere duro». «Ho letto di minacce camorriste fatte contro di me in carcere. E altre che non posso rivelare. Però posso ricordare che i parlamentari del Pd in carcere per visitare Cospito parlarono anche con alcuni mafiosi, sapendo bene chi fossero. La mia storia – ha concluso Delmastro – parla per me, uno scivolone frutto di sprovvedutezza non può far dimenticare tutto».