CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

Antonio Polito

L'intervista

«C’è un rapporto incestuoso tra toghe e politica, ma a sinistra prevale il feticismo costituzionale». Parla Antonio Polito

Il giornalista spiega perché considera la riforma della giustizia utile al Paese: l'obiettivo è ridurre la politicizzazione della magistratura e i costi per la collettività legati a negligenze e processi inutili

Politica - di Fernando Massimo Adonia - 22 Marzo 2026 alle 07:00

Antonio Polito voterà “Sì” al referendum costituzionale sulla giustizia. Lo ha scritto sul Corriere della Sera, aprendo un dibattito che attraversa sia il centrodestra sia il campo progressista. Una posizione coerente con il suo riformismo di sinistra, ma che oggi suona controcorrente. Un intervento netto, che non risparmia critiche a entrambi i poli. Ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Polito, partiamo da quanto ha scritto sul Corriere della Sera. Ha detto che la «riforma funziona», perché?

«Voterò “Sì”, infatti. Anche se credo che vincerà il “No”, soprattutto dopo il caso Delmastro. È una posizione coerente con la mia storia culturale: da anni sostengo queste riforme, che considero di matrice riformista e di sinistra. Il problema è che oggi il Partito democratico si sta spostando apertamente verso una visione più vicina al populismo giudiziario. Un passaggio che, per intenderci, era già avvenuto negli anni di Tangentopoli, quando, convinti che i giudici ci avrebbero liberati da Craxi, aprirono di fatto le porte a Berlusconi».

Una sorta di legge del contrappasso?

«Sì, infatti poi lo capirono e cambiarono passo. La dimostrazione arriva con la riforma costituzionale del 1999 sull’articolo 111, che io, allora, ho sostenuto. È naturale oggi che sia per il “Sì”».

Polito, se le forze del centrodestra sono allineate e compatte per il Sì, nella sinistra e nel Pd in particolare la situazione è ben diversa e si evincono clamorose lacerazioni. Resterà traccia di tutto ciò?

«Sì, la frattura è sia politica che culturale. Tuttavia, se vincesse il “No”, probabilmente verrebbe rapidamente riassorbita: la dirigenza del Pd potrebbe considerare i riformisti una minoranza senza peso e marginalizzarli ulteriormente. Dall’altra parte, anche il centrodestra non ha mostrato una grande determinazione nella campagna per il “Sì”».

Ah, no?

«Non mi pare che la Lega si sia spesa un granché. Forza Italia, a parte l’impegno eroico di Giorgio Mulè, ha un po’ balbettato: non ricordo nulla di particolarmente significativo da quel fronte, se non l’intervento di Marina Berlusconi».

Ritiene che il Partito democratico dovrebbe ridefinire il suo rapporto con la magistratura, emancipandosi da una certa postura giustizialista?

«Direi di sì. Esiste ancora una visione – l’ha esplicitata di recente Bersani – secondo cui la magistratura dovrebbe avere una sorta di “politicità costituzionale”, cioè il compito di realizzare direttamente i valori della Costituzione. È una tesi che affonda le sue radici negli anni Sessanta, con la nascita di Magistratura democratica: l’idea che, di fronte a principi generali e talvolta espressi genericamente – come il diritto al lavoro – spetti ai giudici darvi attuazione concreta, non al diritto positivo».

È una visione problematica per il ruolo delle toghe, non trova?

«È una concezione che attribuisce alla magistratura un ruolo attivo, quasi come un’“ala marciante” del progressismo. Ma proprio questo rischia di alimentare una commistione tra giustizia e politica. Non a caso, anche le recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri hanno riportato l’attenzione sul rapporto incestuoso tra magistratura e politica. E lo ha fatto quando ha detto di non essere mai stato sostenuto dal Pd, lasciando intendere che qualcun altro lo ha sostenuto».

Lo scandalo Palamara ha mostrato come, in passato, anche i partiti abbiano avuto un ruolo nelle nomine degli incarichi più rilevanti.

«È anche per questo che oggi si interviene sul Consiglio superiore della magistratura: l’obiettivo è ridurre questa politicizzazione. Da questo punto di vista, sì, sarebbe opportuno per il Pd emanciparsi da un modello che ha finito per intrecciare troppo strettamente politica e giustizia».

Perché ritiene, come ha scritto, che questa riforma gioverebbe al Paese?

«Innanzitutto perché allinea l’Italia agli altri Paesi democratici, dove la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è la norma. L’unicità rimane in quei Paesi di tradizione autoritaria, come nell’Est Europa. In Italia, lo dico ai lettori del Secolo, è un’eredità che fa capo a Dino Grandi».

Non credo però che i lettori del Secolo sentano più di tanto tale nostalgia…

«Ci mancherebbe. Voglio precisare però che il processo inquisitorio eliminato dal nuovo codice Vassalli era basato sul codice Rocco. Nel dibattito dell’Assemblea costituente, inoltre, emerse con chiarezza che l’unicità delle carriere avesse la sua ragion d’essere nei sistemi autoritari, mentre nei sistemi democratici avrebbe dovuto avere un altro esito. La riforma attuale introduce dunque dei benefici concreti per i cittadini».

Quali?

«Vede, gli errori non si possono eliminare del tutto – chi lo promette racconta favole – ma si può evitare che errori dovuti a negligenza o pregiudizio restino senza conseguenze. La storia italiana è piena di casi clamorosi».

Si riferisce alla vicenda di Enzo Tortora?

«Se in fase di indagini preliminari ci fossero state verifiche elementari, come controllare un nome o fare una telefonata, si sarebbero potute evitare accuse infondate. Errori di questo tipo, però, non hanno impedito ai magistrati coinvolti di fare carriera. Ecco: una riforma può almeno incidere su questo».

Tortora è stato assolto, come tanti altri, del resto. Cos’è che ancora oggi suscita amarezza?

«L’altissimo numero di assoluzioni è certamente un fatto. Ma stiamo attenti: se da un lato è un segnale positivo, perché significa che i giudici, alla fine, riconoscono quando un reato non c’è; dall’altro indica che molti processi arrivano al dibattimento pur essendo morti fin dall’inizio».

Che significa nel concreto?

«Significa che procedimenti che si potrebbero fermare prima vengono invece portati avanti, talvolta anche per una forma di solidarietà interna tra chi indaga e chi deve decidere nelle fasi preliminari. Si finisce così per mandare a processo persone per le quali l’esito assolutorio è, di fatto, prevedibile».

Con quali conseguenze?

«Tutto questo ha un costo enorme per la collettività, perché allunga i tempi della giustizia e incide pesantemente sulla vita delle persone coinvolte. Separare meglio le funzioni e le responsabilità può contribuire a ridurre questi effetti distorsivi, rendendo il sistema più efficiente ed equo».

Quali sarebbero le garanzie per il cittadino?

«Un cittadino si sente certamente più tutelato se sa che chi lo accusa e chi lo giudica appartengono a carriere distinte, senza legami interni. Chi raccoglie le prove e chi giudica devono essere realmente separati: lo ritengo un principio fondamentale dello Stato di diritto».

Perché, a fronte di queste considerazioni, non è ottimista sull’esito del referendum?

«Purtroppo, penso che ci sia una maggiore probabilità che vinca il “No” per due ragioni principali. La prima è la tradizionale prudenza dell’elettorato su riforme di questo tipo: quando non c’è un consenso politico ampio, prevale il timore di cambiare e si preferisce lasciare le cose come stanno. Questo atteggiamento, soprattutto a sinistra, diventa addirittura una sorta di “feticismo costituzionale”».

Qual è la seconda?

«Riguarda gli errori abbastanza grossolani del fronte del “Sì”, che ha accreditato la tesi che sia un voto contro la magistratura. Nonostante i tanti sbagli evidenti, tra gli elettori di centrodestra la magistratura è comunque percepita come una parte importante dello Stato, al pari delle forze dell’ordine».

Prima ha parlato di “feticismo costituzionale”, è un’espressione forte: cosa intende?

«È l’idea, spesso ripetuta come un mantra, che la Costituzione sia “la più bella del mondo” e che quindi non debba mai essere toccata, perché nulla potrebbe migliorarla. Una visione che finisce per trasformarla in un oggetto di culto. In realtà non è così: la Costituzione è il frutto di un compromesso tra forze politiche diverse, alto e nobile per molti aspetti, ma anche inevitabilmente al ribasso per altri, soprattutto nella seconda parte».

Del resto, finora la Carta è stata riformata più volte, anche dalle forze del centrosinistra.

«Io penso che avesse ragione Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, quando sosteneva che la Costituzione, seppur tra i suoi difetti, avrebbe potuto durare a lungo proprio se le successive generazioni fossero state capaci di aggiornarla, adeguarla, migliorarla».

Non ci sono commenti, inizia una discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Fernando Massimo Adonia - 22 Marzo 2026