Referendum e veleni
Bella Ciao e cori anti-Meloni, la strana tesi del pm del No: “Capiteci, era una liberazione: pianti e abbracci…”
In una lettera al direttore dell’edizione napoletana di “Repubblica“, oggi, uno dei “festaioli” del No, un giudice che nel giorno della vittoria del No in Procura si sono scatenati in coretti, danze, brindisi e slogan anti-Meloni, spiega i motivi, che lui considera fondati, di quella esplosione così poco composta, “terza” e imparziale, documentata da video che hanno creato non poco imbarazzo. Antonello Ardituro, sostituto procuratore nella Direzione nazionale antimafia, ha ammesso che forse non sarebbe stato il caso di lasciarsi andare, ma invita i cittadini, anche quel quasi 47% di italiani che hanno votato Sì, a comprendere quel clima di euforia dei magistrati. Come se fossero scampati a un golpe, come se il loro destino sarebbe stato a rischio per effetto di una riforma che avrebbe semplicemente allineato l’Italia ad altri paesi, quasi tutti, del mondo, con la separazione delle carriere.
Cori anti-Meloni, il pm spiega il clima di “liberazione”
“Caro direttore, non bisogna mai aver paura della verità e di affrontare le situazioni a testa alta. Quanto accaduto lunedì pomeriggio nella saletta dell’Anm ha destato scalpore, è stato cavalcato per polemizzare e per offuscare i risultati del referendum. Ci siamo ritrovati, in tanti, c’erano magistrati esperti e di lungo corso, tanti giovani, molti colleghi che di solito non partecipano alle riunioni dell’associazione. C’era tanta preoccupazione. La riforma avrebbe inciso su valori costituzionali altissimi, come il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura; per molti di noi difendere quei principi ha significato sacrificare le vite professionali e private, esporci per la magistratura, per i colleghi più giovani, per i cittadini più deboli…”, è l’incipit del giudice Ardituro, che poi si sofferma sul clima ostile che avvertiva, “che richiamava i momenti più alti e quelli più tristi e a volte drammatici del nostro Paese”.
Tutto questo, ricordiamolo, per un referendum su una legge approvata in Parlamento. Ma il pm spiega che non è stato facile andare avanti, “continuavamo a lavorare trovando la forza chissà dove…” a causa di “attacchi così duri, generalizzati, offensivi della categoria provenivano anche da alcuni di noi, senza distinguere, senza conoscere le vite, le storie, le passioni, l’impegno di ciascuno”. Da qui, la rabbia e il dolore, fino alla festa finale. Preceduta da scene davvero coinvolgenti: “Commozione, lacrime sul viso di molti, abbracci, emozione per le scene che venivano in mente delle migliaia di cittadini contattati, che avevamo visto in fila ai seggi, per gli anziani che avevano chiesto di essere accompagnati per andare a votare, per i tantissimi giovani che avevano sostenuto la causa del No. Abbiamo fatto festa tutti insieme, colleghi che mai avrebbero pensato di condividere una situazione simile, colleghi dalle idee più diverse e distanti fra loro, generazioni lontanissime di magistrati. Qualcuno si è lasciato andare per qualche secondo, è umano, ma senza mai offendere o vilipendere; quelle, le offese, le avevamo subite…”. E un pensiero a chi aveva pianto per la sconfitta del Sì, colpevole di pensarla diversamente da loro e magari anche futuri interlocutori nei tribunali di quei giudici che facevano i coretti comunisti?
Niente. Ma solo rammarico per essersi lasciati andare. “Dispiace aver fornito un pretesto per mettere un velo sull’ importanza del risultato del referendum, con la canzone della resistenza e coretti di pochi secondi sfuggiti a qualcuno in un momento di liberazione, che naturalmente tutti pensiamo dovessero evitarsi. Non guardateci con la toga in quel momento, ma con la passione che portiamo immediatamente sotto la toga, e senza la quale non saremmo in grado di andare in Aula la mattina a sostenere il pesante fardello del giudicare…”.