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Australia, calciatrice iraniana si pente e chiama l’ambasciata per tornare a casa: cambio di nascondiglio per le altre

Una mossa maldestra

Australia, calciatrice iraniana si pente e chiama l’ambasciata per tornare a casa: cambio di nascondiglio per le altre

Esteri - di Gabriele Caramelli - 11 Marzo 2026 alle 14:10

Una delle calciatrici iraniane che aveva deciso di lasciare la squadra e chiedere asilo politico ci ha ripensato, svelando all’ambasciata di Teheran dove si nascondessero le altre atlete a Canberra. A causa delle sue dichiarazioni, il governo ha dovuto trovare un altro rifugio per le altre donne. A dare la notizia dell’accaduto è stato il ministro degli Esteri australiano Tony Burke, spiegando che una delle atlete aveva espresso il desiderio di tornare in patria nonostante tutto. All’inzio, erano sette le rappresentanti della nazionale di calcio femminile che, nel corso di una trasferta in Australia per la Coppa d’Asia, avevano chiesto aiuto al Paese dopo che la Repubblica islamica le aveva accusate di essere delle ”traditrici”.

Australia, una delle calciatrici iraniane tornerà a casa per paura delle ripicche sulla famiglia

Il canale televisivo Abc Australia, parlando della sicurezza delle calciatrici iraniane, ha citato un messaggio vocale inviato dalla madre a una delle atlete, ascoltando anche le testimonianze degli attivisti della comunità iraniano-australiana. Nell’audio la donna supplica la figlia di restare all’estero: «Non tornare… Ti uccideranno». La dissidente di Teheran Deniz Toupchi, che segue il caso e durante le partite della nazionale sugli spalti esponeva la bandiera con Sole e Leone – simbolo associato alla monarchia degli Shah -,  ha spiegato che in principio la giocatrice aveva deciso di restare in Australia, per poi cambiare idea all’ultimo momento durante il transito all’aeroporto di Sydney.

Sarebbe rimasta impaurita dalle possibili ripicche contro i familiari rimasti in Iran. «Sembrava che avesse deciso di rimanere, ma purtroppo all’ultimo minuto ha cambiato decisione ed è ora a Kuala Lumpur», ha spiegato Toupchi, ricordando che la calciatrice fosse vittima delle pressioni da un membro dello staff legato al regime iraniano.

Le richieste d’asilo delle atlete sono il frutto di preoccupazione, paura e rischi per la sicurezza

Le richieste d’asilo politico da parte delle calciatrici sono arrivate dopo alcuni giorni di forte agitazione e timore per la loro sicurezza. Sulla televisione di Stato iraniana alcune di loro sono state denunciate pubblicamente, con il rischio – secondo fonti dell’opposizione – di sanzioni che potrebbero variare da lunghe incarcerazioni fino alla pena di morte. La nazionale femminile aveva giocato per circa una settimana e mezzo alla Coppa d’Asia sulla Gold Coast. Poi lunedì sera, all’indomani dell’esclusione dal torneo, cinque giocatrici sono riuscite a scappare dai loro assistenti ufficiali e a richiedere un appoggio alle autorità australiane. Nel giorno seguente, altre due persone della delegazione, ossia una giocatrice e un membro dello staff, hanno ricevuto permessi di soggiorno umanitari.

La mossa maldestra della calciatrice e il cambio di nascondiglio

Le sette dissidenti avevano ottenuto la protezione della polizia federale australiana in una località segreta a Brisbane. Nonostante ciò, una di loro ha scelto di contattare l’ambasciata iraniana e chiedere di essere riaccompagnata a casa. Questa mossa maldestra ha costretto le autorità australiane a trasportare subito anche le altre sei ragazze per motivi di sicurezza. Secondo la giornalista sportiva Raha Pourbakhsh, del canale d’opposizione Iran International, che è rimasta in contatto con diverse giocatrici durante e dopo il torneo, le intimidazioni del regime sarebbero cominciate molto tempo prima dell’arrivo in Australia.

«Ci sono stati pesanti vincoli finanziari, minacce contro le famiglie e avvertimenti che i parenti avrebbero potuto essere presi di fatto in ostaggio», ha raccontato. Attualmente, le atlete sarebbero «estremamente ansiose, preoccupate ed esauste» e il loro principale timore riguarda la sorte dei familiari rimasti in Iran. Inoltre, Pourbakhsh ritiene che alcune di loro avrebbero deciso di tornare proprio per proteggere i propri parenti, mentre altre hanno scelto di provare una strada diversa, chiedendo aiuto all’Australia.

La Repubblica islamica ha provato a sfruttare la situazione

Le autorità iraniane hanno provato ad usare il ripensamento di una della calciatrici per trarre in inganno anche le altre. L’ufficio del procuratore generale della Repubblica islamica ha chiesto pubblicamente alle concittadine rimaste in Australia di tornare indietro «per alleviare la preoccupazione delle loro famiglie», descrivendo le richieste di asilo come il risultato di una «cospirazione nemica». Persino il presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, ha incolpato l’Australia di aver esercitato sollecitazioni politiche, ritenendo che le giocatrici sarebbero state invitate a chiedere aiuto dalle autorità locali. Nonostante tutto, il ministro australiano degli Interni Tony Burke ha respinto in blocco le imputazioni fuorvianti, ricordando che i membri della delegazione sono stati normalmente intervistati personalmente all’aeroporto di Sydney, senza accompagnatori e messi davanti a una scelta libera: restare o tornare a casa.

Le sorti delle sei calciatrici iraniane rimaste in Australia

Quanto alle sei iraniane rimaste in Australia, Burke ha confermato che «presto inizierà la procedura per il loro passaggio a quello che viene definito status di risoluzione, ovvero un visto permanente». E ancora: «Dopo tutto quello che queste persone hanno passato, non ho alcuna intenzione di costringerle a lottare in tribunale per ottenere lo status di residenti permanenti in Australia». Inoltre, il ministro ha specificato che in questo caso non sono stati forniti visti temporanei per il torneo a membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc). «Ottenere un visto temporaneo non significa essere una persona eccezionale – ha spiegato Burke – Ci sono alcune persone che hanno lasciato l’Australia e sono contento che non siano più qui».

 

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di Gabriele Caramelli - 11 Marzo 2026