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L’avvocato e professore ordinario di Diritto processuale penale, Luca Marafioti

L'intervista

«Ai giovani dico: siate rivoluzionari, votate Sì. Il fronte del No rappresenta il passato». Parla Luca Marafioti

Il professore di Diritto processuale penale spiega perché la riforma della giustizia è un necessario investimento sul futuro dell'Italia che non può più essere rimandato

Politica - di Dalila Di Dio - 15 Marzo 2026 alle 07:00

Romano, avvocato dal 1985, professore ordinario di Diritto processuale penale all’Università Roma Tre: a una settimana dal voto referendario, abbiamo incontrato Luca Marafioti che con la sua esperienza professionale e accademica arricchisce il fronte del Sì alla riforma della giustizia.

Professore, parlando della riforma della giustizia, durante la Maratona oratoria dell’Unione delle Camere Penali Italiane, lei ha pronunciato parole molto sentite: «Più la guardo e più mi sembra bella». Cos’è che rende bella questa riforma agli occhi di un avvocato e accademico?

«Quello che apprezzo molto della riforma è che nel testo si intravede un disegno molto lucido di riassestamento in termini di democrazia liberale dell’organizzazione della magistratura. Si tratta di un cambiamento che sarebbe dovuto intervenire già 40 anni fa, abbinando all’introduzione del modello accusatorio una netta distinzione delle carriere tra Pm e giudice, che è naturale conseguenza dell’abbandono del modello inquisitorio. In realtà, neppure la Costituzione repubblicana immaginava che il Pm sarebbe stato assorbito nella sfera della giurisdizione in maniera così massiccia, come è avvenuto per interpretazione costituzionale e, in seguito, per prassi del Csm. L’idea che l’organizzazione del Pubblico ministero vada di pari passo con quella del giudice non fa bene al giudice e non giova al Pm: quest’ultimo, per definizione, ha caratteristiche diverse nel sistema, perché è il responsabile in concreto della politica criminale all’interno dei singoli processi. Per questo la separazione delle carriere non è più rinviabile, nell’interesse dei cittadini ma anche della magistratura».

Cosa intende quando dice che questa riforma serve anche alla magistratura?

«Io credo che i magistrati abbiano bisogno loro stessi di essere liberati dall’idea di essere un contropotere. In questi anni, osteggiando ogni riforma, hanno dimostrato di non avere la forza di liberarsi da soli, perciò le obiezioni sul fatto che sulla riforma non è stato ricercato il dialogo sono speciose: la risposta dei magistrati è ed è sempre stata no su tutto, quindi non c’era alcun dialogo da poter intavolare».

Il dialogo all’interno della politica era possibile?

«L’opposizione ha semplicemente cercato di affossare questa come tutte le altre riforme sulla materia. Al governo si rimprovera, sostanzialmente, di aver approvato una riforma per cui aveva ricevuto mandato dagli elettori».

Pensa che la riforma riuscirà a riformare la mentalità, oltre che il sistema?

«Ci vorrà del tempo prima che la magistratura capisca che ha sbagliato a investire sull’unicità delle carriere quale presidio della propria indipendenza e autonomia, ma nel medio termine l’idea liberale del processo diventerà cultura comune, esattamente come lo è diventata quella dell’alternanza in politica, assolutamente impensabile appena qualche decennio addietro. Mio padre parlava di dialisi nel corpo della magistratura: questo referendum potrebbe essere proprio quella forma di liberazione dalla cappa ideologizzata di una visione per certi versi medievale e arcaica».

Come diceva, sono passati quasi 40 anni dall’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale: come mai, secondo lei, nessuno era mai andato fino in fondo con questa modifica necessaria della Costituzione?

«Evidentemente non è stato possibile. Se ne è tanto parlato e molte forze politiche l’hanno inserita nei propri programmi elettorali ma non l’hanno mai portata a compimento e la ragione risiede, sostanzialmente, nel fatto che il potere legislativo è stato ostacolato da due fattori: da un lato da una sorta di consociativismo in materia di istituzioni giudiziarie perché, di fatto, negli anni, tutti i partiti al governo non se la sono mai sentita o non hanno mai avuto la forza politica di mettere mano a qualcosa che evidentemente era indifferibile. Per altro verso, non si può tralasciare come il potere politico sia stato, negli ultimi decenni, ostaggio di un’opposizione quasi ricattatoria di una magistratura che da sempre si schiera contro ogni riforma, a meno che non si tratti di una riforma populista».

A cosa si riferisce?

«È un dato di fatto che la magistratura, così attenta alla separazione dei poteri quando una riforma la tocca direttamente, non si sia scomposta per l’abolizione dell’immunità parlamentare che in un sistema democratico rappresenta una delle garanzie basilari della separazione dei poteri. Al contrario, la magistratura si è opposta a ogni riforma che negli anni avrebbe reso più moderna e democratica l’organizzazione della giustizia: si è opposta nel 1989 alla riforma del codice di procedura penale, si è opposta alla istituzione della Superprocura, si è opposta ai lavori della Bicamerale. L’Anm dice sempre no. Questo conservatorismo alimentato dall’idea che qualsiasi tentativo di ammodernare la Costituzione sia un attentato alla indipendenza della magistratura, unito alla paura e alla debolezza delle forze politiche di governo, ha determinato l’attuale stato delle cose. Il paradosso è che a rappresentare un’idea liberale e democratica della magistratura siano forze che per anni sono state tacciate di antidemocraticità. Se trent’anni fa mi avessero detto che sarebbero stati i “nipotini” di Almirante a portare a compimento una riforma della giustizia in senso liberale, trovando l’opposizione della sinistra, non ci avrei mai creduto».

Che immagine dell’Anm è emersa in questa campagna referendaria?

«L’immagine di un soggetto partitico che fa opposizione a una legge dello Stato: chi ha scelto questa strada indossando ancora la toga ci racconta che lo fa come cittadino, ma in realtà lo fa approfittando della credibilità che deriva dalla toga. Parallelamente ai sommovimenti politici a cavallo tra gli anni 60 e 70, è cominciato un disegno di trasformazione della magistratura che si è posta come alternativa al potere legislativo e a quello esecutivo. In questo scenario, la magistratura ha progressivamente ritagliato per sé in ruolo di antagonista del Parlamento e del Governo. Interpretando questo ruolo, l’Anm ha osteggiato e continua a osteggiare qualunque riforma, sposando una ideologia basata sull’essere “anti”».

Ma una delle accuse mosse alla riforma è di essere contro i magistrati…

«Al contrario, questa è una riforma “a favore”: a favore di una maggiore terzietà del giudice, di una maggiore trasparenza nella gestione degli incarichi e nel controllo su eventuali deviazioni disciplinari. Oggi abbiamo l’occasione di cominciare a riportare la magistratura nel suo alveo naturale, anche in relazione agli altri poteri che oggi sono sbilanciati. In questo Paese può accadere che un Procuratore della Repubblica in carica attacchi, tenti di intimidire, addirittura minacci dei giornalisti: mi domando cosa sarebbe accaduto a parti inverse. Se davvero il Csm ritiene di essere un organo di tutela della magistratura, dovrebbe intervenire in un caso come questo che mina l’imparzialità e l’indipendenza della magistratura agli occhi di tutti, così come la credibilità di ogni magistrato».

È in quella cultura “anti” che nasce l’idea della magistratura “guardiana” degli altri poteri?

«Quando per molti anni incentri la tua ideologia sull’essere “anti” – anticorruzione, antimalapolitica… – come ha fatto la magistratura, è inevitabile diventare militante. La caratteristica che uno chiede alla magistratura è quella dell’autonomia e dell’indipendenza, in un’ottica di imparzialità. In questa campagna referendaria una parte rumorosa della magistratura ha scelto la strada dall’opposizione politica al governo e questa è una strada senza ritorno. Chi l’ha intrapresa si è assunto una responsabilità immensa per le sorti del nostro Paese, della quale bisogna diffidare».

Cosa pensa delle obiezioni di merito del fronte del No? 

«Che parlano di “testo e contesto” ma falsificano sia l’uno che l’altro: il testo non dice nulla di quello che loro sostengono. Non è vero, ad esempio, che i magistrati saranno sottoposti alla politica, non è vero che i Pm finiranno sotto il controllo dell’Esecutivo, non è vero che il meccanismo del sorteggio lede la dignità dei magistrati e non è vero che la divisione dei Csm li indebolirà: a presiederli rimane una figura di assoluta garanzia come il Presidente della Repubblica. Sono riusciti persino a capovolgere la vicenda Palamara, attribuendo la responsabilità alla politica e non a una grave distorsione interna al Csm. Nella logica da “parlamentino” che alberga nel Csm, anche in quel caso uno ha pagato per tutti».

Perché un giovane dovrebbe guardare con fiducia a questa riforma?

«È difficile spiegare ai giovani la portata di questa riforma, dopo anni di martellamento in cui il Pm è stato mitizzato, al punto che molti si iscrivevano alla facoltà di giurisprudenza per diventare Pubblico ministero, come se si trattasse di una sorta di missionario del repulisti sociale. Oggi, però, le cose sono cambiate e la consapevolezza è diversa: il nostro Paese ha una significativa credibilità a livello internazionale, che viene dalla stabilità politica e da un’economia in ripresa. Credo che un giovane che non voglia emigrare verso democrazie più avanzate e che voglia credere nel nostro Paese debba votare Sì per mantenere equilibrati i rapporti tra poteri: l’idea che questa riforma realizza di una magistratura più autonoma e indipendente e non intesa come nemico della politica, farà fare passi da gigante al sistema Italia, cooperando ad accrescere anche dal punto di vista giudiziario quella credibilità che abbiamo già guadagnato a livello politico».

Sta dicendo che questa riforma è un investimento sul futuro dell’Italia?

«Questa riforma introduce un’idea moderna del Pubblico ministero, un’idea di politica criminale razionale basata non su schemi ideologici ma su una effettiva persecuzione dei reati che allarmano la collettività e che impediscono all’economia di funzionare, alla pubblica amministrazione di essere efficiente. Le indagini non devono avere come scopo agevolare gli avanzamenti di carriera dei Pm o aiutarli nell’aprirsi dei varchi per poi passare alla politica. Il fronte del no rappresenta il passato, uno spaventoso e spaventato abbarbicamento a una situazione di privilegio che è esattamente l’opposto dell’idea di speranza e futuro che dovrebbe avere un giovane. E ai giovani dico anche che chi è rivoluzionario ha sempre vent’anni: chi vuole un Paese democratico e liberare ha, avrà e deve avere sempre vent’anni. Il garantismo non muore mai e del garantismo, inteso anche nei rapporti tra i poteri, ogni giovane dovrebbe mettersi la coccarda, che è molto diversa da quella che qualcuno ha usato a difesa di una Costituzione che nessuno sta attaccando».

Una giustizia più giusta è il presupposto anche per un rilancio dell’economia: eppure, chi negli ultimi giorni lo ha sostenuto è stato deriso dai progressisti.

«Tra giustizia ed economia c’è un rapporto biunivoco. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità. Da provvedimenti giurisdizionali non ponderati, non equilibrati, non imparziali arrivano danni irreparabili nei confronti dell’economia: perdita di posti di lavoro, fallimento di imprese per valutazioni anticipate circa una presunta mafiosità che non c’è o circa la commissione di reati che non sono stati commessi. La separazione delle carriere, con un giudice autonomo e un Pm interprete di una politica criminale chiara, necessariamente porta a un miglioramento complessivo del sistema».

Che pensa quando il fronte del No evoca i padri costituenti e avverte che “La Costituzione non si tocca!”?

«Che proprio il dibattito dell’Assemblea Costituente sull’articolo 138 dimostra che per i Padri costituenti la Costituzione si dividesse in un nucleo intoccabile – costituito dalla forma repubblicana e dai diritti e principi fondamentali – e in una parte relativa all’organizzazione del sistema, necessariamente perfettibile. Il numero di modifiche apportate alla Costituzione, senza che alcuno si sia stracciato le vesti, e le proposte di modifiche che sono state avanzate in questi anni dimostrano come, per sua natura, la Costituzione debba essere adattata allo scorrere del tempo. Peraltro, il Csm si è autoattribuito un ruolo di autogoverno che va oltre la volontà del Costituente, che lo ha disegnato come un organo di garanzia: il Consiglio si è intestato un potere normativo paralegislativo, diventando una sorta di parlamento della magistratura, cosa inaccettabile e contraria al dettato costituzionale. La riforma serve anche a questo: a riportare il Csm nei binari in cui lo aveva inserito a suo tempo il Costituente».

Qual è, secondo lei, l’aspetto della riforma che l’Anm teme di più?

«Ogni settimana evocano un nuovo pericolo, quindi è difficile dirlo. In realtà penso che il problema vero per l’Anm sia il sorteggio che è l’unico meccanismo che scardina l’assoluto strapotere delle correnti su carriere, promozioni, autonormazione in materia giudiziaria e controllo disciplinare. In ambito universitario, per esempio, il sorteggio dei commissari per i concorsi ha contribuito a eliminare cordate e gruppi di potere grazie alla presenza di commissari che scelgono secondo coscienza. Se un professore universitario sorteggiato, che ha il compito di insegnare, può stabilire chi può progredire di carriera, perché non dovrebbe poterlo fare un magistrato che ha il potere di privare della libertà i cittadini e che può comminare addirittura l’ergastolo? Poi vorrei ricordare che chi sostiene che il sorteggio non garantisce che al Csm vadano i migliori tra i magistrati dimentica che lo stesso Csm fu contrario nel 1991 alla nomina di Giovanni Falcone a Procuratore nazionale antimafia. Forse qualche errore di valutazione è stato commesso anche da quelli eletti, che quindi rappresentavano l’eccellenza della magistratura. Ecco, io penso che i giovani che oggi votano per il Sì lo facciano guardando al futuro ma anche nel ricordo di Falcone e Borsellino».

Lei ha una diretta conoscenza del pensiero di Giuliano Vassalli, padre del processo accusatorio e, in qualche modo, anche della separazione delle carriere. Quale sarebbe stata la sua posizione su questa riforma?

«Non posso dire cosa voterebbe oggi Vassalli. Ma le sue parole, nel dibattito parlamentare sono chiare: era a favore della separazione delle carriere. Anni fa rese un’intervista al Financial Times in cui si parlava chiaramente della necessità di accompagnare il nuovo codice con la separazione delle carriere e si spiegava l’impossibilità di farlo a causa del peso che la magistratura associata aveva sulle scelte del legislatore. Il fronte del no ha tentato di negare addirittura l’esistenza di questa intervista. Io ho conosciuto Torquil Dick Erickson, il giornalista che lo intervistò, perché era amico di mio padre, e ricordo benissimo il clima in cui quell’intervista maturò. Dopo la riforma Vassalli avrebbe dovuto esserci una commissione incaricata di adeguare l’ordinamento giudiziario ma anche in quel caso fu politicamente impossibile giungere alla separazione delle carriere. Tuttavia, chi sostiene che Giuliano Vassalli fosse contrario alla separazione delle carriere non rende onore alla sua memoria: questo è tanto più grave se a portare avanti una simile operazione sono dei docenti universitari».

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