Generalizzazioni "estreme"
Rogoredo, neanche arrestare l’agente basta: la sinistra radicale processa tutte le divise e scende in piazza per scatenare la protesta
Nel caso Rogoredo la linea difensiva dell’agente Carmelo Cinturrino vacilla definitivamente, sotto il peso di nuovi elementi e accuse. Sul tavolo della Procura si aggiungono altri tasselli ingombranti nell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso il 26 gennaio nei pressi del boschetto dello spaccio, dal 42enne del Commissariato Mecenate, indagato per omicidio volontario. Ed è in questo quadro che si infittisce lo scontro politico con l’estrema sinistra che scatena una iniziativa di protesta anti-polizia indetta per oggi pomeriggio a Milano, con tanto di calendario e manifesto su Instagram, in nome e per conto dei disobbedienti che paragonano la vicenda di Rogoredo al caso Ramy. Tutto per attaccare divise e governo…
Rogoredo, alla sinistra radicale non bastano neanche indagini trasparenti e fermo del poliziotto
Il “metodo” della sinistra radicale non cambia mai: isolare un episodio. Trasformarlo in un processo sommario a un’intera categoria. E utilizzarlo come clava paradigmatica contro l’esecutivo. Il caso Rogoredo – con l’agente Cinturrino indagato per omicidio volontario e altri quattro agenti per favoreggiamento – è diventato l’ultimo terreno di scontro ideologico. Così, mentre la magistratura scava tra ombre e sospetti, dubbi e riscontri, indizi e prove, che indicano tra l’altro, ritardi nei soccorsi e presunti “pizzi”, la piazza rosso-radicale si mobilita a Milano con Potere al Popolo. L’obiettivo? arrivare al traguardo trasformando un fatto di cronaca in un manifesto politico “anti istituzioni”.
Riparte la grancassa anti-divise: Potere al popolo in piazza per colpire governo e forze dell’ordine
Allo stato dei fatti c’è, ad oggi, che la Polizia, su richiesta della Procura di Milano, ha fermato Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate, con l’accusa di omicidio volontario per aver sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri, 28 anni, durante un controllo anti spaccio il 26 gennaio nella zona di Rogoredo. La decisione è stata presa dalla Procura sulla base di quanto emerso dalle indagini condotte dalla stessa polizia. E con tanto di dichiarazioni d’intenti asserite, asseverate, e conclamate nella dichiarazioni ufficiali della Polizia.
Che, sul caso, ancora una volta oggi ha chiarito: «Fin dall’inizio abbiamo lavorato con estremo rigore a questa attività. Il nostro compito è di essere assolutamente trasparenti: ci assumiamo le responsabilità. Non dobbiamo fare nessun corporativismo. E saremo rigorosissimi contro chi si è macchiato di questo delitto», ha detto il questore di Milano Bruno Megale, in una conferenza stampa tenuta dopo il fermo di Cinturrino.
Il solito mantra, i soliti slogan
Tuttavia, per la sinistra, ancora non basta. Questo non è un caso giudiziario da accertare nelle aule di tribunale: ma l’occasione d’oro per delegittimare il Decreto Sicurezza. L’iniziativa odierna a Milano di Potere al Popolo ne è la prova: cavalcare l’indignazione per dipingere le forze dell’ordine come un corpo fuori controllo, funzionale a una “deriva autoritaria”.
Eppure, solo poche ore fa, (esattamente nella mattinata di ieri, domenica 22 febbraio ndr), a rimettere ordine nel caos delle strumentalizzazioni è intervenuto con fermezza Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. Il quale ha ribadito a chiare lettere la posizione cristallina del partito di Via della Scrofa al governo: piena fiducia nelle divise, ma rigore assoluto contro chi sbaglia, che è chiamato a pagare. «È una questione di responsabilità personale che non deve essere strumentalizzata per colpire un’intera categoria», ha ribadito con nettezza Donzelli.
Potere al Popolo chiama a raccolta la piazza… in barba a aggiornamenti giudiziari e chiarimenti politici
Ma evidentemente non basta. Con Potere al Popolo che annuncia via social una manifestazione per oggi pomeriggio in Piazza della Scala, il cui slogan sembra voler mandare sul patibolo al di là di ogni ragionevole dubbio le forze dell’ordine: «Da Abderrahim a Ramy… adesso non raccontateci la favola della mela marcia». Una mobilitazione insomma che, al di là delle singole responsabilità che la magistratura sta accertando, rischia di trasformare un’inchiesta giudiziaria in un processo politico contro le forze dell’ordine tout court. Perché un conto è pretendere verità e trasparenza in uno Stato di diritto. Un altro è generalizzare. Mettere nel mirino un intero corpo. E alimentare l’idea che ogni intervento delle divise sia sospetto per definizione.