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Rogoredo poliziotti

Caccia alla divisa

Rogoredo, dalla lotta allo spaccio al banco degli imputati: altri quattro poliziotti indagati

Dopo l’incriminazione per omicidio volontario del collega che ha sparato, la Procura allarga l’inchiesta: accuse di favoreggiamento e omissione di soccorso. Cresce l’indignazione tra forze dell’ordine

Cronaca - di Alice Carrazza - 18 Febbraio 2026 alle 11:42

L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni, con precedenti per spaccio, colpito il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, si estende ad altri quattro poliziotti. Si aggiungono al collega quarantunenne già indagato per omicidio volontario.

Rogoredo, accuse ai poliziotti

Le nuove contestazioni sono favoreggiamento personale e omissione di soccorso. Gli agenti – tre intervenuti poco prima per un controllo antidroga nella stessa area e uno posizionato alle spalle del collega che ha sparato – avrebbero fornito una ricostruzione ritenuta non conforme al vero e omesso di riferire la presenza di altre persone sul luogo. Si ipotizza inoltre un ritardo nell’attivazione dei soccorsi mentre il ferito era ancora agonizzante.

Nei prossimi giorni saranno interrogati.

“Ho sparato per paura”

L’agente che ha esploso il colpo ha dichiarato: «La mia idea era rincorrerlo. Lo stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il momento decisivo: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». E ancora: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo. Per paura». Il collega presente in quei secondi aveva confermato una versione analoga.

Gli accertamenti balistici e medico-legali hanno stabilito che il colpo è stato esploso da oltre 20 metri. La vittima non era pienamente frontale né di schiena, ma con la testa lievemente ruotata. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra senza fuoriuscire. Restano in corso verifiche sulla pistola a salve trovata vicino al corpo. L’ipotesi accusatoria nasce dal confronto tra verbali, rilievi tecnici e analisi delle telecamere di contesto.

Un teatro operativo ad alto rischio

Il boschetto di Rogoredo è da anni una delle principali piazze di spaccio milanesi. Vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente rendono ogni intervento complesso. L’attività illecita viene organizzata lontano da sistemi di videosorveglianza, con punti mobili e rapidamente modificabili.

Chi interviene in simili contesti opera in pochi secondi, con margini di valutazione ridotti e un livello di rischio elevato. È un dato che non esonera da responsabilità, ma aiuta a comprendere la pressione decisionale in cui maturano certe scelte.

Proprio nei giorni scorsi, a poca distanza dalla sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati. Il contesto criminale non si è dissolto.

Sicurezza e legittimazione istituzionale

L’azione della magistratura rientra comunque nel perimetro di garanzia previsto dall’ordinamento. Ogni uso dell’arma va scrutinato con rigore. Allo stesso tempo, trasformare ogni intervento in un processo mediatico permanente rischia di produrre un effetto opposto a quello dichiarato.

Le forze dell’ordine operano per conto dello Stato in aree dove la presenza pubblica è spesso l’unico argine al degrado. Delegittimare in modo generalizzato chi indossa una divisa non rafforza la sicurezza dei cittadini né aiuta le comunità che chiedono più controllo del territorio. Il punto non è sottrarre nessuno alle verifiche, ma mantenere equilibrio tra accertamento delle responsabilità e riconoscimento della funzione svolta.

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di Alice Carrazza - 18 Febbraio 2026