Sovranità compressa
Referendum: quando la democrazia formale uccide la democrazia sostanziale
Referendum sulla giustizia, Cassazione e decisioni giudiziarie: quando le regole diventano un ostacolo alla volontà popolare
Politica - di Antonio Giordano - 7 Febbraio 2026 alle 13:10
La democrazia può essere svuotata non solo da forzature autoritarie, ma anche da un uso distorto delle regole. È quanto emerge con chiarezza osservando due vicende diverse ma profondamente connesse, al centro della cronaca politica e giudiziaria di questi giorni. Da un lato, la gestione del referendum sulla riforma della giustizia dopo l’intervento della Cassazione. Dall’altro, alcune interpretazioni giudiziarie che hanno portato alla rapida scarcerazione dei violenti di Torino, mentre restano sotto accusa gli agenti impegnati nel mantenimento dell’ordine pubblico. In entrambi i casi, la democrazia formale rischia di soffocare quella sostanziale.
Il fronte referendario
Il primo fronte è quello referendario, al centro del dibattito politico e istituzionale di questi giorni. La Cassazione ha deciso di intervenire sul quesito del referendum confermativo sulla riforma della giustizia, modificandone la formulazione. Una modifica che non incide sul contenuto sostanziale della domanda. Al contrario, la rende più lunga, più tecnica e meno immediatamente comprensibile per il cittadino medio, rendendo più difficile una scelta consapevole.
In una materia già complessa come l’ordinamento giudiziario, la chiarezza dovrebbe essere un obiettivo primario. Qui invece si introduce una complicazione che non aggiunge nulla sul piano informativo. Nel dibattito pubblico di queste settimane emerge con chiarezza il rischio concreto di un rallentamento dell’intero percorso referendario, con effetti diretti sui tempi della consultazione.
Uno smacco agli italiani
Ritardare il referendum significa rinviare la possibilità per gli italiani di esprimersi direttamente su una riforma approvata dal Parlamento. Significa anche rendere più difficile la comprensione del tema da parte di chi non ha strumenti giuridici specialistici. Ma soprattutto produce un effetto istituzionale paradossale, che incide sull’equilibrio tra i poteri.
Se i tempi si allungano oltre misura, il nuovo Consiglio superiore della magistratura verrebbe eletto a riforma già approvata. Tuttavia continuerebbe a operare per anni secondo le regole precedenti. In sostanza, un organo costituzionale agirebbe sulla base di una legge superata. Non per una decisione politica, ma per effetto di un formalismo procedurale.
Democrazia formale in rotta con quella sostanziale
È qui che la democrazia formale entra in rotta di collisione con quella sostanziale. Le procedure, nate per garantire la partecipazione, finiscono per neutralizzarla. Il Parlamento decide, ma la decisione resta sospesa. Il popolo dovrebbe pronunciarsi, ma viene rinviato, con una compressione di fatto della sovranità popolare.
Il caso di Torino
Il secondo parallelismo riguarda le decisioni giudiziarie sui fatti di Torino. I responsabili delle violenze di piazza sono stati rapidamente scarcerati. Parallelamente, agenti delle forze dell’ordine che hanno operato durante i disordini restano sotto indagine. Non si tratta di invocare impunità per nessuno. Si tratta di interrogarsi sul metro utilizzato e sulla coerenza delle valutazioni.
La percezione diffusa è quella di una giustizia indulgente con chi viola l’ordine pubblico e severa con chi è chiamato a difenderlo. Un’impressione che contribuisce ad allargare la distanza tra cittadini e istituzioni, alimentando sfiducia e disorientamento.
La questione decisiva
A questo punto emerge una questione decisiva, che va oltre i singoli casi. Come giudicano i giudici. Applicando la legge nel solco dell’intenzione del legislatore, oppure reinterpretandola in modo creativo, fino a modificarne gli effetti concreti.
La tradizione giuridica italiana ha sempre riconosciuto valore alla mens legis. In caso di ambiguità, l’interprete dovrebbe ricostruire la volontà di chi ha scritto la norma. È un principio di equilibrio tra poteri, pensato per evitare forzature interpretative.
Oggi però questa regola sembra scomparire proprio quando il Parlamento interviene sull’assetto della magistratura. La legge viene letta in modo formalmente impeccabile, ma sostanzialmente svuotato. Il risultato è uno slittamento del baricentro decisionale, con effetti politici evidenti.
Una democrazia non può vivere solo di procedure. Se il voto viene rinviato, complicato o reso inefficace, la sovranità popolare si indebolisce. Se l’intenzione del legislatore viene sistematicamente messa tra parentesi, l’equilibrio tra poteri si altera. Difendere la democrazia sostanziale significa restituire senso alle regole e ricordare che la forma è uno strumento, non un fine.
di Antonio Giordano - 7 Febbraio 2026