Linea dura su Torino
“O con lo Stato o con i violenti, la sinistra non sia ambigua”: Malan mette l’opposizione (e l’Anpi) alle strette
Dopo gli scontri di Torino, il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato chiama in causa l'Anpi, l'estrema sinistra e anche la borghesia torinese
Lucio Malan non usa mezze misure e condanna. «L’assalto a quel poliziotto è tentato omicidio e mi aspetto che questo sia il capo di accusa. Calci, pugni e martelli: quel ragazzo lo volevano morto», afferma oggi, intervistato da La Verità, il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. Il riferimento è alla giornata di sabato a Torino, dove si è toccato uno dei punti più bui della nostra democrazia: un agente massacrato sotto gli occhi impotenti dei colleghi, mentre intorno si consumava una guerriglia urbana organizzata, riconducibile all’area antagonista legata al centro sociale Askatasuna. Per Malan, la violenza non può essere relativizzata né tollerata. E proprio qui individua un problema: «Ha ragione il procuratore di Torino: c’è una buona borghesia che ancora giustifica».
Askatasuna e l’ambiguità della sinistra
Nel mirino del senatore c’è soprattutto ciò che definisce un clima di permissività costruito negli anni attorno ad Askatasuna. E accusa il dem torinese, Stefano Lo Russo, di averlo persino legittimato: «Lo stesso sindaco lo ha considerato come un luogo di arricchimento culturale. Una guerriglia del genere è stata preparata, con luoghi a disposizione per raccogliere le armi che sono state usate in piazza».
Da qui la richiesta: «Che non ci siano sconti per i violenti». E anche un appello all’Anpi, che secondo Malan avrebbe taciuto di fronte a una manifestazione che inneggiava alla Torino “partigiana”: «Qualcuno pensa che massacrare un poliziotto sia una forma di resistenza. Perché l’Anpi ha perso la parola?».
La conclusione è senza compromessi: «O con lo Stato o con i violenti».
L’esperienza in divisa e il rispetto per chi rischia
Malan parla anche da uomo che ha conosciuto, seppur per un periodo breve, la vita nelle forze dell’ordine. Ricorda il servizio da ausiliario nell’Arma nel 1983: «Non ho soltanto battuto a macchina, mi è capitato anche di uscire».
Rievoca arresti, inseguimenti e momenti di tensione reale: «Tirai fuori la pistola, e respirai pienamente la tensione che si vive in quei momenti». Un’esperienza che lo porta a ribadire la solidarietà verso chi indossa una divisa per tutta la vita.
Due pesi e due misure nella giustizia
Uno dei passaggi più duri riguarda la percezione di una disparità di trattamento tra criminali e servitori dello Stato. Malan cita il caso del gioielliere Roggero, chiamato a un risarcimento enorme dopo aver reagito a una rapina: «Lo trovo sconcertante. Si infangano le forze dell’ordine, e poi si trattano i delinquenti come fossero manager, cui bisogna pagare la buonuscita.».
Per il senatore è un rovesciamento morale: «Rubare non è un lavoro». E aggiunge un paragone che pesa: «Le famiglie dei carabinieri uccisi in servizio o in guerra non riceveranno mai le somme esorbitanti accordate ai parenti dei delinquenti». Richiama anche la vicenda di Rami, il ragazzo morto a Milano dopo un inseguimento: «Se la sono presi anche in quel caso con gli agenti in divisa, come se esistessero due codici penali».
Sicurezza, giovani e leggi da applicare
Di fronte a episodi sempre più frequenti che coinvolgono ragazzi giovanissimi, Malan rifiuta letture esclusivamente accademiche: «L’approccio sociologico va bene, ma non basta». E mette in guardia contro l’alibi del disagio: «Quest’ultimo non giustifica le coltellate, gli assalti ai poliziotti o lo spaccio di droga».
La risposta, per lui, resta la fermezza normativa: «Bisogna applicare le leggi, e inasprirle dove serve».
Il decreto Sicurezza e lo sforzo del governo
Sul nuovo decreto Sicurezza, atteso in Consiglio dei ministri, Malan difende l’impianto complessivo e respinge le accuse di propaganda: «Le nostre leggi aumentano la libertà e non la riducono, in particolare la libertà di circolare per strada senza timore di essere aggrediti».
Rivendica poi i numeri: «In questi tre anni siano astati assunti 39.000 agenti delle forze dell’ordine». Conferma l’importanza dell’operazione “Strade sicure”: «Quei soldati rappresentano un deterrente nei confronti dei criminali, e in più rassicurano i cittadini». E, infine, lancia la stangata a quella magistratura militante che troppo spesso chiude un’occhio: «Alcuni magistrati che, tra il delinquente e il poliziotto, fanno cadere i sospetti sempre sul poliziotto».
«È davvero difficile sostenere che oggi vada bene così»
Così, il nodo del referendum, previsto per il 23 e 24 marzo, viene al pettine: «Dire che questa riforma mina l’indipendenza della magistratura è blasfemo. È un’occasione unica per riformare la giustizia». Una bocciatura significherebbe lasciare tutto com’è: «È davvero difficile sostenere che oggi vada bene così».