Il referendum
Mala giustizia, due vite “rovinate” da sinistra a destra. Da Esposito a Landolfi, “lezioni” di diritto per votare Sì
Destra o sinistra, a volte, non fa alcuna differenza, se di mezzo c’è una mala giustizia, nelle sentenze che rimediano tardi a inchieste sbagliate, processi che durano eternità, “sentenzine” che trasformano accuse mostruose e infamanti in buffetti sulla guancia dolorosissimi e che producono effetti devastanti, talvolta peggio degli ergastoli. Nei giorni di dibattito acceso sul referendum sulla riforma Nordio, due “lezioni” di guasti prodotti da un sistema da cambiare, anche con un “Sì”, oggi “Il Tempo” ha accostato le vicende giudiziarie dell’ex ministro delle Comunicazioni, nel governo Berlusconi, esponente di An, Mario Landolfi, e di Stefano Esposito, deputato del Pd e assessore a Roma, due casi diversi ma simili nelle aberrazioni dei tempi, dei modi e dell’interpretazione del diritto.
Mala giustizia, errori o difetti del sistema: i casi Landolfi ed Esposito
“La mia storia giudiziaria testimonia la necessità di separare le carriere e superare l’ipoteca delle Procure. Per chi non conosce il mio passato, sono stato destinatario di una condanna a due anni, senza menzione nel casellario giudiziario, con la sospensione della pena. Prima c’era un capo di imputazione più corposo, poi caduto. Non si tratta, quindi, del classico errore, ma piuttosto di un orrore vissuto sulla mia pelle. Lo Stato, nel mio caso, ha cessato di esistere per diventare violenza. Parola di un imputato che ha rinunciato alla prescrizione, mentre incombeva ancora l’aggravante camorristico”, spiega Landolfi al “Tempo”, facendo riferimento a un libro nel quale il giornalista Luca Maurelli ha ricostruito la sua odissea, “Anatomia di un’ingiustizia. Il processo a Mario Landolfi“, con prefazione di Alessandro Barbano. “Il mio calvario è un mix di violazioni di legge e atti che non sono compatibili con la funzione di chi giudica. Chi deve applicare e far rispettare la legge, non può essere il primo a manipolarla o peggio violarla. Per salvare un “test utile” si rovina la vita di un innocente”. Il nodo giurisprudenziale, anzi, il paradosso, si manifesta il 18 novembre 2019, quando il collegio si ritira in camera di consiglio e ne esce dopo sei ore senza sentenza ma con la richiesta di riascoltare un teste già sentito e del quale, per accordo delle parti, erano stati acquisiti decine e decine di verbali provenienti da altri filoni processuali, a cominciare da quello a carico di Nicola Cosentino. “Potevano farlo, certo, lo dice l’articolo 507 del codice di procedura penale, reliquia del rito inquisitorio sopravvissuta nel processo, purché assolutamente necessario. E non lo era, dal momento che nelle motivazioni il giudice ha accuratamente omesso di riferire le clamorose e insanabili contraddizioni fatte emergere dal teste riascoltato su una circostanza decisiva ai fini della valutazione della sua attendibilità per sostituirle con una dichiarazione già agli atti, dopo averla per altro amputata della parte a me favorevole. Un ‘taglia e cuci’ grazie al quale ha ribaltato la dichiarazione del teste”.
Diciassette anni di inchieste e processi, fino alla sentenza “topolino” che ha tagliato fuori Landolfi dalla vita politica, sullo sfondo di una stagione di scontro tra berlusconismo e anti-berlusconismo giudiziario. “L’obiettivo non ero io. Ma per assolvermi del tutto, avrebbe dovuto dichiarare inattendibile il pentito, carta preziosa calata dalla Procura in altri processi. (Cosentino, fedelissimo di Berlusconi ndr). Insomma, dovendo scegliere tra le esigenze dell’accusa e il diritto dell’imputato a un processo equo il mio giudice non ha avuto dubbi: condanno Landolfi e non scontento il collega pm, con buona pace della terzietà, dell’imparzialità e bla bla bla”. Poi, sul “Tempo”, oggi, c’è anche la storia altrettanto assurda di Stefano Esposito, riassunta nel libro del giornalista Ermes Antonucci, dal titolo “Massacro giudiziario”.
La sinistra che ha sperimentato le disfunzioni del sistema
“Ho scontato una pena aspettando per sette anni e mezzo la mia assoluzione. La Corte Costituzionale ha parlato, cito testualmente, di un’indagine preordinata. Peraltro tirando dentro, e questo è una cosa che per me è un grande elemento di dispiacere, un mio amico imprenditore che è stato completamente rovinato, perché ovviamente da queste indagini è uscito con le aziende chiuse, con la sua attività andata in malora”, racconta Esposito, ex parlamentare del Pd, ripercorre la vicenda giudiziaria che gli ha portato via sette anni e mezzo di vita prima di esserne completamente scagionato. Era l’ottobre 2020 quando venne indagato per traffico di influenze illecite in un procedimento che ha visto 40 indagati coinvolti a diverso titolo nel processo che prese il nome di “Bigliettopoli”. Nel dicembre 2024 il Gip di Roma dispone l’archiviazione.
“Io ho denunciato sia il pm che il gip, ma alla fine ha avuto giusto un buffetto perché è stato trasferito dal penale al civile e da Torino a Milano e gli hanno tolto un anno di anzianità che oggettivamente fa ridere. Qui c’è un pm che si trova con una sentenza della Corte Costituzionale che gli dice che ha preordinato l’indagine, il Csm che nel sanzionarlo parla del fatto che avrebbe utilizzato un escamotage per poter condurre questa indagine. In un paese normale, non sarebbe tra virgolette premiato mandandolo da Torino a Milano e passandolo dal penale al civile, mantenendo peraltro tutte le sue prerogative. É evidente che il Csm e il sistema disciplinare hanno qualche difficoltà ad andare d’accordo, ma c’è altro. In un sistema dove sono sganciate le carriere di pubblici ministeri e giudici, probabilmente il GIP avrebbe preso atto di quelle che erano le violazioni di quell’indagine e avrebbe fermato tutto risparmiandomi quattro anni di pena che poche non sono…”.