Oltre il mito del "padrino"
Mafia, la vera storia della cattura di Brusca e Provenzano nella web-serie del Coisp: per dire basta a mitologia e epica dei boss
«Così lo Stato ha risposto alla mafia»: non è un lancio promozionale, ma il contorno narrativo con cui il Coisp lancia la web-serie sulle catture di Brusca e Provenzano e riavvolge il nastro, tornando a quegli anni in cui c’erano le sirene, certo. Ma c’erano soprattutto le macerie. C’era il fumo nero delle autobombe che rendeva l’aria irrespirabile, oscurava il sole di Palermo, e sporcava il tricolore che, sempre più spesso, scivolava sulle bare di giudici e poliziotti ridotto quasi a sudario di resa ormai inutile a coprire tragedie e sangue. Erano gli anni in cui la piovra pensava di aver vinto, anzi: di aver avvinto nei suoi tentacoli uno Stato messo all’angolo, pronto a trattare o a fare un passo indietro. Ma sotto quella superficie di dolore, nel silenzio di uffici polverosi e volanti ammaccate, qualcuno stava scrivendo un finale diverso.
Sì, perché proprio sotto la superficie dello strazio e della paura, del coraggio e della determinazione a vincere una guerra civile, lo Stato studiava e si riorganizzava. E all’interno di questure e uffici giudiziari prendeva forma la risposta. Allora, è da qui che parte la web-serie realizzata dal sindacato di polizia Coisp e in uscita oggi sui suoi canali social, dedicata ai trent’anni dall’arresto di Giovanni Brusca e ai venti dalla cattura di Bernardo Provenzano.
Mafia, debutta online la web-serie del Coisp che oscura le fiction sui boss
Una web-serie che non è solo memoria, ma un atto di giustizia narrativa. In un’epoca in cui certe serie tv rischiano di trasformare i criminali in eroi e icone da poster, il Coisp inverte lo sguardo della telecamera. Il focus non è sul male: ma sulla risposta sferrata al male. Si celebra il trentennale dell’arresto di Giovanni Brusca e il ventennale della cattura di Bernardo Provenzano: ma lo si fa con l’estetica asciutta di chi la strada l’ha consumata davvero. Pertanto, dimenticate – almeno per il tempo della visione – superpoteri digitali e satelliti in 4K. La serie ci riporta in quel laboratorio artigianale fatto di pedinamenti infiniti. Intercettazioni analogiche. E a quella “genialità del territorio” che non si impara sui manuali: si vive in strada.
Oltre il mito del “padrino”
È il racconto di una stagione in cui figure come Renato Cortese, Luigi Savina e Claudio Sanfilippo – uomini che hanno guardato il mostro in faccia, negli occhi – hanno ricostruito la dignità di una nazione. Uomini a capo di indagini condotte con i mezzi che la tecnologia di trent’anni fa metteva a disposizione, e quindi senza gli strumenti digitali avanzati di oggi, ma con esperienza, intuito e conoscenza profonda del territorio. Quella che la serie racconta sul web non punta sul ritratto dei boss: ma sfoglia il manuale di come capoclan e gregari sono stati annientati. È la storia dello “Scanna Cristiani” e del “Ragioniere” ridotti a quello che erano: latitanti in fuga, braccati dall’intelligenza e dalla determinazione di uno Stato che aveva deciso di non arretrare più.
La lotta tra il Bene e il Male e l’epica delle investigazioni prima dei virtuosismi digitali
Il primo episodio ricostruisce la stagione più drammatica della lotta a Cosa Nostra: Palermo come fronte di una guerra non dichiarata. La mafia che tenta di mettere in discussione le regole democratiche. Lo Stato che reagisce. Una sfida che assume quasi i contorni epici di una lotta tra il bene e il male, combattuta con gli strumenti della legge. E, soprattutto, con l’intelligenza investigativa. Ed è in quel laboratorio fatto di pedinamenti, appostamenti, intercettazioni tradizionali e incroci di dati e informazioni, che prende forma la strategia destinata negli anni successivi a portare alle grandi catture.
Mafia, nella web-serie del Coisp gli uomini dello Stato che hanno dato una svolta alla storia
Di più. La serie ripercorre anche il lavoro di investigatori che furono protagonisti di quella stagione decisiva: Renato Cortese, all’epoca funzionario del Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia di Stato. Luigi Savina, allora dirigente della Squadra Mobile di Palermo. Claudio Sanfilippo, dirigente della Sezione Catturandi della Squadra Mobile, il reparto specializzato nella ricerca e nell’arresto dei latitanti. È attraverso il racconto delle loro attività operative e delle strategie messe in campo che prende forma la ricostruzione delle catture di Brusca, lo “Scanna Cristiani”. E di Provenzano, tra i simboli più feroci dell’escalation criminale di quegli anni.
Ma, lo dicevamo, la serie non è un ritratto dei boss: è il racconto di come sono stati presi. Di come la genialità investigativa, il lavoro silenzioso e la determinazione di donne e uomini dello Stato abbiano consentito di colpire al cuore Cosa Nostra. «Vogliamo raccontare un pezzo di storia del nostro Paese – spiega Domenico Pianese, segretario generale del Coisp – ricordando cosa accadde quando la mafia tentò di mettere in discussione le regole democratiche. Fu una vera e propria lotta tra mafia e Stato. Da una parte i mafiosi e gli assassini. Dall’altra le donne e gli uomini che con professionalità e acume investigativo contribuirono a scrivere una delle pagine decisive della lotta alla mafia».
Un racconto di memoria e responsabilità
Non un’operazione celebrativa, dunque, ma un racconto di memoria e responsabilità per ricordare che dietro ogni cattura eccellente non c’è solo un nome. Ma uno Stato che ha scelto di non arretrare. E allora: da una parte gli assassini. Dall’altra donne e uomini che hanno anteposto il dovere alla vita. Per questo la web-serie è un “noir” reale. Una sequenza di fatti che ricorda alle nuove generazioni che la democrazia non è un regalo: ma il risultato di una guerra vinta da chi indossava una divisa senza fare troppo rumore. Perché in questa produzione non ci sono antieroi affascinanti. C’è solo lo Stato che risponde. E stavolta, il finale lo scrivono i buoni.