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Torino violenze sinistra

Fine dell’alibi

Le violenze di Torino spaccano la sinistra. L’ex Pci Pasquino: “Sparare no, ma qualche manganellata ci vorrebbe”

Pasquino, Violante e Fassino: tre voci interne al campo progressista che inchiodano il giustificazionismo e l’illusione di “governare” i centri sociali

Politica - di Alice Carrazza - 3 Febbraio 2026 alle 12:30

«Sono dell’idea che non bisogna sparare. Però, senza uccidere, qualche manganellata e qualche sistema forte per respingere gli assalitori bisogna usarlo». Non è un ministro “securitario”. È Gianfranco Pasquino, ex senatore Pci. Ed è proprio questo il punto: quando un intellettuale cresciuto nella cultura progressista ammette che lo Stato deve condannare gli assalti alle forze dell’ordine, significa che la retorica della piazza buona e della violenza inevitabile non regge più. Perché a Torino non si è visto “disagio”. Si è vista organizzazione.

La violenza non arriva per caso

«I poliziotti fanno quello che possono», ammette il professore con certa onestà intellettuale al Messaggero. «Qualche volta magari esagerano. Ma io li capisco». Stare in prima fila mentre ti urlano «servo della borghesia», ti sputano, ti provocano, non è un dibattito democratico. E quando qualcuno prova a invocare la solita sociologia dell’alibi, la risposta è secca: “Disagio un corno! La violenza è il loro modo di esprimersi».

Violante e l’ingenuità che copre tutto

Su questa stessa linea si colloca anche Luciano Violante, ex presidente della Camera, che avverte senza ambiguità: «Askatasuna si è messa fuori legge con le proprie mani». Ma il punto più interessante non è l’etichetta sul centro sociale, ma la denuncia aperta a certi “settori… giustificazionisti” dell’ “upper-class”. «Non comprendono che un conto è un’iniziativa per la libertà di manifestazione e di riunione. E un altro conto è approfittare di questo diritto di libertà per poi sfasciare la città».

Violante poi inchioda sulla domanda che tutti fingono di non porsi: «Quando sai che vengono dalla Francia, dalla Germania e da altri Paesi in massa, non puoi non domandarti se vengono per fare una passeggiata lungo il Po. Mi stupisco di questa “ingenuità”».

Le “derive autoritarie” come scusa propagandistica

Il dem liquida inoltre la narrazione riflessa secondo cui denunciare la violenza significherebbe preparare la svolta autoritaria dell’Italia: «Queste a mio avviso sono sciocchezze propagandistiche». È una frase che pesa: perché toglie l’ultimo scudo retorico a chi, ogni volta che lo Stato reagisce, grida al fascismo in arrivo.

Fassino e la memoria degli anni Settanta

Infine arriva Piero Fassino, ex sindaco di Torino per il Pd, che davanti alle immagini di sabato non fa finta di nulla: «Hanno richiamato alla mia memoria gli anni ’70. Quando le Brigate Rosse, Prima linea e altri gruppi insurrezionali svilupparono un’aggressione terroristica contro la città, provocando molte vittime e sofferenze».

«Non ci possono essere dubbi nell’esprimere una presa di distanza netta e ferma» verso questi facinorosi. Fassino, tuttavia, mette anche la sinistra davanti ai suoi errori: l’approccio secondo cui «bisogna stare dentro a qualunque movimento con l’illusione di dirigerlo» è un approccio “sbagliato”. Non ogni movimento ha valore in sé. Si sta con chi pratica la politica “con gli strumenti della democrazia”. Non con chi usa “le spranghe e i bastoni”». E qui, dice Fassino, «non ci possono essere mezze misure».

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di Alice Carrazza - 3 Febbraio 2026