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Il vicepresidente Usa JD Vance in Armenia

L'analisi

La “piccola” Armenia: l’avamposto europeo nel cuore del Caucaso in bilico sul monte Ararat

La recente visita di JD Vance ha riacceso i riflettori su un Paese attraversato da fratture profonde e spinte opposte: da un lato l’apertura a Occidente, dall’altro la necessità di non rompere definitivamente con Mosca

Esteri - di Gugliemo Pannullo - 15 Febbraio 2026 alle 07:00

Quando nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolse, per l’Armenia non fu soltanto la fine di un sistema politico. Fu, ancora una volta, un ritorno alla storia. Yerevan tornava indipendente dopo settant’anni di dominio sovietico e dopo secoli di spartizioni tra imperi: persiani, ottomani, zaristi. In realtà, più che una nascita, fu una sopravvivenza. L’ennesima.

Un avamposto europeo nel cuore del Caucaso: l’Armenia

Il territorio rimasto era appena una frazione dell’Armenia storica, ma bastava a custodire una civiltà che ha sempre fatto della caparbietà la propria forma di esistenza. Per capire l’Armenia di oggi bisogna partire dall’alba della nostra civiltà, da un popolo indoeuropeo, oggi cristiano, che si percepisce come un avamposto europeo nel cuore del Caucaso.

Il destino di essere frontiera e crocevia

Gli armeni ricordano con orgoglio di essere stati il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente il cristianesimo, nel 301. Non è una nota folkloristica o un vezzo, è la spina dorsale della loro identità. Incastonata tra la Turchia e l’Azerbaigian, con l’Iran poco più a sud e la Georgia a nord, l’Armenia si sente, a ragione, una frontiera e un crocevia allo stesso tempo. Non solo geograficamente parlando, ma anche culturalmente e religiosamente.

Alle radici dell’identità

Questa identità non è rimasta un’astrazione. È incisa nella pietra dei khachkar, le croci scolpite con motivi celtici che punteggiano il Paese come una mappa spirituale e che oggi vorrebbero essere inglobate dall’invasore azero; è nelle famiglie allargate che aprono le loro case ai viaggiatori; è nelle fontane disseminate ovunque e nelle feste del Vardavar che trova le radici nell’omaggiare la fertilità e la dea dell’acqua, segni concreti di vita in una terra che ha poche infrastrutture ma abbondanza d’acqua. Ed è soprattutto nell’alfabeto inventato nel V secolo da Mesrop Mashtots, un gesto geniale che ha impedito l’assimilazione e ha dato agli armeni una letteratura, una memoria, un’anima nazionale. Senza lingua propria, probabilmente oggi non esisterebbero.

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh

Eppure, la storia recente è stata brutale e cruenta. Il conflitto per il Nagorno-Karabakh, o Artsakh per gli armeni, ha segnato gli ultimi quarant’anni. Dopo la prima guerra negli anni Novanta, la vittoria azera del 2020 e l’offensiva lampo del 2023 hanno cambiato definitivamente gli equilibri. Oltre centomila armeni sono fuggiti dall’enclave. Un’altra diaspora, un esodo coatto. La questione è stata formalmente chiusa dal governo di Nikol Pashinyan, che ha scelto la strada della normalizzazione con l’Azerbaigian. Ma a quale prezzo?

L’Ararat, la montagna contesta

Baku continua a parlare di corridoi extraterritoriali, di “terre storiche”, mentre aumenta il bilancio militare. La Turchia, legata all’Azerbaigian dal motto “una nazione, due stati”, subordina ogni apertura a un trattato definitivo. Sullo sfondo resta la ferita del genocidio e quella, simbolica ma non solo, del Monte Ararat: montagna sacra per gli armeni, oggi interamente in territorio turco. Tradizionalmente i confini si tracciano sulle creste, sulle vette; in questo caso, Ankara decise di inglobare tutta la vetta, interdicendone l’accesso. Da Yerevan l’Ararat domina l’orizzonte, ma è oltre frontiera. È un’immagine potente della condizione armena e del dominio turco che, da Paese musulmano, si impossessa della montagna dove approdò l’Arca di Noè.

La Dichiarazione di Washington e la visita di Vance

Nel 2025 la cosiddetta Dichiarazione di Washington ha aperto una nuova fase, promuovendo la Trump Route for International Peace and Prosperity, il corridoio Tripp, 43 chilometri attraverso l’Armenia meridionale per collegare l’Azerbaigian alla sua exclave del Nakhchivan, inglobata fra Armenia e Iran. La recente visita del vicepresidente americano JD Vance il 9 febbraio scorso ha sancito il ritorno deciso degli Stati Uniti nel Caucaso.

Accordi su droni, cooperazione nucleare civile, investimenti miliardari, che aiutano Washington a sottrarre Yerevan all’orbita russa e a creare un asse logistico che aggiri sia Mosca sia Teheran. Di nuovo, un crocevia geografico di collegamento fra occidente e oriente, fra Nord e Sud.

Nell’orbita europea, non più in quella russa

Per la Russia è un colpo sensibile. L’alleanza militare esiste ancora formalmente, ma la guerra in Ucraina ha ridotto la capacità di proiezione del Cremlino e forse anche la volontà di avere frizioni con l’asse turco-azero. L’Armenia ha congelato la partecipazione ad alcune strutture guidate da Mosca e guarda sempre più verso Bruxelles. Anche perché la Russia, in Armenia, non si è mai comportata da “padre” quanto da potenza coloniale, pronta a prendere e a lasciare le briciole.

Nel maggio 2026 Yerevan ospiterà vertici europei di alto livello, un evento impensabile fino a pochi anni fa. L’Unione europea ha dispiegato una missione civile di monitoraggio lungo il confine e ha avviato un dialogo sulla liberalizzazione dei visti. Il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’Armenia possiede i requisiti per presentare domanda di adesione.

L’impegno italiano per la stabilità del Caucaso

In questo quadro si inserisce anche il rafforzamento del partenariato con l’Italia. Sotto il governo di Giorgia Meloni, Roma ha intensificato la cooperazione in materia di difesa, giustizia e sviluppo sostenibile. Il piano di cooperazione militare firmato a Yerevan nel dicembre 2024, l’aumento dell’interscambio commerciale, il sostegno italiano al percorso europeo armeno e il dialogo ambientale culminato nei preparativi per la Cop17 del 2026 testimoniano un salto di qualità. Viene così manifestata la presa di coscienza e la consapevolezza che la stabilità del Caucaso riguarda anche l’Europa mediterranea.

Il paradosso armeno

L’Armenia del 2026 è una società attraversata da fratture profonde. Il primo ministro Pashinyan si presenta come l’uomo della pace e dell’avvicinamento all’Occidente, sostenendo che l’alternativa sia una guerra permanente. Una parte consistente della popolazione, però, non accetta che l’Artsakh venga archiviato come una parentesi chiusa. La Chiesa apostolica armena, pilastro identitario, è entrata in tensione con il governo non solo per temi politici ma esistenziali. Niente e nessuno, secondo loro, può giustificare una mutilazione territoriale di questa portata.

Yerevan si trova così stretta tra potenze più grandi, costretta a un equilibrismo quasi impossibile per un Paese che ha sì risorse, sì rilevanza strategica, ma poco da offrire oltre al proprio patrimonio identitario. Nessun esercito possente, nessuna proiezione extra territoriale, nessun movimento d’opinione globale, nessun giacimento di gas o petrolio o di terre rare in quantità.

Da un lato vi è l’apertura a Occidente, dall’altro la necessità di non rompere definitivamente con Mosca; da un lato la promessa di pace e commercio, dall’altro il timore che una pace asimmetrica cristallizzi la sconfitta. Eppure, nonostante tutto, l’Armenia continua a percepirsi come baluardo. E, forse, anche ad esserlo non in senso retorico, ma storico. Come un popolo che ha attraversato imperi, genocidi, esodi e che ancora oggi, in un fazzoletto di terra caucasica, dove le uova delle galline si congelano d’inverno e gli alberi da frutto, in estate, sono molto produttivi, rivendica la propria appartenenza alla civiltà europea.

Forse è questo il paradosso armeno. È un Paese piccolo, vulnerabile, spesso solo. Ma possiede una coscienza di sé rarissima, unica. Finché quella resterà viva – nella lingua, nella scrittura, nella fede, nelle famiglie, nella memoria – l’Armenia continuerà a esistere. Anche quando le carte geopolitiche verranno mescolate ancora una volta.

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di Gugliemo Pannullo - 15 Febbraio 2026