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La mamma del piccolo Domenico chiede verità e giustizia

Una madre coraggio

La mamma di Domenico tra dolore e rabbia: tutti sapevano, nessuno ha parlato e mi dicevano bugie. Ora voglio giustizia e verità

Cronaca - di Bianca Conte - 22 Febbraio 2026 alle 11:28

Patrizia, una madre coraggio piegata dal dolore e spezzata da una rabbia contenuti in due mesi di paura, speranza e preghiera. Ci sono tragedie che scavalcano i confini della cronaca nera per diventare ferite collettive, trafiggendo la coscienza di un intero Paese. La morte del piccolo Domenico, spirato al Monaldi di Napoli dopo un calvario durato due mesi, è una di queste. Un dramma che ha unito l’Italia in un abbraccio silenzioso: dalla politica, con il cordoglio della Premier Meloni, alla Chiesa, con la vicinanza del cardinale Battaglia e l’attesa per la benedizione del Papa. Ma dietro l’emozione nazionale resta il grido straziante di una madre che, a poche ore dall’ultimo bacio dato al figlio, ha deciso di rompere il muro del silenzio.

Patrizia, la mamma coraggio del piccolo Domenico tra dolore e rabbia

In un’intervista carica di dignità e rabbia rilasciata al Corriere della Sera, Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ripercorre i passaggi di un incubo iniziato la sera del 22 dicembre. «Mio figlio è entrato in ospedale col suo cuoricino malato che correva, che giocava… era un bambino con una vita normale. E invece…», racconta. Poi la speranza di un trapianto e l’arrivo di quell’organo da Bolzano che, si scoprirà poi, era gravemente danneggiato: “bruciato”. «Dopo l’intervento mi hanno detto: il cuore non batte. Cercavano di tranquillizzarmi, dicevano che era subito in lista per un nuovo organo». Ma la verità era un’altra, e i sospetti di un errore fatale sono emersi solo grazie alle inchieste giornalistiche.

L’accusa: «Tutti quelli che erano lì sapevano, ma hanno taciuto»

E il Corriere chiede conto alla mamma, anche su questo punto: «Hanno aspettato che la cosa venisse fuori sui giornali? Perché?». «Perché hanno avuto paura».
«Chi?». «Finché non saprò la verità non posso dirlo. Ma qualcuno parlerà, deve parlare. Perché mio figlio adesso non c’è più. E se n’è andato per colpa di qualcuno, anzi più di uno. Di questo sono certa…».

«Hanno avuto paura Mi guardavano negli occhi e mi dicevano bugie ogni giorno»

Di più. «Tutti. Tutti quelli che erano lì, che sapevano». Parole, quelle di Patrizia, che pesano come macigni scagliati contro silenzi e omertà. Non accusa l’intero ospedale – Attenzione, badate bene, io non ce l’ho con tutto il Monaldi, che resta comunque un grande ospedale –. Ma punta il dito contro chi sapeva e ha taciuto: «Tutti quelli che erano lì sapevano, ma nessuno ha parlato. Perché hanno avuto paura. Mi guardavano negli occhi e mi dicevano bugie ogni giorno». Dandole speranze che non c’erano…

Il tradimento più profondo che la mamma di Domenico non riesce a perdonare

E ancora: «Perché non è possibile che nessuno sapesse niente… Per questo adesso mi sento tradita. Mi sento presa in giro. Perché io mi sono fidata di loro. Io gli ho affidato la vita di mio figlio. È una cosa che non posso perdonare». È questo, allora, il tradimento più profondo: la rottura del patto di fiducia tra medico e paziente. Un tradimento che ora scava nel dolore e che fa dire alla donna: «Adesso provo solo schifo. Ho affidato la vita di mio figlio a persone che mi stringevano la mano sapendo di mentire. Questo non posso perdonarlo»…

«Adesso voglio la verità»

«Mi guardavano negli occhi e mi dicevano bugie. Ogni giorno. Per questo adesso voglio la verità. Voglio che chi ha sbagliato paghi. Non per vendetta, ma perché non deve succedere più a nessun altro bambino. Mio figlio non me lo ridà nessuno, ma almeno che la sua morte serva a qualcosa, a cambiare questo sistema». E perché «Domenico se n’è andato – ripete a se stessa questa madre coraggio affranta, quasi a doversene convincere fin nel profondo, a fronte di una incredulità che questa perdita le lascia addosso –. È diventato un angioletto – dice sommessamente –. Ma io farò in modo che non sia dimenticato».

Lo striscione con la scritta «Domenico perdonaci»

Allora, nonostante il dolore sia a fior di pelle e in ogni ganglo connettivale, Patrizia racconta di essere andata a comprare il vestitino per la bara poco prima dell’intervista ma che la volontà di ottenere giustizia è ferrea. Quanto la determinazione a perpetuare la memoria del piccolo Domenico: nascerà una fondazione per aiutare altri piccoli pazienti, proteggendo il suo ricordo anche dagli “sciacalli” che già tentano di speculare sul dolore.

E qualcuno dovrà chiedere perdono…

L’Italia intera attende ora che la magistratura faccia luce sulle responsabilità. La stessa Patrizia racconta nell’intervista un particolare emblematico: «Sapete? Davanti a casa mia, a Nola, qualcuno ha appeso uno striscione con una grande foto di mio figlio: “Domenico perdonaci”, c’è scritto». Ecco, come recita la scritta, qualcuno deve chiedere perdono.

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di Bianca Conte - 22 Febbraio 2026