Il rifiuto della violenza
La Camera ricorda Quentin. E la sinistra perde l’ennesima occasione per prendere le distanze dall’antifascismo militante
Tutte le forze politiche condannano "senza se e senza ma", ma a sinistra manca il rifiuto con qualsiasi contiguità con gli ambienti violenti, che viene sostituito con le accuse di strumentalizzazione rivolte alla maggioranza
La Camera ha ricordato con un minuto di silenzio Quentin Deranque, il ragazzo francese di 23 anni ucciso di botte dagli antifascisti a Lione. La commemorazione, promossa da FdI, offriva anche la possibilità per tutte le forze politiche di prendere una distanza netta dalla violenza politica, che per essere credibile richiede però il rifiuto esplicito di qualsiasi contiguità con gli ambienti che la perpetrano. Un passaggio che, purtroppo, la sinistra non è riuscita a compiere rispetto al mondo antagonista e dell’antifascismo militante, preferendo piuttosto presentarsi come vittima di strumentalizzazione politica.
La richiesta di una condanna unanime e il monito contro le «aderenze»
«Tutte le forze si devono unire nel condannare, nel prendere le distanze, nel commemorare un ragazzo vittima del fatto di essere un attivista che manifestava per le proprie idee. Non c’è nulla che giustifichi tutto questo», ha detto la deputata di FdI, Augusta Montaruli nel suo intervento, chiedendo un passo in più: «Una presa di distanza e di condanna unanime per un fatto così grave come quello avvenuto in Francia, ma che non è molto distante da altri episodi avvenuti anche nel nostro Paese», sebbene con epiloghi non altrettanto drammatici. «L’odio e la violenza politica vanno condannati senza esitazione, senza distinguo, senza silenzi e senza “ma”», ha aggiunto l’esponente di FdI, ricordando che tra gli 11 arrestati c’è anche un esponente legato a La France Insoumise, quel Jacques Élie Favrot, che, prima di essere sospeso dai vertici dell’Assemblea francese per i fatti di Lione, era assistente parlamentare del deputato Raphael Arnault, fondatore della Giovane guardia antifascista cui afferiscono alcuni dei fermati per l’omicidio di Quentin. «Dobbiamo ricordarci – ha concluso Montaruli – che non ci possono essere aderenze di questo tipo».
Quel passaggio necessario che la sinistra elude
Il senso delle parole di Montaruli è stato condiviso da tutto il centrodestra, con il deputato leghista Paolo Formentini che ha rivolto un appello «con il cuore» alla sinistra affinché smetta di frequentare «centri sociali come Askatasuna». Certo, si tratta di un passaggio per tanti motivi doloroso per la sinistra, ma non più procrastinabile. Invece, non è stato colto. «Di fronte a brutali aggressioni non c’è bisogno di conoscere le idee degli aggressori per esprimere sempre la nostra netta, totale, completa condanna», ha detto Andrea Casu del Pd che ha sottolineato la necessità di condannare «perché crediamo che semi di violenza stanno crescendo anche attorno noi e crediamo che nessuno possa permettersi di utilizzare l’ideologia per attribuire a fatti gravi valenze diverse». Affermazioni di valore assoluto, che però suonano non allineate con la tradizionale tendenza del Pd a riconoscere sempre con grande solerzia la violenza vera o presunta di stampo “fascista” e sempre con grande difficoltà quella degli ambienti antifascisti.
L’accusa di strumentalizzare il ricordo di Quentin
Risultano poi sconcertanti le parole della deputata M5S, Enrica Alifano, che ha detto che «non si dovrebbe morire così giovani, eppure accade ogni giorno: a Quentin Deranque o in guerre insensate». «Non ci sono parole, ma episodi terribili come questo non possono portare alla criminalizzazione di una parte politica o alla riduzione degli spazi di dissenso e di democrazia. Bisogna evitare commemorazioni strumentali o meglio funzionale alla compressione degli spazi della democrazia», ha aggiunto la pentastellata, dando l’idea di ritenere che la commemorazione di Quentin rientrasse in questo perimetro di strumentalizzazione e di ignorare che il ragazzo sia stato ucciso proprio per la reazione violenta degli antifascisti a una democratica e pacifica manifestazione di dissenso del collettivo femminile Nemesis rispetto alle politiche de La France Insoumise.
Fratoianni rivendica la «non violenza» di Avs…
È però con Avs che si è deragliati completamente dalla possibilità di fare di questo lutto che ha colpito così profondamente il senso della democrazia in Europa un momento di riflessione autentica, profonda, matura, collettiva. Fratoianni ha, sì, raccolto «l’invito al ricordo e alla condanna senza se e senza ma della vile aggressione che ha portato all’assassinio di Quentin Deranque», ma poi ha aggiunto che «ci sono stati interventi da parte di esponenti delle istituzioni che, anche questa volta, non hanno assunto il profilo adeguato che avrebbero dovuto tenere rispetto a un simile evento. Chi ha scelto questa strada, cioè quella di utilizzare una commemorazione in modo sbagliato, deve sapere che in Avs troverà un muro». «Abbiamo la non violenza come punto di riferimento fondamentale», ha rivendicato il leader di un partito che ha candidato Ilaria Salis, che aveva propri esponenti in piazza al corteo di Torino per Askatasuna degenerato in violentissimi scontri e che non ha mai voluto recidere i legami con quegli ambienti antagonisti che sono stati protagonisti di tanti episodi di violenza.
Bonelli denuncia le inaccettabili minacce ricevute, ma si perde sul finale
L’altro leader di Avs, Angelo Bonelli, poi, ha usato la commemorazione di Quentin per lanciare un atto d’accusa verso la maggioranza, “rea” in questi giorni di aver ricordato le troppe contiguità dell’estrema sinistra parlamentare con l’estrema sinistra extraparlamentare. «Rischiamo di diventare bersagli, noi ci sentiamo bersagli», ha detto Bonelli, riferendo di «gravissime minacce, tutte denunciate alla polizia» ricevute da lui e Fratoianni. Si tratta di messaggi raccapriccianti e di inaudita violenza, che Bonelli ha letto in Aula e che investono anche i suoi familiari. Sulla scorta di questa denuncia Bonelli si è associato alla richiesta di informativa del ministro Piantedosi sulla violenza politica avanzata ieri dal vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. «Ai giovani dico di scegliere la non violenza, uno strumento rivoluzionario e impedisce a chi vuole criminalizzare il dissenso e la democrazia nel nostro Paese di metterlo all’angolo», ha concluso Bonelli, scivolando nuovamente sulla strumentalizzazione. Una scelta che rammarica.