Intervista ad Antonio Semerari
“Il narcisismo si nutre di disvalori: secolarizzare le idee o la religione non è la soluzione”
Il più grande psicopatologo italiano affronta con il Secolo le dinamiche e i temi di un'epoca di debolezza valoriale
Cronaca - di Mario Campanella - 3 Febbraio 2026 alle 15:28
Antonio Semerari è probabilmente il più grande psicopatologo italiano vivente. Fondatore del Terzo Centro di Roma, è uno dei padri del cognitivismo. Con lui abbiamo affrontato il tema del narcisismo nella società e nella cultura.
Oggi è il momento dell’affermazione dell’Io ?
Direi il contrario; è il periodo della debolezza dell’Io. Il nulla e il vuoto abitano sempre più dentro di noi facendoci percepire tutta l’inconsistenza del nostro esistere. Una reazione a questo è il tentativo narcisista di sentirsi grandiosi. Ma il risultato è oscillare tra Cesare e nessuno. Tra il culto di sé e il sentirsi il resto di niente. In questo modo viene meno una delle funzioni fondamentali dell’Io, quella di progettare e regolare se stessi, di modificarsi e di crescere influenzando sé attraverso il proprio dialogo interiore. Per il narcisismo non c’è divenire: o si è già perfetti, come Dio, o si è nulla.
Quanto incide la secolarizzazione delle idee e dei valori religiosi?
Domanda difficile per un modesto psicoterapeuta. Sartre, da ateo, ricordava che la morte di Dio non può essere gratuita. Secondo la sua visione il vuoto lasciato da Dio ci condanna alla libertà e alla responsabilità e, da qui, faceva scaturire la necessità dell’impegno politico e sociale. Tuttavia dimenticava che tutto ciò che viene fatto per uscire dal vuoto tende a diventare coazione e dipendenza. Anche le cose più sane, come la ginnastica, fatte per contrastare il vuoto diventano una dipendenza coercitiva. In questo quadro l’impegno come mezzo per sfuggire al vuoto è destinato a diventare fanatismo e non importa quanto nobile sia l’idea a cui ci si dedica. Non sono uno storico, ma penso che alcuni aspetti culturali dei totalitarismi del Novecento possano essere compresi in questa chiave.
Quali sono i tratti narcisistici?
Il narcisismo può essere compreso pensandolo come un tentativo di risolvere sensi di vuoto e timori di umiliazione attraverso un’immagine grandiosa di sé, perseguita nella realtà o nella fantasia. Ciò provoca un bisogno costante di provare d’orgoglio e un’eccessiva focalizzazione su una propria immagine vana come quella riflessa di Narciso alla fonte. Questa eccessiva attenzione ad un’immagine illusoria comporta una disattenzione verso i propri bisogni fondamentali e verso i bisogni degli altri. Sottolineo che in nome della propria immagine vana il narcisista non solo trascura gli altri e li utilizza ai fini del proprio senso di sé ma trascura anche le sue necessità di base, come Narciso che, ignorando i segnali del corpo, si lasciò morire di inedia. In ogni caso, quando la grandiosità è raggiunta vi è un buon adattamento e quasi totale assenza di sintomi psichiatrici. Via via che il senso di grandiosità entra in crisi si manifesta la conflittualità con gli altri. Il soggetto vive uno stato di insoddisfazione cronica dove alterna disprezzo e rabbia verso gli altri, stati di vuoto e momenti di grandiosità. Quando la crisi si approfondisce e si prospetta, nella fantasia o nella realtà, la minaccia di umiliazione, emergono sintomi psichiatrici anche gravi, come l’ideazione paranoidea, il mancato controllo della rabbia e fenomeni dissociativi transitori.
Ciò riguarda anche gli atti di violenza compiuti?
Terrei separate le due questioni. Certo, la violenza, sia verso gli altri sia verso se stessi, fa parte potenziale di alcuni passaggi della dinamica narcisista. Tuttavia, essa fa anche parte di moltissime dinamiche umane che non hanno a che fare con il narcisismo. L’equazione narcisismo uguale necessariamente violenza è una semplificazione che crea uno stigma che rende più difficile il trattamento.
Come può incidere il gruppo o la comunità?
Mi sta chiedendo quali sono le basi psicologiche su cui si fonda il senso di appartenenza ad un gruppo o ad una comunità? Possiamo dire che ci sentiamo appartenenti ad un gruppo se percepiamo che ciascun membro condivide con noi almeno un aspetto che per noi è fondativo della nostra identità. Memorie comuni, ideali condivisi o, più semplicemente, interessi, gusti o passioni. Non a caso gli scrittori del risorgimento per fondare un senso di appartenenza dagli abitanti dei vari stati della penisola evocavano, spesso inventando, una memoria storica condivisa.
Ricorderà Manzoni “una d’armi, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. Il senso di appartenenza al gruppo, a sua volta, diventa una delle componenti su cui si fonda il senso di identità personale. Ma la sua domanda ne aveva implicita un’altra. Il senso di appartenenza aumenta il senso di moralità, solidarietà, disponibilità al sacrificio verso i membri percepiti come appartenenti al gruppo? Tutti gli studi rispondono di sì a questa domanda. Tuttavia, anche qui non va dimenticato il lato oscuro. Il modo più sicuro di percepire il senso di appartenenza è marcare le differenze con coloro che non appartengono. Nei casi estremi ciò può diventare rappresentazione del nemico. Solidarietà interna ed ostilità esterna possono benissimo congiungersi e convivere.
L’empatia può essere una cura?
A parte che il termine “empatia” si è usurato per l’uso buonista che ne è stato fatto, lei tocca un punto dolente che costituisce il limite estremo della cura. Noi possiamo aiutare un narcisista ad essere consapevole dei suoi processi. Possiamo aiutarlo a comprendere come certe dinamiche
finiscono col devastargli la vita. Possiamo, nei casi più fortunati, essere d’aiuto nel padroneggiare queste dinamiche. Tuttavia, quello che squilibra verso la dipendenza dall’orgoglio è che l’altro sentimento che ci fa sentire vivi, l’amore, è, come nel mito di Narciso carente. Ciò crea una mancanza strutturale di vita che i soggetti cercano di compensare con l’orgoglio. Ora, dire a qualcuno “ama” ed ottenere questo effetto è stato possibile solo al Cristo rappresentato da Caravaggio nella “Conversione di San Matteo”. Non c’è cura umana che possa ottenere quest’effetto. Questo resta affidato alla maturazione personale e alla chiamata del destino.
di Mario Campanella - 3 Febbraio 2026