CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

Il «bravo professore» non è una buona cosa: è l’eredità nefasta dell’egualitarismo di sinistra

Oltre le trappole lessicali

Il «bravo professore» non è una buona cosa: è l’eredità nefasta dell’egualitarismo di sinistra

Gli studenti passano, gli insegnanti restano ma le riforme che si sono susseguite dagli anni '70 li hanno resi sempre più marginali a vantaggio di programmazione e libri di testo discutibili e a discapito della loro stessa formazione culturale

Politica - di Ulderico Nisticò - 15 Febbraio 2026 alle 07:00

L’impianto generale della scuola italiana è ancora quello del 1923. Giovanni Gentile, coerentemente con la sua filosofia idealistica dell’attualismo, concepì il percorso di studi come globale, cioè per tutto l’iter di uno studente fino al completamento del corso scolastico e l’eventuale accesso all’università. Dopo le elementari, gli indirizzi erano o l’Avviamento professionale con accesso agli Istituti tecnici e professionali, o il quinquennio del Ginnasio; questo si concludeva con un difficilissimo esame, e il passaggio al triennio del Liceo, con infine poderoso esame di Maturità. Era previsto un Magistrale inferiore quadriennale, e un Superiore triennale con esame di abilitazione e accesso diretto all’insegnamento elementare.

Mutati in ragionevole progresso gli assetti sociali della Nazione, la riforma Bottai del 1939 istituì, conservando l’Avviamento, la Scuola media unica (Smu), obbligatoria in prospettiva. Vi si accedeva solo con selettivo esame di ammissione. Ciò comportò che il termine Ginnasio si riducesse curiosamente a IV e V; e il Magistrale divenne quadriennale. Il programma della Smu di Bottai comprendeva materie come Lavoro e Puericultura. Le abolì il fugace governo Bonomi del 1944, e la Smu del dopoguerra era una specie di Ginnasio inferiore.

Chiamata ancora Smu, o solo Media, questa fase triennale divenne d’obbligo nel 1962, assorbendo l’Avviamento e riprendendo materie tecniche. Ne fece le spese il Latino, ridotto non solo di spazio, ma soprattutto di modo; e di fatto trattato a partire dal primo anno di Classico, Scientifico e Magistrale. Da un punto di vista professionale, dichiaro che, se fatto come si deve, un quinquennio di Latino, e lo stesso per il Greco, è sufficiente. Se fatto come si deve, però…

E qui voglio arrivare, e non solo per le due discipline classiche. Dagli anni 1974, e dai decreti delegati del 1974, fu una ridda di riforme e riformine e fantasie di quasi ogni ministro, e di ogni governo, e di ogni etichetta. Non è possibile elencarle tutte, e non ne varrebbe la pena. Hanno tutte un punto in comune: la meccanica uguaglianza anche di fronte alla scuola, oggi detta inclusione. E qui si apre un discorso di natura antropologica, se gli esseri umani siano o no uguali; ed è evidente che per natura non lo sono, e quindi non è nemmeno vero che un essere umano qualsiasi otterrebbe lo stesso risultato se posto in una condizione qualsiasi, e quindi in una scuola qualsiasi. «Diversamente per diversi uffici», direbbe Dante; e per la natura di ciascuno; e, più esattamente, e direbbe sempre Dante, «uso e natura», giacché in qualche modo intervengono l’ambiente e l’educazione.

Se non siamo, come non siamo uguali identici, allora la scuola ha il primo compito di esaltare le diverse qualità di ciascuno. Se un ragazzo sente una vocazione, la deve seguire a ogni rischio, e la scuola gliela deve proporre; se no, avrà almeno un’inclinazione; e se non ha manco quella, si dia a qualcosa di immediatamente utile, anche di studi. E spero che nessuno, nel 2026, insegua ancora il titolo di studio come fosse uno stemma nobiliare dei tempi delle Crociate; e che se uno è iscritto dove si fa il Greco, per ciò stesso è migliore di uno che studia per elettricista; e fidatevi che un elettricista bravo non farà mai i danni, anche morali e di costume, di un grecista fasullo. Ma se uno studia Greco, non se la può cavare con presunti o genuini “valori della civiltà ellenica” in italiano, e deve sapere il Greco, cioè grammatica e sintassi. Lo stesso per qualsiasi altra nozione. Tanto è finita l’epoca del “pezzo di carta” che dava comunque un “posto”, un posto qualsiasi; e siamo quasi quasi all’abolizione del valore legale.

E chi deve fare tutto questo? Beh, è ora di rivendicare la “centralità dell’insegnante”, altro che del transeunte studente (qualcuno se la inventò a favore di telecamere), il quale studente, in un triennio superiore, il primo anno è ancora ragazzino, l’ultimo è con un piede e mezzo fuori dall’aula. E qui urge ragionare sull’insegnante.

Negli anni 1970, vennero aperti istituti scolastici a manetta, spessissimo in pessime condizioni anche alloggiative. Occorrevano insegnanti, e si fece ricorso a ogni espediente: chi si ricorda i mitici “avvocati di francese”? E quelli che insegnavano il suddetto Greco senza un esame (01 esame) sostenuto per la laurea? Ed ecco il paradossale e offensivo ossimoro “è un professore bravo”, come fosse (ed era! ed è!) ammissibile un professore arrangiato!

Al posto del gentiliano professore essere umano, spuntò la programmazione, un meccanismo automatico, e che proprio dall’umano professore poteva prescindere; e uno valeva indifferentemente un altro. Nelle materie umanistiche, imperò il libro di testo, a leggere il quale era buono chiunque. Testi, detto in generale, di sinistra in senso sia proprio sia lato; e qui mi si lasci dire che nel 2026 ancora non si vedono testi di altro sentire; ed è come se una squadra giocasse senza portiere, e poi si lamentasse se becca le reti!

Questa sinistra o vagamente tale e peggio è quella che di fatto ha abolito Dante, a parte Paolo e Francesca senza far notare che i due piccioncini sono all’Inferno; e abolito l’Iliade a vantaggio dell’Odissea… a parte che si contano più morti ammazzati per mano di Ulisse che per mano di Achille! Basta non saperlo. E la storia? Con la scusa che bisogna conoscere il Novecento, ed è pure giusto, addio Roma, Medioevo… e persino i fatti italiani dell’Ottocento sono riassunti in frettolosa mezza paginetta. E anche il Novecento inizia, secondo qualcuno… l’8 settembre 1943!!! Anzi, in quel dubbio giorno ha principio… la storia universale dell’intero cosmo.

E non è una questione di programma ministeriale, che tanto non lo legge nessuno; è squisitamente una questione culturale. La cultura o si possiede o non la si possiede, e non c’è via di mezzo: esempio, per insegnare l’italiano bisogna parlare l’italiano anche quando si raccontano barzellette in gita scolastica, e non spacciare dialetti per patriottismo di quartiere. Idem per qualsivoglia materia.

Ed è ora di liberare i docenti da inutili e dannose cartacce (a mano o elettroniche!) e pratiche burocratiche destinate a giacere ignote; e da un oscuro linguaggio da pedagogia libresca. I professori devono insegnare, non scrivere (o scopiazzare) elucubrazioni campate in aria. E bisogna pagarli meglio; e bisogna che i professori se lo meritino non in quantità di ore (ed elucubrati “progetti” ) ma in qualità di lavoro. Se dunque si recupererà la natura intrinseca della Scuola, che è la cultura, i pedagogisti potranno risparmiarsi la pena di inventare l’ennesima cervellotica riforma, perché questa rivoluzione… o reazione, se volete, re-agire… farà sì che la Scuola si riformi da sola. Da sola? Ma sì: tuttavia serve che lo Stato avvii il processo con messaggi chiari.

Non ci sono commenti, inizia una discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Ulderico Nisticò - 15 Febbraio 2026