L'intervista
David Parenzo al Secolo: “Costretto a presentare il mio libro di nascosto, gli antagonisti hanno coperture in Parlamento”
«È sempre la stessa storia, la tragedia sta diventando una farsa». Queste le parole di David Parenzo, che al Secolo d’Italia ha rilasciato un’intervista sulle minacce ricevute dagli organizzatori della presentazione del suo libro “Lo scandalo Israele” a Padova. Alla fine la conferenza c’è stata, anche se con parecchie difficoltà: i promotori hanno dovuto cambiare per ben due volte la località dell’evento, contattando i partecipanti autonomamente senza rilasciare informazioni sull’indirizzo online. Più che di ritorno della stagione di odio politico, per lui si è trattato di «un’idiozia che viene portata avanti da gruppi antagonisti che hanno coperture in una parte della sinistra parlamentare. Mi dispiace vedere che Emanuele Fiano venga attaccato dalla segretaria dei Giovani democratici, ad esempio, che poi appartiene al suo stesso partito. Lo trovo veramente singolare».
Quanto alla morte di Quentin Deranque, il giovane di destra massacrato di botte dagli antifascisti a Lione, che il conduttore de L’aria che tira ha fornito alcune deduzioni e collegamenti con un altro omicidio che si è consumato da poco oltreoceano: ««È come quello che è successo a Charlie Kirk. Quelli che hanno aggredito Quentin sono dei criminali che usano la parola antifascista per classificarsi: io lo sono e non ho mai alzato le mani su nessuno. Chi trasforma questa parola in una militanza che porta alla violenza è aberrante anche per quelle idee che dice di sostenere». Poi ha ribadito: «Alcuni di questi movimenti antifa sono violenti, non c’è ombra di dubbio. Pensano di avere il diritto di spaccare la testa a qualcuno solo perché non la pensa come loro».
Come ti sei sentito dopo aver presentato il libro in una location segreta?
«È sempre la stessa storia, la tragedia sta diventando una farsa. Ormai è diventato una specie di format per me e lo dico perché lavoro in televisione. La mia stessa sorte è toccata a tanti altri come Maurizio Molinari e ad Emanuele Fiano. La prima volta ho subito una contestazione mentre ero in compagnia dei ragazzi di Azione universitaria a La Sapienza per l’8 marzo. Fui cacciato dai “sinceri democratici” di estrema sinistra che occupano gli spazi dell’università come se fosse casa loro. Stavolta, invece, a Padova ci sono stati dei problemi fin dall’inizio: in prima battuta gli organizzatori avevano richiesto un accredito tramite email, perché temevano delle proteste. Poi la sala predisposta è stata ritirata, a seguito di alcune lettere di protesta, perché secondo qualcuno io sarei uno che nega il genocidio palestinese.
Di conseguenza, i promotori dell’evento hanno dovuto trovare un altro luogo in una zona periferica della città dove c’erano dei centri culturali islamici. Lì è sorta un’altra problematica, perché si temeva che qualcuno potesse danneggiare le vetrine oppure vendicarsi nei giorni seguenti. Così abbiamo dovuto fare l’evento in un altro posto, senza pubblicare l’indirizzo e contattando telefonicamente i 120 partecipanti per consentirgli di venire ad ascoltare la presentazione».
Credi che in Italia stia tornando una stagione di odio politico?
«Secondo me c’è un’idiozia che viene portata avanti da gruppi antagonisti che hanno delle coperture in una parte della sinistra parlamentare. Mi dispiace vedere che Emanuele Fiano venga attaccato dalla segretaria dei Giovani democratici, ad esempio, che poi appartiene al suo stesso partito. Lo trovo veramente singolare. Io faccio il giornalista e mi considero un “riformista senza casa” in questo momento. Tengo a precisare che a sinistra, sulla questione iraniana, stanno tutti in silenzio: eppure sono morte circa 35mila persone in due giorni. Non è partita neanche una flottiglia in aiuto di chi sta soffrendo per il regime islamista, nemmeno una zattera o un pedalò.
A sinistra c’è sempre una gran voglia di criticare l’Occidente come se fosse il male e che è assolutoria nei confronti di alcuni regimi e Paesi che non sono democratici. Non occorre essere per forza di destra per dire che dobbiamo ritrovare un orgoglio europeo e occidentale.Leggendo Roger Scruton, ho trovato illuminante e condivisibile ciò che lui ha detto rispetto all’Occidente, che si differenzia da altri Stati per la capacità di discutere i problemi, analizzarli e di processarli. Poi non sono d’accordo con l’impianto delle sue idee, visto che era un conservatore, ma quel che ha detto era giusto. Ho anche apprezzato l’accoglienza che Giorgia Meloni ha riservato al presidente dell’Anp Abu Mazen ad Atreju, per costruire un dialogo. Nonostante ciò, sono convinto che non basti più parlare di due popoli e due stati, ma di due democrazie che possano coesistere».
Cosa pensi dell’omicidio del giovane Quentin Deranque a Lione, pestato a morte dagli antifascisti?
«È come quello che è successo a Charlie Kirk. Quelli che hanno aggredito Quentin sono dei criminali che usano la parola antifascista per classificarsi: io lo sono e non ho mai alzato le mani su nessuno. Chi trasforma questa parola in una militanza che porta alla violenza è aberrante anche per quelle idee che dice di sostenere. Alcuni di questi movimenti antifa sono violenti, non c’è ombra di dubbio. Pensano di avere il diritto di spaccare la testa a qualcuno solo perché non la pensa come loro. Basti pensare ad Askatasuna che è un movimento violento: l’abbiamo visto con le manifestazioni No tav e con le recenti violenze verso la Polizia. Per fortuna la situazione odierna non è uguale a quella degli anni ’70, dove la violenza politica era molto più forte e aveva la complicità di una certa borghesia».