Avanza la contronarrazione
Dal caso Pucci al Super Bowl, la “bolla” del mainstream è scoppiata: lo spettacolo dissociato dalla realtà non funziona più
C’è un filo rosso che unisce l’Italia e gli Stati Uniti, e non passa né per la geopolitica né per l’economia. È lo scollamento sempre più evidente tra il mondo dell’entertainment e la società reale. Uno strappo culturale, prima ancora che politico, che emerge ogni volta che lo spettacolo pretende di rappresentare “il Paese”, ma finisce per parlare solo a se stesso.
Dal caso Pucci al Super Bowl
In Italia lo abbiamo visto con il caso Pucci e Sanremo. Un artista costretto ad abbandonare la scena non per un reato, non per un atto concreto, ma per un fuoco incrociato ideologico. Una parte della sinistra lo ha bollato come portatore di idee malsane; qualcun altro ha parlato addirittura di sessismo, con prese di posizione ufficiali che hanno trasformato un evento musicale in un tribunale morale. Il riferimento è alla denuncia dei componenti del Partito Democratico della commissione di Vigilanza della Rai: «I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo, già sulle cronache per aver preso in giro un ragazzo dello spettacolo per essere omosessuale. Un tripudio di volgarità mista a razzismo. La Rai e il governo devono spiegare».
La “colpa” di essere di destra
Anzitutto ci chiediamo se per gli illuminati componenti della Vigilanza Rai del Pd, sia una colpa essere “palesemente di destra”. Secondo poi, ci si deve domandare con quale moralità valutino le uscite – semmai discutibili – del comico: perché quelle di Pucci sono da condannare e quelle del cantante Ghali, per esempio, sono accettabili? Basta fare una veloce ricerca su X, infatti, per ritrovare numerosi post vergati dal cantante che spaziano non proprio liricamente da (citiamo testualmente): “Troie che si credono furbe”, o gay che non hanno diritto di festeggiare né Natale né San Valentino. Qualcuno avvisi Laura Boldrini che solo il 7 febbraio prendeva le difese di Ghali, accusava la Rai di non pronunciare mai il suo nome durante la bellissima esibizione in cui recitava la poesia di Rodari “Promemoria”; puntando il dito contro la regia perché “non gli ha mai dedicato un primo piano: riprese da lontano, ampie, per non farlo vedere al pubblico a casa. Una vera e propria censura che viene dopo l’avergli intimato di non dire nulla, di non recitare la poesia anche in arabo, dopo avergli tolto l’inno nazionale”.
Sanremo e la conformità ideologica
Ecco perché, soprattutto negli ultimi anni Sanremo, da festival della canzone, è diventato ancora una volta una liturgia di una precisa parte politica e culturale: dove la legittimità artistica passa attraverso la conformità ideologica. Eppure, certe incursioni politicamente scorrette, sono sempre state ammesse solamente se provenienti da comici provenienti da sinistra. Come non ricordare il numero di Benigni sul palco di Fantastico, quando atterrava Raffaella Carrà stringendola e invitandola a “fargliela vedere almeno un secondo”. Per molto meno un attore di destra – anche a distanza di tutti questi anni – sarebbe stato costretto a cancellare ogni traccia di sé.
Super Bowl, stesso meccanismo
Negli Stati Uniti il meccanismo è lo stesso, anche se declinato su scala globale. Il grande evento sportivo più seguito al mondo, come la finale di football del Super Bowl tra New England Patriots e Seattle Seahawks, diventa il palcoscenico perfetto per una narrazione simbolica. L’esibizione della star latinoamericana Bad Bunny, caricata di messaggi sull’orgoglio delle proprie radici e sulla rivincita degli immigrati ispanici, viene raccontata dai media come un trionfo universale. Le immagini rimbalzano sui telegiornali di mezzo mondo, accompagnate da un racconto compatto: successo, consenso, adesione emotiva totale, ovviamente in chiave anti-Trump. All’osservatore distratto, incantato dal “mainstream ufficiale”, sembra tutto lineare. Lo spettacolo parla, il pubblico applaude (almeno così sembra dall’audio che poi si scoprirà artefatto), il mondo approva.
Entrano in gioco i social network: la contro-narrazione
Bastano pochi minuti su X, TikTok o Instagram per imbattersi nei video girati dagli smartphone degli spettatori presenti allo stadio in cui si è svolta la performance di Bad Bunny. Inquadrature sgranate, non filtrate, non montate. E lì emerge una realtà diversa: persone sedute, distratte, che parlano tra loro: impazienti di vedere l’inizio della seconda metà della gara; sezioni dello stadio in cui a ballare sono in pochi; un entusiasmo che, almeno in parte, sembra più costruito a posteriori che vissuto sul momento. Non solo: l’algoritmo di Instagram permette anche di scovare altri reels che offrono la visione di chi la finale del Super Bowl l’ha seguita da casa. E sono molte le reazioni di chi rimane infastidito da uno show eseguito interamente in lingua ispanica: telespettatori di ogni sesso, razza, religione ed estrazione sociale, ispanici compresi, contrariati: da un’esibizione che semplicemente non li ha rappresentati. Come se non bastasse, arrivano poi i video dei protagonisti della finale del Super Bowl: giocatori perlopiù di origine afro-americana, che intervistati ammettono candidamente di non conoscere Bad Bunny, né di sapere qualche suo brano.
Emerge un nuovo dato
Non è un complotto. È un dato nuovo: nella storia dello spettacolo di massa, la narrazione ufficiale non ha più il monopolio della realtà. Ed è qui che il problema diventa sistemico. Il mondo dell’entertainment continua a funzionare come se fosse ancora a qualche decennio scorso: pochi grandi media; un messaggio unico magari dettato da qualche cricca culturale che puzza di muffa; un pubblico passivo. Ma la società reale non è più così. È frammentata, disincantata, spesso cinica. Non rifiuta per forza i messaggi politici o identitari; ma rifiuta l’idea di essere istruita dall’alto. Soprattutto quando percepisce una distanza tra ciò che le viene raccontato e ciò che vede con i propri occhi.
Bolla autoreferenziale
Italia e Stati Uniti, in questo senso, sono due facce della stessa medaglia. In Italia lo spettacolo si rifugia in una bolla autoreferenziale che parla sempre agli stessi; negli Usa si costruiscono eventi globali che pretendono di rappresentare “tutti”. Ma finiscono per parlare a segmenti sempre più specifici. In entrambi i casi, il rischio è identico: confondere il consenso mediatico con il consenso sociale attraverso le imposizioni sulla “scaletta di scena” provenienti da qualcuno che evidentemente non rappresenta la società reale. Lo scollamento non nasce perché “la gente è ignorante” o “non capisce l’arte”. Nasce perché una parte dell’entertainment ha smesso di ascoltare. E pretende di continuare a predicare o a imporre. E quando lo spettacolo diventa sermone, il pubblico – semplicemente – cambia canale. O tira fuori il telefono e racconta un’altra storia. E magari trasforma un comico pressoché sconosciuto, in una persona discriminata con cui solidarizzare.