Finanza, élite, intellò
La sinistra voleva abbattere Trump con il caso Epstein, ha finito per smascherare se stessa
Il mondo liberal si è ritrovato coinvolto in uno scandalo che ne ha messo a nudo il sistema di potere, chiuso, autoreferenziale, protetto da media compiacenti e fondato su una colossale ipocrisia morale
Il caso Epstein non è mai stato solo uno scandalo sessuale. È stato, fin dall’inizio, una partita politica. E come tutte le partite giocate sul terreno della propaganda morale, sta finendo male per chi credeva di controllarne l’esito. La sinistra globale aveva un obiettivo chiaro: usare gli Epstein files come detonatore finale contro Donald Trump e, con lui, contro tutto ciò che rappresenta negli Usa e a livello globale.
Così il capo Epstein è diventato un boomerang per la sinistra globale
Le attese, scottanti rivelazioni sul presidente degli Stati Uniti dovevano essere la dimostrazione dell’oscenità del “populismo”, la pietra tombale sulla sua amministrazione e su ogni possibilità di rielezione di un repubblicano sul breve termine. Ma dopo settimane di annunci e indiscrezioni, la realtà non ha obbedito al copione. Il caso Epstein non è esploso come scandalo giudiziario. È deflagrato come catastrofe politica e simbolica. Perché ha messo a nudo ciò che la sinistra tenta disperatamente di occultare: il fatto di essere un sistema di potere, chiuso, autoreferenziale, protetto da media compiacenti e fondato su una colossale ipocrisia morale.
Finanza, élite, intellò: nei files c’è tutta la gente che piace alla gente che piace
Grazie alla desecretazione di quest’ultima ondata di documenti, caldeggiata dal mondo liberal assetato del sangue del Tycoon, è apparso sempre più evidente come Epstein non orbitasse tanto attorno al mondo trumpiano quanto a quell’universo di potere che la sinistra occidentale difende, rappresenta e legittima: finanza globale, fondazioni, università d’élite, media internazionali, diplomazia progressista. In una parola: establishment. D’altronde, il centro nevralgico del sistema creato da Epstein era New York, il cuore pulsante della galassia progressista.
Clinton, Gates, Mandelson: coinvolto il gotha del progressismo
Il dato politicamente esplosivo è questo: i nomi che imbarazzano non sono quelli dell’anti-sistema, ma quelli del sistema stesso. A cominciare da Bill Clinton, icona del liberalismo americano e simbolo di un’epoca in cui potere, globalizzazione e retorica dei diritti si sono fusi in un unico blocco dominante. Con lui, Larry Summers, che fu suo segretario al Tesoro e consulente di Barack Obama, e presidente dal 2001 al 2006 della Harvard University, la culla delle élite statunitense.
Nelle ultime ore lo scandalo ha lambito anche Keir Starmer, non propriamente un pericoloso conservatore, il cui capo di gabinetto Morgan McSweeney, ha dovuto dimettersi assumendo su di sé la responsabilità per la nomina ad ambasciatore negli Usa di Peter Mandelson, eminenza del New Labour britannico, figura poi risultata quantomeno discutibile.
E come tacere di Bill Gates, il benefattore per eccellenza!
Noam Chomsky e il cortocircuito morale devastante
Accanto alla politica e alla finanza, c’è il fronte culturale. Noam Chomsky, riferimento planetario della sinistra radicale, è diventato il caso più emblematico di un cortocircuito devastante per l’autorità morale della sinistra.
Il punto centrale è che la sinistra ha voluto trasformare Epstein in un’arma di delegittimazione contro l’avversario, ma ha sottovalutato un fatto elementare: Epstein era un prodotto del mondo liberal, non una sua deviazione. Era il prodotto di mondo che si regge su relazioni opache, protezioni reciproche, silenzi interessati, mentre in pubblico predica trasparenza, inclusione, superiorità morale.
Trump, che risulta essersi rallegrato dell’arresto di Epstein, in questo quadro resta un bersaglio ideologico più che fattuale. Non perché sia intoccabile, ma perché non è organico a quel sistema. Ed è questo il vero peccato che la sinistra non gli ha mai perdonato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la macchina morale progressista si è inceppata. I media che chiedevano liste ora invocano prudenza. Gli opinionisti che invocavano la gogna ora riscoprono il garantismo. La sinistra che vive di delegittimazione morale dell’avversario si scopre improvvisamente vulnerabile. E ora che il giocattolo si è rotto, i media tacciono o balbettano. I paladini della trasparenza invocano prudenza.
Il caso Epstein distrugge la pretesa egemonica della sinistra
Il caso Epstein, dunque, non distrugge il populismo. Distrugge la pretesa egemonica della sinistra di essere l’unico soggetto legittimato a giudicare e a distribuire patenti. Volevano abbattere Trump usando la morale come clava politica.
Hanno finito per smascherare se stessi.