È braccio di ferro
Chiuso lo stretto di Hormuz, l’Iran alza la posta in gioco al tavolo con gli Usa
Teheran blocca temporaneamente il passaggio commerciale strategico, minacce alle portaerei americane. A Ginevra accordo sui “principi guida”, ma restano linee rosse
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso per alcune ore. Per la prima volta dagli anni Ottanta, Teheran ha interrotto temporaneamente il traffico in una delle rotte energetiche più sensibili del pianeta, mentre nel Mar Arabico si consolida la presenza militare statunitense.
Hormuz serrato: braccio di ferro Usa-Iran
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato esercitazioni navali con fuoco reale in diverse sezioni della via d’acqua. La televisione di Stato ha trasmesso il lancio di missili da crociera contro obiettivi marittimi. A nord-ovest del gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln si muovono unità iraniane; verso il Medio Oriente è in rotta la USS Gerald R. Ford, la più grande nave da guerra al mondo.
Attraverso quel corridoio largo appena 24 miglia nel punto più stretto transitano circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 21% del greggio mondiale. Teheran non ha mai imposto una chiusura totale, pur avendo più volte minacciato di farlo. Negli anni della cosiddetta guerra delle petroliere, Iran e Iraq colpirono navi e minarono acque internazionali. Oggi funzionari iraniani evocano attacchi con missili e droni e l’affondamento di imbarcazioni per ostruire i canali di navigazione.
Minacce e deterrenza
La guida suprema Ali Khamenei ha accompagnato le manovre con un avvertimento diretto a Washington. «Continuano a dire che hanno inviato una portaerei verso l’Iran. Bene, una portaerei è certamente una macchina pericolosa, ma ancora più pericolosa è l’arma che può mandarla in fondo al mare». E ancora: «Sembra che il presidente degli Stati Uniti continui a dire che il loro esercito è il più forte del mondo. L’esercito più forte del mondo può talvolta ricevere uno schiaffo tale da non riuscire a rialzarsi».
Parole rivolte anche al fronte interno, in un momento di pressione politica e sociale. La chiusura dello stretto comporta rischi per la stessa economia iraniana: le esportazioni di petrolio rappresentano la principale entrata pubblica. Un’interruzione prolungata danneggerebbe Teheran quanto i suoi avversari.
Ginevra, principi senza accordo
Mentre le navi manovrano, a Ginevra si è svolto il secondo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti, mediati dall’Oman. Tre ore di confronto hanno prodotto un’intesa sui «principi guida», senza un testo condiviso.
Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha dichiarato: «Il secondo round di negoziati indiretti si è svolto e abbiamo avuto buone discussioni; in questa tornata sono state sollevate questioni più serie rispetto alla precedente». Ha aggiunto: «L’atmosfera è stata più costruttiva e sono state avanzate diverse idee discusse seriamente». Le parti si scambieranno bozze prima di un terzo incontro.
Un funzionario statunitense ha affermato: «Gli iraniani hanno detto che torneranno nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcune delle divergenze ancora aperte tra le nostre posizioni».
JD Vance, vicepresidente Usa, ha sintetizzato così l’esito: «Per certi versi è andata bene; hanno accettato di incontrarsi nuovamente. Ma sotto altri aspetti è stato molto chiaro che il presidente ha fissato alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e affrontare concretamente». E ha precisato che impediranno all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare «sia attraverso opzioni diplomatiche sia attraverso un’altra opzione».
Pressioni incrociate
Donald Trump, rappresentato ai colloqui dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, ha confermato il proprio coinvolgimento: «Non credo vogliano affrontare le conseguenze del mancato accordo». A bordo dell’Air Force One ha aggiunto: «Avremmo potuto avere un accordo invece di inviare i B-2 a eliminare il loro potenziale nucleare. E abbiamo dovuto inviare i B-2». Poi: «Spero che siano più ragionevoli». Infine, il Segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito: «Credo che vi sia un’opportunità di arrivare diplomaticamente a un’intesa… ma non voglio nemmeno sopravvalutarla. Sarà difficile».
Araghchi, aveva già chiarito: «Ciò che non è sul tavolo: la resa di fronte alle minacce».