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Trump dazi Iran

L’arma del tycoon

Trump mette all’angolo l’Iran… economicamente: dazi al 25% per chi fa affari con gli ayatollah

La Casa Bianca usa la leva tariffaria per isolare Teheran: sul tavolo cyberattacchi, pressioni economiche e il nodo Starlink mentre crescono le tensioni regionali.

Esteri - di Alice Carrazza - 13 Gennaio 2026 alle 09:51

Il Pentagono sta sottoponendo al presidente degli Stati Uniti Donald Trump una gamma articolata di opzioni militari e non militari nei confronti dell’Iran, mentre l’amministrazione continua formalmente a considerare la via diplomatica. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani secondo i quali i piani allo studio includono possibili attacchi contro siti missilistici e segmenti del programma nucleare iraniano, già colpito durante la guerra di 12 giorni combattuta a giugno con Israele.

Il Pentagono prepara opzioni di attacco

Secondo una fonte citata dal quotidiano, le ipotesi ritenute più probabili restano tuttavia un’operazione informatica su larga scala o un’azione mirata contro l’apparato di sicurezza interna della Repubblica Islamica, accusato di usare una forza letale contro i manifestanti.

Trump dovrebbe ricevere un briefing dettagliato nelle prossime ore. Ma la risposta americana non sarebbe immediata. Sempre secondo il New York Times, un’eventuale decisione potrebbe arrivare solo dopo alcuni giorni e comportare il rischio concreto di una rappresaglia iraniana.

La leva dei dazi come strumento di pressione

Intanto, non si resta con le mani in mano. Ieri il tycoon ha sfoderato la sua arma preferita: i dazi. «Con effetto immediato, qualsiasi Paese che faccia affari con l’Iran pagherà una tariffa del 25% su qualsiasi e ogni attività commerciale svolta con gli Stati Uniti d’America», ha scritto il presidente su Truth Social. «Questo ordine è definitivo e conclusivo», ha aggiunto, senza fornire dettagli.

Le tariffe, che ricadrebbero sugli importatori statunitensi, colpirebbero indirettamente un ampio numero di partner commerciali di Teheran. Primo fra tutti, la Cina di Xi. L’Iran infatti, membro dell’OPEC, esporta gran parte del suo petrolio verso l’Estremo Oriente, ma intrattiene relazioni economiche significative anche con Turchia, Iraq, Emirati Arabi Uniti e India.

Le reazioni internazionali

La risposta di Pechino così non si è fatta attendere. L’ambasciata cinese a Washington ha dichiarato che il Dragone si oppone a «tutte le sanzioni unilaterali illegali». E che adotterà «tutte le misure necessarie per proteggere i propri legittimi diritti e interessi». «La posizione della Cina contro l’imposizione di dazi indiscriminati è chiara. Le guerre tariffarie commerciali non hanno vincitori, e la coercizione e la pressione non possono risolvere i problemi», si legge nella nota.

La crisi interna iraniana

Sul terreno iraniano, intanto, la crisi interna continua ad aggravarsi. Le manifestazioni scoppiate il 28 dicembre contro il carovita si sono rapidamente trasformate in una contestazione diretta del regime, la più ampia dalla Rivoluzione islamica del 1979. Secondo il gruppo per i diritti umani HRANA, sono state verificate finora 599 vittime, di cui 510 manifestanti e 89 membri delle forze di sicurezza.

Starlink e la guerra dell’informazione

Intanto, le autorità iraniane stanno cercando di insabbiare il tutto, bloccando la circolazione di immagini e informazioni sulle proteste. Il Wall Street Journal riferisce che le forze di sicurezza hanno avviato una caccia agli utenti del servizio satellitare Starlink, vietato nel Paese, confiscando le parabole soprattutto nella parte occidentale di Teheran. Amir Rashidi, direttore dei diritti digitali presso Miaan Group, ha parlato di «una guerra elettronica», con interferenze più intense nelle aree delle proteste e nelle ore serali.

Una delle opzioni che verranno presentate oggi a Trump dal Pentagono e dai suoi principali consiglieri per la sicurezza nazionale riguarda proprio l’invio di ulteriori terminali Starlink in Iran. Il presidente ha già dichiarato ai giornalisti che avrebbe chiesto a Elon Musk informazioni su questa possibilità. I dispositivi, introdotti clandestinamente via mare o attraverso il Kurdistan iracheno, sono diventati uno degli ultimi canali per aggirare il blackout imposto dalle autorità. Un blackout che ha colpito gran parte dei 90 milioni di abitanti del Paese.

Nonostante i tentativi di sabotaggio, l’accesso a Starlink non è stato completamente interrotto. Secondo Mehdi Yahyanejad di NetFreedom Pioneers, quando la connessione regge, gli utenti cercano di trasmettere il maggior numero possibile di video. Soprattutto nelle ore del mattino. È una corsa contro il tempo. E contro la repressione.

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di Alice Carrazza - 13 Gennaio 2026