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Chi era il pusher marocchino ucciso a Rogoredo

Senza tetto né legge

Spaccio, alias, precedenti: la vita al limite del marocchino irregolare ucciso a Rogoredo. Ecco chi era

Cronaca - di Martino Della Costa - 27 Gennaio 2026 alle 18:31

Il ritratto che emerge dalle carte giudiziarie di Abdherraim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso a Rogoredo, è quello segnato da una vita votata al crimine e alla violenza. E punteggiata da precedenti e arresti per spaccio, rapina, e un’aggressione a un carabinieri datata già 2016. Non solo. Perché da quanto ricostruisce tra gli altri oggi il Corriere della sera, il giovane, «appartenente a una famiglia nota nell’ambiente della droga, non aveva mai fatto richiesta di permesso di soggiorno». Ma procediamo con ordine, e cerchiamo di ricostruire il percorso dell’immigrato marocchino a Milano. E il suo curriculum vitae che registra precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. Oltre al fatto di essere ritenuto uno dei “boss” degli spacciatori che agivano in zona.

Chi era Abdherraim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso ieri a Rogoredo

Un curriculum, il suo, che include precedenti specifici e numerosi arresti e episodi di violenza contro le divise: come anticipato (e come spiegheremo più nel dettaglio a breve) già nel 2016 Mansouri aveva ferito un carabiniere nel tentativo di sottrargli l’arma. Una situazione irregolare, la sua: mai richiesto il permesso di soggiorno in Italia, utilizzava numerosi alias e un documento spagnolo per eludere i controlli. Tutto in piedi fino al conflitto finale che gli è costato la vita: quando, lunedì sera, il 28enne nordafricano che girava armato (un’arma che poi, drammaticamente, si è rivelata una replica a salve) per proteggere il carico di droga da eventuali rapine, ha finito per ingaggiare il conflitto a fuoco con la Polizia.

La vita al limite del 28enne marocchino tra spaccio, alias e precedenti

Dunque, dietro quel colpo letale che ha squarciato il silenzio di Rogoredo, non c’è solo un tragico fatto di cronaca. Ma il capitolo finale della parabola violenta di un “fantasma” della criminalità urbana. Sì, perché Abdherraim Mansouri, rimasto ucciso nello scontro con gli agenti del Commissariato Mecenate, non era un passante qualunque. Né una vittima del caso. Era, al contrario, un nome di peso nelle gerarchie dello spaccio milanese. Un uomo che aveva fatto dell’illegalità e della sfida alle istituzioni il proprio marchio di fabbrica, e la cifra della sua esistenza.

Un’indole refrattaria a ogni forma di controllo

Membro di una famiglia ben nota alle forze dell’ordine per la gestione del traffico di stupefacenti, Mansouri si muoveva tra i lotti di Rogoredo protetto da una fitta rete di alias e da una totale irregolarità sul suolo nazionale. Il suo passato parla di carceri, affidamenti in prova falliti e, soprattutto, di un’indole refrattaria a ogni forma di controllo: dalle colluttazioni con i carabinieri nel 2016. Fino alle recenti denunce per ricettazione.

Il 28enne marocchino ucciso a Rogoredo: nel 2016 aggredì un carabiniere e provò a disarmarlo

Ecco, il 2016 appunto: un anno che spicca con l’evidenziatore nel fascicolo intestato a Aberrahim Mansouri, e che segnala un episodio in cui il giovane marocchino reagì a un arresto aggredendo un carabiniere con calci e pugni e tentando di sfilargli l’arma di ordinanza. Una vicenda che risale al 28 agosto, in Via Orwell, cuore del boschetto della droga di Rogoredo. Una pattuglia impegnata in un servizio anti-spaccio, ferma un gruppo di pusher. Tra loro Mansouri, uno di quelli più “esperti” in zona. Lui prova a scappare, scavalca la rete. Raggiunto da un militare lo colpisce sferrando calci e menando pugni, e poi cerca di disarmarlo. Ma viene bloccato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (con il militare che riportò una prognosi di 12 giorni).

Un elemento di spicco dello spaccio, ma non solo: il suo curriculum giudiziario

Non solo. Perché quello del 2016 non è l’unico precedente a carico di Mansouri, un soggetto come detto con numerosi alias, ignoto all’Immigrazione (non ha mai fatto richiesta di permesso di soggiorno in Italia), ma conosciuto dalle forze dell’ordine da anni impegnate nel contrasto allo spaccio nella zona di Rogoredo. Infatti, dopo la condanna con sospensione condizionale della pena per l’episodio in cui aggredì e tentò di disarmare un carabiniere in Via Orwell a Milano, il 28enne venne arrestato nuovamente per spaccio il 30 maggio 2021. E poi nuovamente nel settembre dell’anno successivo. Da lì finì nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 con l’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024.

Quando nel 2016 aggredì un carabiniere e provò a disarmarlo

Nel 2025, poi, venne fermato dalle Volanti e trovato in possesso di un permesso di soggiorno spagnolo. Nel luglio e nel settembre scorsi due controlli del commissariato Mecenate, lo stesso per cui lavora il poliziotto che ha sparato ieri sera, gli costarono una denuncia per spaccio e ricettazione. Nelle sue tasche, dopo la morte, sono state trovate dosi di hashish, cocaina ed eroina. L’ipotesi è che Mansouri, uno spacciatore di “livello superiore”, abbia imboccato la stradina sterrata tra la tangenziale e i binari per rifornire uno dei pusher che lavorano per lui, e generalmente provvisti di modesti quantitativi di droga, per evitare di venire rapinati. Stessa ragione per cui il 28enne potrebbe aver deciso di girare con una pistola, risultata poi una semplice riproduzione.

L’ultimo atto della vita del 28enne marocchino ieri a Rogoredo

Ieri sera, insomma, si è consumato l’ultimo atto: quello con cui Mansouri è andato incontro al proprio destino durante un controllo di routine, confermando quel clima di insicurezza e degrado che le periferie milanesi combattono ogni giorno. Ricostruire la sua storia, allora, significa immergersi nei luoghi al limite di una città dove il crimine non è un episodio. Ma un sistema di vita consolidato.

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