L'intervista
Sicurezza web e giovani, Loperfido: “Bisogna creare un ambiente non giudicante per aiutarli a condividere le esperienze negative”
«C’è correlazione significativa tra uso dei social e insoddisfazione corporea, in particolare tra le adolescenti, con effetti misurabili sull’autostima e sul benessere psicologico». A dirlo è Emanuele Loperfido, deputato di Fratelli d’Italia, oltre che membro delle Commissioni Difesa e Affari esteri, in un’intervista al Secolo d’Italia sulla sicurezza online tra i giovani. Per quanto riguarda l’uso compulsivo dei social, non bisogna dimenticare che «dal punto di vista neuroscientifico e comportamentale, diversi studi sottolineano come i sistemi algoritmici dei social siano progettati per massimizzare l’engagement, sfruttando meccanismi di ricompensa intermittente particolarmente efficaci su cervelli in fase di sviluppo».
Quanto alla violenza sul web, come ha spiegato Emanuele Loperfido citando delle statistiche ben precise, «i dati ufficiali indicano che una quota significativa di adolescenti è coinvolta in comportamenti aggressivi digitali, tra cui cyberbullismo, molestie, revenge porn, sextortion e diffusione non consensuale di immagini intime». Insomma, per garantire ai giovani la sicurezza sul web «bisogna costruire la fiducia, ovvero un ambiente non giudicante per incoraggiare i ragazzi a condividere le loro esperienze negative e il disagio che ne deriva».
C’è il rischio che i social network ledano alla salute dei ragazzi?
«Sì, le piattaforme favoriscono l’esposizione continua a immagini e narrazioni idealizzate, che tendono a distorcere la percezione della realtà e a rafforzare standard irrealistici di successo. C’è correlazione significativa tra uso dei social e insoddisfazione corporea, in particolare tra le adolescenti, con effetti misurabili sull’autostima e sul benessere psicologico. Un altro ambito critico riguarda il cyberbullismo. Le ricerche indicano che le esperienze di vittimizzazione online sono associate a livelli più elevati di depressione, ansia e ideazione suicidaria rispetto al bullismo tradizionale, anche a parità di altri fattori di rischio. Questo avviene perché l’ambiente digitale rende l’aggressione potenzialmente costante, pubblica e difficile da evitare, amplificando l’impatto psicologico. Dal punto di vista neuroscientifico e comportamentale, diversi studi sottolineano come i sistemi algoritmici dei social siano progettati per massimizzare l’engagement, sfruttando meccanismi di ricompensa intermittente particolarmente efficaci su cervelli in fase di sviluppo. Questo può favorire forme di uso compulsivo, che la letteratura inizia a descrivere come “dipendenza comportamentale”, con associazioni significative a disagio emotivo e ridotta capacità di autoregolazione».
C’è parecchia violenza tra i giovani online?
«La Ricerca scientifica e i dati ufficiali indicano che una quota significativa di adolescenti è coinvolta in comportamenti aggressivi digitali, tra cui cyberbullismo, molestie, revenge porn, sextortion e diffusione non consensuale di immagini intime. In Italia, le indagini Istat hanno sottolineato che oltre il 68% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha vissuto almeno un episodio di offesa o aggressione, online o offline, mentre i dati Espad del 2024 mostrano che quasi un adolescente su due tra i 15 e i 19 anni ha subito cyberbullismo, e circa un terzo ha agito sia come vittima sia come autore. Anche a livello internazionale, circa uno su cinque adolescenti tra 12 e 17 anni ha subito cyberbullismo, con punte più elevate in contesti ad alta esposizione ai social media».
Esiste un modo per consentire ai ragazzi di approcciarsi in modo sano alle nuove tecnologie?
«Bisognare costruire la fiducia, ovvero un ambiente non giudicante per incoraggiare i ragazzi a condividere le loro esperienze negative e il disagio che ne deriva. È altrettanto importante insegnare a proteggere i dati personali, a utilizzare password forti, a gestire le informazioni sulla privacy e a migliorare le restrizioni dei commenti sui contenuti social. In caso di minacce o offese non rispondere ma bloccare, segnalare la violazione, cercare subito supporto per trasformare l’isolamento in una richiesta di aiuto».