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Sale il numero dei cristiani perseguitati nel mondo. Guarda caso, ai primi posti ci sono tre nazioni “fortemente islamiche”

I dati allarmanti

Sale il numero dei cristiani perseguitati nel mondo. Guarda caso, ai primi posti ci sono tre nazioni “fortemente islamiche”

Esteri - di Mario Bozzi Sentieri - 19 Gennaio 2026 alle 12:29

Nel tumultuoso cammino della Storia, con cui siamo costretti, ogni giorno, a fare i conti, le guerre sembrano avere ritrovato una loro centralità: guerre civili, guerre globali, guerre preventive. E con le guerre l’intolleranza pare straripare, azzerando decenni di facili/illusori processi d’integrazione sociale, culturale, politica, financo religiosa. Abituati a considerare le “guerre di religione” un retaggio di tempi lontani ed “oscuri”, eccoci obbligati a fare, oggi, i conti, con i drammi di un’intolleranza religiosa che mette in discussione le pie illusioni di chi immaginava (dopo la caduta dei blocchi storici) un orizzonte comune, fatto di libertà, di integrazione, di rispetto reciproco delle differenze. Così purtroppo non è stato. Prendiamone atto e facciamocene carico (a partire dall’opinione pubblica, dai singoli Stati, dai mass media) denunciando i grandi numeri del fenomeno, variamente diffuso nel mondo con una continuità ed  una persistenza inquietanti. Secondo la  nuova World Watch List 2026, diffusa recentemente  da Open Doors,  il numero dei cristiani esposti a persecuzione e a rischio di subire violenze nel mondo, è salito di 8 milioni rispetto allo scorso anno, attestandosi a 388 milioni. Di questi 388 milioni, 201 sono donne o bambine; mentre 110 milioni sono minori di 15 anni.
La Corea del Nord rimane stabile al primo posto: la tolleranza zero del regime verso i cristiani  (tra i 50 e i 70 mila rinchiusi nei campi di lavori forzati), li obbliga a vivere la fede nel segreto, alimentando il fenomeno della Chiesa nascosta. Nelle prime 5 posizioni ci sono 3 nazioni “fortemente islamiche”, prova del fatto che “l’oppressione islamica resta una delle fonti principali di intolleranza anticristiana: Somalia (2°), Yemen (3°) e Sudan (4°). Qui le fonti di persecuzione sono connesse a una società islamica tribale, all’estremismo attivo e all’instabilità endemica di questi paesi: se scoperti, i cristiani (specie se ex-musulmani) rischiano anche la morte. L’Eritrea risale al 5° posto, governata da un regime che equipara l’indipendenza religiosa al dissenso politico, confermando quindi la propria nomea di “Corea del Nord dell’Africa”.
La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, passando dal 18° al 6° posto, unico nuovo ingresso nella Top 10. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi e atti vandalici contro le chiese.
Il potere politico è frammentato e il disordine lascia spazio ad attori radicali che prendono di mira i cristiani. La costituzione provvisoria del marzo 2025, inoltre, stabilisce la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione. Si stima rimangano oggi appena 300.000 cristiani (centinaia di migliaia in meno rispetto a 10 anni fa). Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al 7° posto, confermandosi la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490): dal 2020 a oggi oltre 25.200 vittime, con milioni di sfollati e un paese di fatto spezzato a metà tra un sud a maggioranza cristiana più stabile e un nord a maggioranza islamica da anni scosso da violenze, divisi dalla cosiddetta Middle Belt in forte destabilizzazione. Il Pakistan all’8° posto è stabile nella top 10 da molti anni, con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. La Libia scende al 9° posto: sebbene la pressione sia a livelli estremi in tutte le sfere della vita dei cristiani, la violenza è diminuita nel periodo in esame. L’Iran vede peggiorare leggermente la situazione (sebbene scenda al 10° posto), a causa di un leggero aumento della violenza anticristiana. Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran. In Afghanistan peggiora ancora la situazione e si situa all’11° posto: dopo l’avvento dei Talebani nel 2021, molti cristiani sono stati uccisi, una grossa fetta è fuggita all’estero, mentre una piccola parte è riuscita a nascondersi e tuttora vive la fede nel segreto. Stabile tra le nazioni con una persecuzione anticristiana definibile estrema troviamo al 12° posto l’India, di cui il Rapporto denuncia da anni il declino delle libertà fondamentali della minoranza cristiana. Nel periodo in esame sono 16 i cristiani uccisi e 2.192 i cristiani detenuti senza processo, in carcere od ospedali psichiatrici per ragioni legate alle loro fede. Al 13° posto troviamo l’Arabia Saudita, leggermente in peggioramento. Ci sono stati alcuni sviluppi positivi nella libertà religiosa, ma permangono restrizioni significative, nonché una serie di deportazioni di cristiani stranieri nel periodo in esame. Stabilmente negativa la situazione in Myanmar (14°), da poco entrata tra le nazioni con una persecuzione estrema. Si è registrato un aumento dei cristiani uccisi (ben 99) e del numero di persone detenute (129), mentre sono diminuiti gli attacchi alle chiese. Infine, il Mali al 15° posto, è uno dei 3 paesi con il punteggio massimo nella violenza (16,7), assieme a Nigeria e Sudan. I cristiani fuori Bamako affrontano intimidazioni, sfollamenti forzati, estorsioni e ripetuti attacchi alle chiese e alla vita della comunità. Completano, in ordine sparso, questa triste classifica la Cina (17°), l’Iraq (18°), Cuba (24°), Messico (30°), Nicaragua (32°), Turchia (41°), Egitto (42°), Qatar (44°), Colombia (47°), Giordania (49°). Fin qui il quadro complessivo, drammatico ed incombente (in termini numeri e di gravità della situazione).
Da qui l’ovvia domanda: quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e incarcerati dovremo contare prima di porre al centro del dibattito politico la libertà religiosa? E che fare per fermare/invertire una tendenza drammaticamente in crescita? Parlarne, denunciare questa realtà è un primo passo. L’invito è rivolto soprattutto ai mass media, a cui è demandata la prima,  essenziale azione informativa, finalizzata a fare crescere sul tema una più ampia sensibilità collettiva. Poi certamente c’è l’azione finalizzata – come richiesto da “Porte Aperte/Open doors” –  a promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni. Ultima, ma non ultima  la necessità di un’iniziativa concertata a livello internazionale.
Sbandierare i principi, lasciandoli lettera morta, non basta. Così come – per dirla con la Carta delle  delle Nazioni Unite (1945) – affermare a parole “la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. Di fronte a certi numeri le affermazioni di principio servono poco. Dalle parole si deve passare – come detto – ai fatti, tenendo alta la guardia. Per muoversi di conseguenza. Lo chiedono milioni di vittime. Lo esigono i destini di un mondo da ripensare e da ricostruire realmente pacificato.

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di Mario Bozzi Sentieri - 19 Gennaio 2026