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Marco Rubio viceré Venezuela

Il matador di Trump

Rubio, viceré di Caracas e oltre: il web impazzisce per il segretario di Stato Usa che ha portato Maduro dietro le sbarre

Da “Little Marco” a “Marco the Great”: Rubio si prende la scena dopo la cattura di Maduro ed emerge come l’uomo chiave della strategia di potenza della nuova era Trump

Esteri - di Alice Carrazza - 7 Gennaio 2026 alle 10:55

«Ci sono due tipi di vicepresidenti, gli zerbini e i matador: secondo voi quale voglio essere?». Frank Underwood lo dice nella celebre serie House of Cards. Oggi quella battuta potrebbe stare, scambiando i ruoli, sulla bocca di Marco Rubio. Per mesi il segretario di Stato americano è parso lo zerbino: molte deleghe, scarsa influenza, lontano dal centro delle decisioni. Poi ha scelto di muoversi da matador. La cattura di Nicolás Maduro, trascinato a New York come un trofeo di guerra, non racconta soltanto la fine di un regime: segna anche la metamorfosi di Rubio da comprimario a perno della nuova politica di potenza Usa.

Marco Rubio, dall’ombra al centro

All’inizio della seconda presidenza Trump, Rubio dava l’impressione di essere stato ridimensionato. Messo all’angolo da Elon Musk per la gestione dell’Usaid, scavalcato da inviati speciali più ascoltati di lui, escluso dai dossier più sensibili. La fotografia dello Studio Ovale con Trump, J.D. Vance e Volodymyr Zelensky lo ritraeva seduto di lato, rigido, quasi fuori scena: l’eco crudele di quel “Little Marco” con cui Trump lo aveva marchiato anni prima.

Poi qualcosa è cambiato. Non un rimpasto, non un annuncio ufficiale, ma una sequenza di atti. Prima l’accumulo silenzioso di incarichi: segretario di Stato, consigliere per la sicurezza nazionale, archivista capo ad interim, liquidatore politico dell’Usaid. Infine il Venezuela. Lì Rubio non è più stato un consigliere, ma un decisore.

Il momento della scelta

Era autunno, racconta il The Telegraph, quando nello Studio Ovale la linea è stata tracciata. Con Pete Hegseth e il generale Dan Caine, Rubio ha accompagnato Trump oltre il confine dell’ambiguità strategica. Le incursioni contro le imbarcazioni accusate di narcotraffico non bastavano più. «La diplomazia era finita», avrebbe detto il presidente durante quella riunione, chiamando Richard Grenell davanti a tutti per chiudere l’epoca dei contatti e aprire quella dell’azione.

Da quel momento, la caduta di Maduro è diventata il simbolo di una nuova fase. Rubio lo ha raccontato senza giri di parole: Maduro «ha cercato di fare il gradasso». Il risultato, ha aggiunto, è stato un leader «bendato e su una nave da guerra, in rotta verso New York». E poi la frase che ha fatto il giro delle cancellerie: «Il messaggio per il mondo è: non giocate con questo presidente, perché non finirà bene».

Non era solo retorica. Stephen Miller ha messo il sigillo dottrinario: «Siamo una superpotenza e, sotto il presidente Trump, ci comporteremo da superpotenza». Rubio ne è diventato l’interprete operativo, l’uomo che traduce l’istinto di Trump in architettura geopolitica.

La dottrina della pressione

Le minacce non si sono fermate a Caracas. Cuba, «pronta a cadere» senza il petrolio venezuelano. La Colombia del comunista Gustavo Petro, liquidata con un «mi sembra un’ottima idea» alla prospettiva di un’operazione di destabilizzazione. Il Messico, ammonito sui cartelli. L’Iran, avvertito di non toccare i manifestanti. Persino la Groenlandia, evocata come necessità strategica: «Abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente».

In parallelo, mentre le dichiarazioni ufficiali scuotevano governi e alleanze, un altro fenomeno prendeva forma: le immagini. Rubio vestito da viceré del Venezuela, da presidente cubano, da premier groenlandese, da scià iraniano. Fotomontaggi virali, ironici, iconici. Il web lo incorona sovrano di regni.

Un’ossessione personale

Dietro l’ironia, però, c’è la coerenza. Figlio di esuli cubani, Rubio ha sempre raccontato la sua ossessione per la libertà come una questione personale. «I suoi genitori sono morti senza aver mai visto la libertà», ricordava un suo ex collaboratore. «Crede profondamente nella libertà e nella democrazia perché questo è stato negato alla sua famiglia». La sua guerra alle dittature non è improvvisata: è identitaria.

Questo lo ha portato a scontrarsi con l’altra ala del trumpismo, quella di J.D. Vance. Dove l’uno infatti vede il rischio, l’altro rivendica la rapidità dell’azione come prova di un modello diverso: chirurgico, spietato, definitivo, ma che si muove discretamente senza slogan.

A Mar-a-Lago, ormai seconda Casa Bianca, Rubio è presenza fissa. Le immagini lo mostrano accanto a Trump mentre l’operazione in Venezuela scorre sugli schermi. Vance compare solo in collegamento video, distante. E questo, dice già tutto.

Il potere e la maschera

Non è detto che Rubio sia l’architetto unico di questa stagione, né che ne controlli gli esiti. Trump resta il decisore ultimo. Ma nella grammatica del potere, la sintassi conta quanto il verbo. E oggi la sintassi della politica estera americana porta il nome di Marco.

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di Alice Carrazza - 7 Gennaio 2026