Cosa succede in Siria
Raqqa cade e l’autonomia curda muore: le mosse decisive di Damasco per riaccentrare il potere
L’intesa raggiunta tra Damasco e Mazloum Abdi, capo delle Forze democratiche siriane, segna un passaggio di rilievo nel processo di riaccentramento del potere da parte del governo centrale siriano. Lo scioglimento di fatto delle Sdf, la loro integrazione nell’esercito regolare siriano e il trasferimento del controllo dei governatorati di al-Raqqa e Deir Ezzor al governo di Damasco rappresentano una concessione sostanziale da parte dell’attore armato che, nell’ultimo anno, aveva incarnato la più strutturata alternativa all’autorità statale nel nord-est del Paese.
Per comprendere le ragioni di questa svolta è necessario guardare a quanto accaduto nelle ultime 48 ore, ma soprattutto alla convergenza di pressioni militari, politiche ed economiche esercitate da Damasco nel corso degli ultimi mesi. L’accordo non appare come l’esito di un negoziato paritario, bensì come il risultato di un progressivo deterioramento della posizione strategica delle Sdf.
Un primo segnale era giunto con il decreto firmato da Al-Sharaa pochi giorni fa, che introduce concessioni formali sul piano dei diritti civili e culturali della popolazione curda. La concessione della cittadinanza ai curdi privati dello status giuridico dopo il censimento del 1962 nella provincia di al-Hasaka, il riconoscimento del curdo come lingua nazionale e l’inserimento del Nowruz nel calendario delle festività ufficiali rappresentano misure simbolicamente rilevanti, ma politicamente circoscritte. Esse non incidono sull’assetto del potere territoriale né sulla catena di comando militare, elementi centrali per le Sdf.
Parallelamente, il terreno militare raccontava una dinamica opposta. Ad Aleppo, nei quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafieh, il confronto armato ha segnato un punto di non ritorno. L’invito di Damasco a deporre le armi, percepito come una richiesta di resa incondizionata, è stato respinto dal consiglio popolare locale, che ha scelto lo scontro armato per difendere la loro presenza nella Stalingrado siriana. L’impiego di artiglieria pesante e mezzi corazzati, inclusi sistemi di produzione turca, da parte di Damasco ha portato alla più grave escalation armata dalla caduta delle forze fedeli ad Assad nel dicembre 2024, dimostrando la volontà del nuovo governo di risolvere il dossier curdo anche attraverso la forza.
La ritirata delle Sdf da Aleppo ha aperto un secondo fronte decisivo lungo l’asse orientale verso Tabqa, zona simbolo della lotta contro l’autoproclamato Stato Islamico. La città rappresenta da sempre un nodo strategico per il controllo della diga sull’Eufrate, infrastruttura chiave per la sicurezza energetica e idrica del Paese, nonché un punto di accesso alle principali risorse energetiche della Siria orientale. I giacimenti petroliferi di al-Omar e gassiferi di Koniko, nella provincia di Deir Ezzor, costituiscono asset essenziali per la ricostruzione statale e per la sostenibilità finanziaria del governo centrale.
In questo quadro, l’accordo con le Sdf appare come l’esito di una strategia coerente di pressione multilivello. Le concessioni civili e culturali funzionano da leva politica per frammentare il consenso curdo, mentre l’azione militare mira a privare le Sdf dei suoi avamposti strategici, per la gioia di Ankara che da anni punta quanto meno ad un loro indebolimento. L’obiettivo pare chiaro: privare d’ogni ambizioni autonomista o indipendentista il nord-est della Siria, ponendolo sotto il controllo diretto del governo centrale in un’ottica d’unificazione nazionale.
L’intesa sembra dunque sancire la fine dell’esperimento di autonomia curda armata in Siria: con l’ingresso dei propri uomini nel cuore della martoriata Raqqa, Damasco si assicura il controllo degli snodi economici e infrastrutturali necessari a imporre i propri termini politici e militari.