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Metal detector a scuola

Stop lame in aula

Mai più coltelli in classe, il “modello Valditara” parte da La Spezia, ma i soliti noti gridano alla repressione

Al via i metal detector tra i banchi, a cominciare dalla scuola spezzina del 18enne ucciso. Ma se gli studenti a maggioranza approvano la linea della sicurezza, la Rete degli Studenti Medi della Liguria si rifugia nel solito allarme "delirante"

Politica - di Bianca Conte - 30 Gennaio 2026 alle 19:05

A due settimane dal sangue che ha macchiato le aule dell’istituto “Einaudi-Chiodo”, la risposta dello Stato non si è fatta attendere: metal detector davanti alla scuola di Abanoub Youssef, accoltellato a morte da un compagno. E con tanto di agenti della Polizia e i Carabinieri, anche con le unità cinofile, impiegati davanti ai cancelli della scuola spezzina per l’abbisogna. La decisione arriva dopo la circolare sottoscritta dai ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi a seguito del tragico omicidio del diciottenne strappato alla vita da un coetaneo con una coltellata fatele. Un segnale di fermezza necessario per sradicare quella cultura della violenza che troppo spesso attraversa i nostri istituti.

Metal detector a scuola, al via la linea Valditara-Piantedosi a partire da La Spezia

Il blitz all’ingresso, scattato prima della campanella sotto lo sguardo di Carabinieri e Polizia, è il frutto operativo delle decisioni assunte dal Comitato per l’ordine e la sicurezza. L’obiettivo è chiaro: trasformare le scuole in zone “off-limits” per armi bianche e oggetti atti a offendere. La scansione degli zaini non è un atto punitivo contro gli studenti, ma uno strumento di legittima difesa per i ragazzi perbene e per il corpo docente, che non possono più convivere con il rischio di aggressioni mortali tra i banchi.

La svolta in una circolare congiunta

Dietro questa svolta c’è la firma dei ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi. Una circolare congiunta che mette nero su bianco una nuova strategia di contrasto alla criminalità giovanile: controlli sistematici e interazione costante tra presidi, prefetture e questure. Il governo Meloni passa dunque dalle parole ai fatti: se la sinistra ha lasciato per anni che le scuole diventassero terra di nessuno, oggi si riparte dal merito, dal rispetto e dalla sicurezza.

Skuola.net, l’indagine: per 2 studenti su 3 i metal detector sono una «misura necessaria»

Il sacrificio di “Aba”, ucciso in un giorno qualunque di gennaio mentre un professore tentava disperatamente di disarmare l’aggressore, deve essere l’ultimo. Le porte delle scuole tornino a essere il confine invalicabile tra la civiltà e la barbarie delle lame in tasca. Questo il principio della ripartenza. Eppure, proprio mentre un instant poll condotto da Skuola.net su un campione di 500 studenti – intervistati a caldo dopo l’ufficializzazione della direttiva firmata dai ministri Valditara e Piantedosi – la reazione degli studenti si rivela composta ma ferma, c’è chi dissente e contesta. Come sempre. Ma procediamo con ordine.

Metal detector a scuola: il parere degli studenti, favorevoli a maggioranza

Dunque, nessuna barricata ideologica, ma una presa d’atto pragmatica delle difficoltà che vive la scuola oggi. Di fronte alla circolare interministeriale che disciplina l’uso di metal detector e controlli di sicurezza negli istituti, riferisce in una nota Skuola.net, la reazione degli studenti è composta e lucida. La maggioranza approva la linea del rigore. O meglio: per ben 7 giovani su 10, una qualche forma di controllo, specie nei contesti più “complicati”, appare una misura accettabile, se non addirittura auspicabile. È questo il verdetto, netto e per certi versi inatteso, che emerge dal report di Skuola.net.

Dati, quelli desunto dalla consultazione realizzata, che raccontano una generazione che mette la sicurezza personale al primo posto. Scendendo nel dettaglio delle risposte, il 28% degli intervistati si dichiara «molto favorevole» al provvedimento, ritenendo che l’incolumità fisica debba avere la «priorità assoluta». Il 40% è, invece, «abbastanza favorevole», considerando i controlli un deterrente utile, ma solo nelle aree a rischio o in situazioni specifiche. Mentre solo il 16% si oppone nettamente, definendo la misura repressiva. E temendo che la scuola diventi un ambiente «poliziesco».

Eppure c’è sempre chi dissente e protesta

Di più. La direttiva specifica che i dispositivi di controllo manuali saranno usati solo «nelle situazioni più gravi» e «su richiesta dei Dirigenti scolastici». Affidando pertanto le operazioni esclusivamente agli operatori di pubblica sicurezza. Ed evitando il coinvolgimento del personale scolastico. E, su questo punto, una fetta consistente di studenti si mostra persino più rigida delle istituzioni: alla domanda sui limiti delle perquisizioni, il gruppo più numeroso (37%) darebbe «carta bianca» alle Forze dell’ordine, accettando controlli immediati e approfonditi in caso di pericolo concreto. Mentre un altro 32%, invece, apre alle perquisizioni, ma al tempo stesso chiede che queste avvengano con tutele specifiche. Ad esempio alla presenza dei genitori o di personale scolastico specializzato.

Eppure, nonostante quanto appena riportato, c’è anche chi dissente. Eccome: rispolverando la solita grammatica vetero-contestataria che al grido di «la risposta del governo è di tipo securitario e repressivo e rischia di criminalizzare l’intero mondo della scuola», fissa i paletti dell’ennesima protesta. Aggiungendo: il problema non è verificare chi entra con un coltello, ma capire perché chi dovrebbe formarsi e imparare finisca per compiere atti estremi. La risposta del governo non ci soddisfa e non crediamo possa risolvere davvero la questione. Da anni chiediamo che i problemi legati a istruzione ed educazione siano affrontati in maniera costruttiva, e non con la repressione”. Dimostrando di non aver capito bene la differenza tra prevenzione e repressione, tra istanze educative e necessità di sicurezza.

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