Il giorno dell'anniversario
Le polemiche strumentali su Acca Larenzia cancellano le vittime. E dimenticano la lezione di Almirante e Berlinguer
Chi si scaglia contro le commemorazioni non spende mai una parola sul fatto che per Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni, come per molti altri, non c'è stata giustizia. E ci riporta indietro di decenni, dimenticando l'impegno per la pacificazione di cui si fecero interpreti i segretari del Msi e del Pci
La sera del 2 febbraio 1983 Roma sembra una città tranquilla. Sono trascorse poche settimane dalla quinta ricorrenza dell’eccidio di via Acca Larenzia. Le commemorazioni sono avvenute senza polemiche, nel segno del rispetto. In una strada del quartiere Trieste, Paolo Di Nella è intento ad affiggere manifesti assieme a un’altra giovane militante del Fronte della Gioventù. Estremisti di sinistra, che come in troppi altri casi non saranno mai consegnati alla giustizia, lo colpiscono in testa, alle spalle, con un oggetto contundente. Morirà dopo sette giorni di agonia. Un omicidio inutile, profondamente vigliacco, arrivato a tempo ormai scaduto. Quando la sbornia degli anni Settanta pare già svanita da un pezzo.
Paolo sembra fatto apposta per sconfessare ogni luogo comune sui fascisti cattivi. Ecologista e capellone, sta conducendo una battaglia per garantire spazi verdi al suo quartiere. È un ragazzo disposto a battersi per le sue idee, per costruire una società migliore. La sua storia somiglia in ogni aspetto a quella di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, i martiri di via Acca Larenzia. Ma il 1983 non è il 1978. Il terrorismo è ormai giunto ai colpi di coda e si comincia a riflettere in modo adeguato sulle conseguenze disastrose della violenza politica. Non mancano i furbi che, a colpi di complottismo e dietrologia, già tentano di propinare ricostruzioni a proprio uso e consumo. Ma in molti, da fronti contrapposti, iniziano a fare autocritica. Ad ammettere che l’odio esploso negli anni di piombo è farina del nostro sacco. Che non ci sono solo le responsabilità personali dei giovani rivoluzionari. Che alcune colpe andrebbero cercate anche nei piani più alti della politica e, non da meno, dell’informazione.
In Italia tira finalmente un vento nuovo, diverso, pulito. Il presidente Pertini corre in ospedale per manifestare solidarietà a Paolo. Il segretario del Pci Berlinguer, genitore di quattro ragazzi, scrive una lettera alla madre per esprimere una sincera vicinanza. Il quotidiano Repubblica pubblicherà un articolo memorabile che non si limita a convalidare il sentimento unanime di solidarietà per i familiari della vittima. Contiene un messaggio politico e un invito alla pacificazione che oggi molti smemorati dovrebbero tenere a mente.
Questo rifiorito buon senso propizierà la nuova stagione del dialogo. L’omaggio di Almirante al feretro di Berlinguer non rappresenta solo un gesto doveroso per un avversario stimato sotto l’aspetto umano, è anche un messaggio politico. Messaggio politico che arriva identico anche da sinistra, quando saranno Jotti e Pajetta – non semplici dirigenti del Pci ma simboli viventi della resistenza – a omaggiare l’avversario Almirante. Non è buonismo. Non si tratta di una rinuncia agli opposti convincimenti o a un confronto serrato e senza sconti. È invece la comune consapevolezza della conclusione del secondo dopoguerra, durato a troppo a lungo. A costi enormi che proprio i due partiti collocati agli opposti hanno dovuto pagare più degli altri. Per questo preciso motivo, la nuova fase della Repubblica avrebbe chiesto altro. Il rispetto delle regole da parte di tutti e la legittimazione reciproca, scaturita dalla pacificazione nazionale.
Oggi questo messaggio sembra completamente rimosso da taluni esponenti di partito e da non pochi organi d’informazione. Si è tornati a usare il passato in modo pretestuoso, per motivi politici di stretta contingenza. In forme grottesche, considerata la distanza ormai siderale dagli eventi, ma non per questo prive di rovinosa efficacia.
Le polemiche strumentali, confezionate a ogni ricorrenza degli omicidi di via Acca Larenzia, offrono una dimostrazione emblematica di tale aberrazione. Al netto delle frasi di circostanza, quasi sempre ipocrite, viene impedito che il ricordo delle vittime giunga al centro del dibattito. Non si registra alcun imbarazzo per il fallimento completo della giustizia. Gli assassini del 7 gennaio 1978, quelli ancora vegeti, circolano impuniti per Roma. Su tale circostanza, di gravità inaudita, non viene mai spesa una parola da chi si ritiene così “legalitario” da invocare la repressione giudiziaria per le commemorazioni partecipate dalla destra radicale. Semplici reati di opinione anche per chi, in nome dei propri convincimenti illiberali – che da modesto operatore del diritto mi permetto di aborrire – volesse ignorare la recente pronuncia della Corte di Cassazione.
Non c’è da essere ottimisti. Chi alimenta questo circolo vizioso è convinto sul serio di trarne vantaggio. Un errore grossolano perché i veleni rimessi continuamente in circolo intossicano tutti, indeboliscono l’intero sistema politico e concorrono nella disaffezione di porzioni non trascurabili dell’elettorato. Gettare letame politico addosso al “nemico”, con frenetica ossessione, può soddisfare i fanatici ma allontana chi preferisce ragionare. Qualunque possa essere la nostra opinione, resta il fatto che le contrapposte tensioni ideali che hanno caratterizzato il Novecento sono esaurite da tempo. Non saranno certo le “sedute spiritiche” propiziate dai furbetti dei media o del comunicato stampa a resuscitarle.
Resta però una speranza. Sarebbe ingiusto, infatti, sostenere che il dissenso, di cui cerco di farmi improvvisato interprete, sia condiviso solo a destra. In questi decenni, partecipando a un numero infinito di convegni, ho conosciuto e apprezzato una sinistra che esprime opinioni differenti ma che parla la stessa lingua. Che esprime rispetto sincero per i ragazzi uccisi su entrambi i fronti negli anni di piombo. Forse non sarà quella che allestisce in fretta in furia comunicati stampa o che ama pontificare sui media. Ma è quella che ha compreso il messaggio di Berlinguer e Almirante. Per Franco, Francesco e Stefano.