Le testimonianze
La vita in carcere e il «grazie, grazie e ancora grazie» di Burlò a Meloni. Trentini: «Capivo che l’Italia stava facendo molto per me»
Il cooperante e l'imprenditore raccontano l'inferno di El Rodeo, la paura, ma anche la speranza aggrappata ai segnali che sono arrivati durante la detenzione. Un racconto a due voci che rende giustizia dell'impegno profuso per la liberazione e smentisce chi sostiene che sia avvenuta «nonostante» il governo
La vita in carcere, senza nulla per tenere impegnata la mente che non fossero la speranza e la forza d’animo. Le condizioni dure della detenzione, la cella condivisa per qualche mese. E i segnali che, pur chiusi nel buco nero del carcere El Rodeo di Caracas, non erano stati abbandonati. Alberto Trentini e Mario Burlò raccontano gli otre 400 giorni di detenzione in Venezuela. E la gratitudine per la liberazione. «Grazie, grazie e ancora grazie. Spero che riporti a casa tutti», ha detto Burlò riferendo le prime parole che ha rivolto a Giorgia Meloni, all’aeroporto di Ciampino, dove la premier è andata ad accogliere lui e Trentini, ieri.
Trentini: «Mai sentito solo, avevo capito che l’Italia stava facendo molto per me»
«Non mi sono mai sentito da solo quando ero dentro quella cella, certi messaggi mi sono arrivati, avevo capito che l’Italia stava facendo molto per la mia liberazione. La detenzione è stata molto difficile, ma non mi hanno mai fatto del male. Certo non è stato un bel periodo», ha raccontano Trentini nel colloquio con Laura Pace del Messaggero. Una testimonianza che, insieme alla gratitudine espressa con tanta forza da Burlò, rende giustizia agli sforzi dell’Italia e del governo che li ha guidati per riportarli a casa e che rappresenta la risposta più efficace a quanti, nelle ore immediatamente successive alla liberazione, hanno voluto minimizzare, negare perfino arrivando a sostenere che la liberazione era avvenuta «nonostante» Meloni.
El Rodeo: niente libri, pochi contatti e materassi «come lastre di cemento»
Trentini ha raccontato che «la notte che gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela per catturare l’ex presidente Maduro io non mi sono accorto di nulla. Dormivo, sì quella notte ho dormito più profondamente del solito. Non mi sono reso conto che la storia del Paese era cambiata radicalmente». «Non mi hanno mai picchiato», ha spiegato, scherzando anche sul fatto che «non sono dimagrito». «Si sono in forma, su. La maglietta rossa che indossavo nei momenti della liberazione non mi ha reso giustizia. Forse sembravo provato fisicamente ma tutto sommato sono riuscito a mantenermi». Come Burlò, che invece ha perso trenta chili, Trentini ha fatto molta ginnastica, l’unico modo per tenersi impegnato: libri non ce n’erano, una scacchiera «costruita con pezzi di sapone e carta igienica», le «camminate avanti e indietro lungo il perimetro della cella», i materassi buttati per terra che «era come sdraiarsi su lastre di cemento», i contatti con gli altri detenuti ridotti all’osso. Inseguendo dettagli, voci, con una domanda sempre in testa: «Quando ci liberano?». «Qualcuno sentiva qualcosa durante una visita, qualcun altro riportava una voce, notizie mai certe».
Burlò: «Sembrava Alcatraz o Papillon, ma Steve McQueen è più bello»
Circostanze che ricorrono anche nell’intervista rilasciata da Burlò al Corriere della Sera. «È stato un periodo difficilissimo, davvero. In carcere, senza diritti», ha raccontato. La «tortura» di non aver nulla per tenere impegnata la mente: «Non c’erano libri, se non un trattato di geopolitica secondo Chavez e dei testi religiosi, perché sono terroristi, ma religiosi. Però, ho imparato lo spagnolo, per sopravvivere. E facevo tanti esercizi fisici». Anche Burlò si è soffermato sulla propria forma fisica, ma lui è dimagrito: ha perso trenta chili durante gli oltre 400 giorni di detenzione. «La cella, terrificante: quattro metri per due, con un paio di lastroni di cemento e i materassi. Per un periodo, uno era crollato, e allora si faceva a turno per dormire: uno sopra e l’altro per terra», ha proseguito. E, ancora, «scarafaggi che camminavano attorno e la turca a un metro. Roba da Alcatraz o Papillon , solo che Steve McQueen è più bello», ha scherzato l’imprenditore torinese, che a Massimiliano Nerozzi che firma l’intervista ha spiegato di aver capito che sarebbe stato liberato «un minuto prima» che accadesse. «L’ho capito perché mi hanno tagliato a zero i capelli, anche se succedeva spesso. Una certezza, insieme al cappuccio. «Quando uscivi dalla cella, ti facevano camminare con un cappuccio che ti copriva interamente il capo, tipo Guantanamo».
Il momento in cui ha pensato «allora non mi ammazzano».
La prima ora d’aria è arrivata dopo trentasei giorni, «anche se alla fine erano 40 minuti, a settimana. Finché, bontà loro, cinque volte alla settimana». La cella condivisa «per qualche mese Trentini, poi tanti altri: tutta gente sequestrata, come me». La paura, in alcuni momenti, di non uscire più, alimentata anche da quella uniforme azzurra assegnata a chi era in attesa di giudizio e che qualcuno «indossava da dieci anni». Poi il momento di speranza rappresentato dalla telefonata con la figlia e ascoltata da uomini dei servizi segreti e del carcere, perché non parlasse di maltrattamenti. Ma arrivata dopo la visita dell’ambasciatore, come una luce: «Dentro di me ho pensato: “Allora non mi ammazzano”».
Il «grazie, grazie e ancora grazie» a Meloni
Anche Burlò ha riferito di aver saputo del blitz degli Usa «solo dopo, anche se qualcuno vociferava che Maduro fosse stato arrestato». E lo ha raccontato come un momento in cui ha avuto «terribilmente» paura, perché «questi sono dei terroristi, dei sequestratori». Poi, invece, la liberazione. «A Giorgia Meloni cos’ha detto?», gli è stato chiesto. «Grazie, grazie e ancora grazie. Spero che riporti a casa tutti».