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Giulio Tremonti

L'intervista

«La globalizzazione è finita, ma il nuovo ordine non c’è. I turisti della storia hanno ignorato i segnali». Parla Giulio Tremonti

Il presidente della Commissione esteri della Camera spiega al Secolo cosa sta succedendo sulla scena internazionale e ricostruisce i passaggi che ci hanno portato a questo punto ma che i protagonisti di allora non hanno compreso

Politica - di Fernando Massimo Adonia - 25 Gennaio 2026 alle 07:00

L’impressione generale è che con Davos 2026 sia stata battezzata l’era della post-globalizzazione. Un sentire che forse è più concreto di quanto si possa percepire a pelle. In fondo, Giulio Tremonti (più volte ministro delle Finanze e attuale presidente della Commissione Esteri della Camera dei deputati) denuncia da tempo le fragilità dell’ultimo trentennio globale. Fin dal 1994, almeno, anno di pubblicazione de Il fantasma della povertà. Per poi proseguire con Rischi fatali (2005), La paura e la speranza (2008) e Mundus furiosus (2016). Fino a fare i conti, in ultimo, con Guerra o Pace (2025). Una lezione da studiare, se non altro perché, come gli è stato riconosciuto in un messaggio riservato inviato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia a Washington nel 2008, «Tremonti ha sempre espresso profondi sospetti sui benefici della globalizzazione, e una filosofia economica piuttosto eclettica». Eccolo.

Presidente, ritiene anche lei che la globalizzazione sia arrivata al crepuscolo?

«Proviamo a mettere ordine. L’atto formale di nascita della globalizzazione è il 1994, a Marrakech, con la nascita del Wto (World Trade Organization, ndr). È lì che prende corpo l’ideologia della globalizzazione. Il clima filosofico, politico ed economico di quegli anni è segnato da due grandi narrazioni: da un lato Fukuyama, con la “fine della storia”; dall’altro Bill Clinton, che annuncia una Cina in cammino verso il progresso e la democrazia. L’idea dominante era che il mercato globale fosse il destino naturale del mondo».

Dove risiedeva o risiedeva il cuore ideologico della globalizzazione?

«In una nuova triade. Non più, o non solo, liberté, égalité, fraternité, ma globalité, marché, monnaie. L’estensione a Oriente comincia subito. Intorno al 2000 la Cina e gran parte dell’Asia entrano nel Wto. Inizia un processo rapidissimo, forse inevitabile, ma avvenuto in un tempo troppo breve. In trent’anni è stata modificata la struttura stessa del mondo e la sua velocità».

Che cosa cambia, in concreto?

«Il principio fondante diventa questo: il mercato sopra tutto, sotto popoli, politica e istituzioni. Un vero ribaltamento storico».

Professore, in che senso?

«Basta guardare a un’immagine simbolica: il passaggio di consegne alla Bce a Francoforte nel 2019, tra Mario Draghi e Christine Lagarde. I due sul palco, tutti i capi di Stato e di governo sotto. Lei avrebbe mai visto De Gaulle, De Gasperi o Adenauer in platea ad applaudire i banchieri centrali? Ebbene, non l’avrebbero mai accettato».

Quando e come l’ideologia della globalizzazione entra in crisi?

«Si rompe con la grande crisi del 2007-2008. Non è solo una crisi finanziaria: è una crisi politica globale. Da quel momento il mondo perde equilibrio e cerca nuove forme di governance. Il G7 perde centralità e il G20 acquista centralità come luogo di confronto globale. Per due anni si tenta di uscire dalla crisi, ma si capisce che non era solo una questione di banche: era una crisi del modello».

Che cosa accade dopo?

«Si confrontano due visioni opposte. Da un lato quella italiana: non puoi vivere in un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole. La proposta era passare dal free trade al fair trade. Dall’altro lato si afferma l’idea che basti stampare moneta per risolvere tutto».

In cosa consisteva, nel concreto, la proposta italiana?

«Era una bozza di trattato chiamata Global Legal Standard. Fu presentata in sede Ocse e anche alla Scuola centrale del Partito comunista cinese a Pechino. Un tentativo di costruire regole globali, una sorta di Bretton Woods del XXI secolo. L’interesse su questa idea – dal free al fair trade – era notevole».

Chi sono gli interpreti dell’altra visione a cui faceva riferimento?

«Il Financial Stability Board (Fsb), secondo cui le regole non erano necessarie e bastava intervenire con la politica monetaria. Questa linea ha portato prima all’austerità e poi alla stampa massiccia di denaro, con tassi sotto zero. Un errore enorme. L’Fsb aveva tra i suoi principali riferimenti Mario Draghi. Ma non voglio aprire una polemica personale: è solo una critica a un’idea sbagliata».

Quali sono state le conseguenze politiche di tali scelte?

«La politica non si è più ripresa. La crisi è stata esorcizzata, non affrontata. E questo ha aperto la strada a un ritorno al passato, a logiche di potenza e di identità. Finita la “magia” della globalizzazione senza regole, sono riemersi imperi, conflitti, guerre».

In questo contesto come si inserisce la Russia di Putin?

«Putin passa da una fase di adesione quasi fideistica al capitalismo a una posizione fortemente critica. Nasce la dottrina del Cremlino: “Il nostro futuro è nel nostro passato”. Tradizione, religione, confini, impero. Un recupero sia dell’eredità zarista sia di quella sovietica. Stalin diceva: “La Russia confina con chi vuole”. Oggi vediamo un impero postmoderno che si muove su quella linea».

Professore, dunque, che tipo di ordine mondiale è quello attuale?

«L’ordine costruito negli ultimi trent’anni è crollato, ma non ne è nato uno nuovo. L’idea di un ordine globale regolato è stata sconfitta dall’illusione che la politica monetaria potesse sostituire la politica. Il mondo è tornato indietro».

Lei ha parlato di «turisti della storia». Cosa intende di preciso?

«È un’espressione che ho usato io e che poi ho visto usare recentemente anche da Paolo Gentiloni su Repubblica. È molto calzante. Penso al G20 di Roma del 2021: totalmente globalista, ancora immerso nella vecchia ideologia. Parlano di people, planet, prosperity. Vanno alla Fontana di Trevi, lanciano la monetina all’indietro. Ma non si accorgono che sono in 18, non in 20. Mancavano Russia e Cina. Quattro mesi dopo scoppia la guerra in Ucraina».

Eppure, si parlò comunque di “grande successo”.

«Ecco cosa vuol dire essere turisti della storia: non vedere che il mondo è già cambiato mentre lo stai ancora raccontando com’era prima».

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