Il 2026 della transizione
Il tempo è energia: l’Italia e la via del nucleare avanzato e sostenibile. La vera sfida è scegliere un orizzonte
Il 2026 sarà un anno decisivo per il futuro energetico nazionale: le decisioni di oggi determinano la sicurezza, la sovranità e le opportunità di sviluppo e crescita delle generazioni di domani
La politica energetica è, prima di tutto, una scelta sul tempo: decidere oggi se governare il futuro o subirlo. Le scelte energetiche non si misurano solo sul presente, ma sugli effetti che produrranno per decenni, e in un Paese come l’Italia, importatore netto di energia e di clean technologies, e vincolato dalle infrastrutture energetiche esistenti, questa prospettiva è fondamentale per definire una strategia energetica stabile e sostenibile. Ogni infrastruttura energetica – dai gasdotti al fotovoltaico, dall’eolico agli impianti nucleari – è una decisione diretta alle prossime generazioni più di quanto risponda a quelle presenti, e quindi concepire l’energia solo in chiave emergenziale significa rinunciare alla sovranità sul lungo periodo: le decisioni energetiche di oggi determinano la sicurezza, la sovranità e le opportunità di sviluppo e crescita delle generazioni future.
La vera sfida è scegliere un orizzonte
La vera sfida energetica non è solo scegliere e utilizzare una tecnologia, una fonte, un vettore, ma scegliere un orizzonte. Il tempo non è solo quantità, è soprattutto qualità delle scelte che compiamo. E con questa visione, in Italia, il tema del nucleare non può essere confinato a ideologie o timori storici: è una scelta strategica di tempo lungo, per un futuro energetico e industriale stabile, competitivo e sostenibile. In questo contesto, scegliere di investire nel nucleare significa assumersi una responsabilità concreta, creando anche opportunità verso chi erediterà il sistema energetico che stiamo costruendo.
Dalla transizione alla sicurezza energetica: il ruolo dell’energia nucleare
La transizione energetica dettata dalla necessità di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici è oggi dominata da situazioni geo-politiche contingenti, quali la guerra russo-ucraina e la crisi in Medio Oriente, che impattano sull’approvvigionamento e sulla sicurezza energetica a livello nazionale, comunitario e globale, e dal predominio asiatico delle catene del valore delle clean technologies: la transizione è dunque diventata una questione di sicurezza nazionale e richiede l’attuazione di misure e interventi finalizzati alla creazione di un mix energetico basato sull’integrazione e valorizzazione di tecnologie, fonti e vettori, anche in considerazione degli usi finali e delle specificità di Paesi e territori.
La necessità di un approccio pragmatico: la neutralità tecnologica
Oggi la questione della decarbonizzazione non è più solo legata alla problematica ambientale ma è chiaramente una questione di potere e sviluppo competitivo industriale globale. È infatti evidente che in contesti caratterizzati da equilibri geopolitici critici sia necessario muovere da un approccio pragmatico, di neutralità tecnologica, multi-interdisciplinare e realistico al fine di evitare di compromettere la competitività del Paese sull’altare di pregiudizi e stereotipi ideologici. Ed è altrettanto evidente e necessario individuare strade di rottura degli attuali oligopoli, consolidati tanto nelle filiere delle fonti fossili quanto nelle cosiddette clean technologies e nei nuovi vettori puliti. Una strada lunga e faticosa, ma anche una sfida entusiasmante che può generare opportunità e crescita.
La costante e inarrestabile crescita della domanda di energia – i fabbisogni di energia a livello mondiale dovrebbero passare da circa 30 migliaia di TWh nel 2030 fino a 45 migliaia di TWh al 2050 – la sicurezza degli approvvigionamenti e l’esigenza di famiglie e imprese di avere a disposizione energia di facile accesso a prezzi convenienti, rendono la trasformazione del sistema energetico una necessità inderogabile ed urgente. In questo scenario di grande e vulnerabile transizione, delimitato dalle incertezze di origine geopolitica del gas e dall’attuale dominio cinese della filiera delle rinnovabili, ed in generale di molte delle clean technologies, il nucleare, tecnologia ampiamente utilizzata nel mondo per la produzione di elettricità baseload a basse emissioni, rientra nella discussione dei policy makers e dell’opinione pubblica come possibile fonte primaria sicura, stabile, programmabile, modulare e decarbonizzata su cui contare.
La visione del net zero e il ruolo complementare del nucleare
La visione del net zero sarà certamente realizzata principalmente attraverso il ricorso all’energia rinnovabile, il principale fra i vettori della transizione energetica, ma in questa prospettiva, la fonte nucleare – che agisce come stabilizzatore sistemico della rete elettrica e volano per un ulteriore sviluppo delle rinnovabili – sarà chiamata nel medio periodo a giocare un ruolo complementare, per garantire una indispensabile quota di elettricità che sia allo stesso tempo decarbonizzata e programmabile.
La risposta alle tre grandi questioni dello sviluppo
Il nucleare sembra infatti rispondere ampiamente alle tre grandi questioni dello sviluppo: tutela ambientale, sicurezza e affidabilità energetica, sviluppo e crescita industriale. L’inclusione dell’energia nucleare nella tassonomia europea per le tecnologie energetiche a supporto della decarbonizzazione ha, di fatto, rivitalizzato l’interesse per questa tecnologia che potrebbe, anche in Italia, garantire il necessario baseload in un mix energetico a emissioni zero indispensabile ai fini della sicurezza e resilienza dell’infrastruttura di rete e del soddisfacimento di una domanda energetica crescente.
Per far fronte all’enorme incremento di domanda di elettricità decarbonizzata in Europa nel periodo post 2030, e considerando la fisiologica uscita di produzione di parte del parco nucleare esistente nel nostro continente per raggiunti limiti di età, o per i necessari interventi di manutenzione per il prolungamento della vita operativa, è del tutto ragionevole pensare che sarà necessaria la realizzazione nei prossimi anni di una quantità significativa di nuovi impianti. Considerando i tempi molto lunghi che intercorrono fra la decisione di investimento e l’entrata in esercizio degli impianti, la discussione che si è avviata negli ultimi mesi in Europa e in Italia è quindi assolutamente opportuna e necessaria.
La strada dell’autonomia energetica e la prospettiva del nucleare italiano
Nel corso del 2024, secondo le rilevazioni di Terna, i consumi elettrici italiani si sono attestati sui 312 TWh, soddisfatti ancora per il 47% dalle fonti fossili. Nonostante i passi avanti verso le rinnovabili, nel nostro Paese la domanda di energia viene ancora soddisfatta soprattutto mediante l’importazione di gas e di petrolio, che insieme, anche considerando il settore termico e quello dei trasporti, costituiscono circa il 74% del totale dell’approvvigionamento energetico nazionale.
Nonostante la forte crescita delle rinnovabili nel settore elettrico, ancora per molti anni buona parte della domanda di energia nazionale, soprattutto per il termico e per i trasporti, sarà soddisfatta dalle “vecchie fonti fossili”, esponendo la nostra Nazione a una marcata dipendenza delle importazioni di queste due fonti energetiche. Per un Paese come l’Italia, privo di grandi risorse fossili, la visione di lungo termine non è un lusso teorico, ma una necessità strategica e una opportunità di crescita competitiva e sostenibile.
Le stringenti esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti ed indipendenza energetica hanno da tempo, almeno dal 2022, evidenziato con chiarezza la necessità per l’Italia di ripensare, rapidamente, al proprio futuro energetico. Diversificazione delle fonti, disponibilità di energia di base, affidabile, flessibile e decarbonizzata, ed economicità, impongono quindi di considerare il nucleare nelle possibili scelte, per una strategia integrata con il gas e le rinnovabili, soprattutto in relazione alla prevista crescita esponenziale della domanda, anche rappresentata dalla rilevante richiesta di energia necessaria per alimentare data center e i sistemi di Intelligenza artificiale, che devono garantire l’erogazione dei servizi senza interruzioni.
La delega al governo per il nucleare sostenibile e da fusione
Di fronte ad un quadro di simile complessità, la scelta italiana di tornare a ragionare di opzione nucleare è confortante sotto molti punti di vista. Come noto, e già argomentato in un precedente articolo, l’approvazione preliminare in Consiglio dei ministri il 28 febbraio del 2025 e il parere positivo di luglio in Conferenza Unificata, il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha dato via libera al disegno di legge per la delega al governo sulla materia della produzione di energia da fonte nucleare avanzata e sostenibile e da fusione. Il disegno di legge – che all’articolo 1 prevede che entro dodici mesi dall’entrata in vigore il governo emani uno o più decreti legislativi recanti la disciplina per la produzione di energia da fonte nucleare, e all’articolo 2 stabilisce che nell’ambito della delega sia redatto un programma nazionale finalizzato allo sviluppo della produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e un programma di monitoraggio e di informazione pubblica sul tema – è stato trasmesso di recente al Parlamento.
Come si può leggere nella relazione illustrativa al disegno di legge «una governance lungimirante impone di perseguire l’obiettivo di una produzione di energia in grado di rendere le generazioni future realmente indipendenti dal punto di vista energetico. Il problema dei costi che gravano sull’utenza – che vede l’Italia nel segmento di coda rispetto agli altri Paesi avanzati – è una ulteriore ragione per la quale è necessario valorizzare ogni risorsa in grado in incidere positivamente su tali costi. All’attuale mix energetico (fossili, gas, rinnovabili e altro) va dunque sostituito un nuovo mix energetico nazionale, che possa prevedere, tra l’altro, anche lo sviluppo di una fonte low-carbon programmabile e continua quale il nucleare».
Un passo essenziale nello scenario energetico attuale
«Secondo le ipotesi di scenario inserite del Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, ndr), un mix equilibrato di rinnovabili, nucleare e gas può consentire di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, in particolare con una quota ottimale di produzione da fonte nucleare che copre tra l’11% e il 22% della richiesta di energia elettrica (ovvero tra gli 8 e i 16 GW di capacità nucleare installata)». Pur nella consapevolezza che i tempi tecnici per l’attuazione di un simile, storico, cambiamento di rotta saranno lunghi e che non mancheranno le criticità a livello di implementazione territoriale delle direttive già approvate in sede di disegno di legge, si tratta di un passo di enorme importanza nella direzione di creare le condizioni per una autonomia energetica; un passo assolutamente essenziale nello scenario energetico attuale.
Affrontare la sfida del nucleare a testa alta
Ma l’Italia può realisticamente affrontare la sfida nucleare, c’è la necessaria fiducia e consapevolezza sociale per affrontare con forza questa grande percorso di politica industriale? Sembra a tal proposito utile sottolineare che, nonostante la lunga decennale battaglia culturale antinuclearista e un diffuso clima di rassegnazione post-industriale, nel nostro Paese ancora prosperano grandi competenze di alta qualificazione e forze industriali capaci di assumere un posizionamento primario per lo sviluppo del nucleare.
Nonostante il lungo sonno europeo e soprattutto italiano, esiste ancora in Italia un profondo giacimento di conoscenza ed esperienza sull’energia nucleare, e soprattutto è presente un vivace e diffuso entusiasmo industriale. Da qua si deve partire, con tenacia e perseveranza, potendo anche far leva su fondamentali e possibili discontinuità tecnologiche, ove l’Italia è già molto presente con capacità di ricerca e industriali, in grado potenzialmente di rappresentare un vero e proprio cambio di paradigma: la capacità della ricerca sulla fusione, vera e propria frontiera per l’indipendenza energetica, e quella dei reattori avanzati di IV generazione, modulari di piccola taglia (Small modular reactors e Advanced modular reactors), che grazie alle loro ridotte dimensioni si prestano ad una realizzazione industrializzata in serie, con conseguenti riduzione dei costi di produzione e tempi di costruzione, in modo da ridurre drasticamente l’investimento iniziale e l’esposizione finanziaria durante le fasi realizzative.
Infine, tali reattori si prestano ad una produzione di elettricità su piccola scala, per alimentare specifiche comunità o aree industriali, rappresentando un perfetto elemento di integrazione sistemica alla produzione rinnovabile anche in termini di stabilizzazione di specifici nodi di rete elettrica.
La vitalità delle istituzioni e dell’industria italiane
In Italia, prima l’istituzione da parte del Mase della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile, poi il decreto delega, recentemente approvato dal governo, così come l’Accordo di programma stipulato fra Enea e Mase relativo al Piano di ricerca nucleare, dimostrano come il governo intenda creare le condizioni per un eventuale ritorno alla produzione di energia elettrica da fonte nucleare. Il recente rapporto Enea-Confindustria “Lo sviluppo dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale” mostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il panorama nucleare nazionale è molto attivo. A riguardo si contano oltre 70 soggetti privati che operano, a vario titolo e livello, nel settore progettando, realizzando e installando componenti/impianti all’estero, a testimonianza del valore e del rilievo della filiera industriale nazionale di settore.
La prospettiva di breve periodo traguarda la fissione nucleare, fonte stabile e pulita, che nel 2022 è stata la seconda fonte di produzione di energia elettrica carbon free nel mondo, superata solo dall’idroelettrico. In particolare, in Italia nel settore della fissione le partnership più innovative sono quelle legate al Consorzio pubblico-privato Eagles (Enea e Ansaldo Nucleare insieme all’Istituto di ricerca belga Sck-Cen e all’Istituto di ricerca rumeno Raten-Icn) e la collaborazione tra Enea e Newcleo, che si basa esclusivamente su finanziamenti privati.
Entrambe le partnership, con le proprie specifiche caratteristiche e tempistiche di implementazione, mirano a rendere disponibili nel mercato reattori di piccola scala raffreddati a piombo fuso, dopo aver realizzato e validato il primo prototipo di questa tecnologia. Sono in essere, inoltre, collaborazioni di particolare rilievo strategico, tra Enea ed Edison per lo sviluppo di sistemi di sicurezza in reattori di piccola taglia raffreddati ad acqua, che saranno probabilmente i primi ad essere disponibili sul mercato. Da menzionare è anche la partnership di Enea con Framatome per sviluppare tecnologie di reattori nucleari destinate a produrre elettricità per future basi lunari.
Quest’anno poi è nata, per studiare e sviluppare le tecnologie del nuovo nucleare sostenibile – dalla volontà di Enel, Ansaldo e Leonardo – la società Nuclitalia, che rappresenta un passo cruciale nella strategia italiana di rilancio del nucleare civile, dopo decenni di divieto (a seguito dei referendum del 1987 e del 2011). La sua attività si inserisce in un quadro di rilancio normativo e industriale – con la legge delega sul nuovo nucleare approvata nel 2025 – e si pone come polo tecnologico e industriale per comprendere come l’Italia possa integrare il nucleare (in particolare Smr) nel proprio mix energetico futuro.
L’Italia e l’orizzonte della fusione nucleare
Per quanto riguarda la fusione nucleare, la partita più importante si gioca in Italia nell’ambito del primo partenariato pubblico-privato istituito in Europa in questo campo con il Consorzio Dtt – che include, nella sua struttura azionaria, Enea, Cnr, Infn, università e consorzi attivi nel settore nucleare, nonché il principale attore nazionale nel settore energetico, Eni. Il Consorzio Dtt sta costruendo il Divertor Tokamak Test Facility presso il Centro ricerche Enea di Frascati, per studiare e realizzare una soluzione tecnica adeguata al problema dello smaltimento del calore in eccesso e del plasma esausto in un reattore a fusione commerciale.
Il nostro Paese leader nella ricerca in Europa
Tale infrastruttura rappresenta un asset strategico di ricerca nazionale e internazionale ed è stata inclusa, per tale ragione, tra le infrastrutture prioritarie per la ricerca da parte del Mur. L’Italia ha svolto e continua a svolgere un ruolo preminente nelle attività sulla fusione finanziate nell’ambito dell’accordo Euratom, ed è oggi il secondo attore europeo, dopo la Germania, in termine di volume di attività di ricerca coordinate da Eurofusion, il Consorzio che raggruppa le istituzioni di ricerca europee operanti sulla fusione (Enea per l’Italia) e che coordina le attività finanziate da Euratom.
La posizione di assoluta preminenza dell’Italia nel quadro europeo della fusione nucleare è stata costruita nel corso degli anni grazie al coinvolgimento dell’industria nazionale sui progetti di sviluppo delle tecnologie della fusione (superconduttività, manutenzione remotizzata, meccanica, ciclo del combustibile, etc.) negli esperimenti progettati e costruiti in Italia come Ftu a Frascati e Rfx a Padova. Grazie a questa sinergia tra ricerca e industria le aziende italiane sono riuscite ad assicurarsi contratti per oltre 2 miliardi di euro per la costruzione di Iter, il reattore sperimentale in costruzione a Cadarache. Il know-how acquisito nella costruzione di Iter mette l’industria italiana in una posizione estremamente competitiva per la fornitura dei componenti degli impianti a fusione di prossima costruzione nel mercato globale.
Il ruolo italiano nella competizione globale sulla fusione
La competizione globale per la leadership nella fusione nucleare si sta facendo sempre più accesa, una vera e propria corsa al primato, ove, a mio parere, l’Italia può e deve giocare un ruolo primario. Negli ultimi anni si sono affacciati nuovi attori nel campo della fusione. Le start-up private hanno raccolto sul mercato più di 10 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi impianti a fusione. Tra queste, occorre segnalare Commonwealth Fusion System, uno spin-off del Mit, che, con un forte supporto di Eni, sta sviluppando una filiera di impianti basata su materiali superconduttori avanzati e che si è rivolta all’Italia per la costruzione della camera di reazione. La Cina ha varato un programma di ricerca e sviluppo per portare a maturità tutte le tecnologie necessarie per la costruzione di un reattore a fusione. La Cina sta costruendo un esperimento (Best) con prestazioni analoghe a quelle di Iter e sta progettando un reattore prototipo (Cfetr).
In questo quadro di forte competizione per la leadership tecnologica nell’energia del futuro la costruzione di Dtt è un’opportunità unica per l’Italia. Dtt infatti è l’unico esperimento di grandi dimensioni (a parte Iter) in costruzione in Europa, che integrerà gran parte delle principali tecnologie di un reattore a fusione in un impianto che sarà quello di maggiori prestazioni in Europa dopo Iter. È importante sottolineare che l’integrazione di varie tecnologie in un unico impianto è un fattore determinante per la crescita delle capacità del sistema Paese rispetto allo sviluppo separato delle tecnologie.
L’esercizio di sovranità tecnologica oltre i progetti scientifici
Si tratta di investimenti da effettuare oggi per creare benefici e opportunità di sviluppo che matureranno oltre una generazione. L’Italia è protagonista della filiera europea e internazionale della fusione: Iter e Dtt non sono solo progetti scientifici, ma esercizi di sovranità tecnologica sul tempo lungo. Inoltre, l’Italia è sede del supercomputer Pitagora, dedicato alla simulazione per la fisica del plasma e materiali avanzati per la fusione, consolidando così una posizione di rilievo nell’ecosistema europeo della ricerca sulla fusione.
La fusione nucleare rappresenta l’archetipo della politica energetica e industriale di lungo periodo: Iter e Dtt sono progetti fondamentali, con Iter che mira al primo plasma intorno al 2039, mentre il Dtt è un banco di prova italiano e europeo che prepara la strada per il successivo reattore Demo, che dovrà produrre energia elettrica dopo il 2050, dimostrando la maturità tecnologica necessaria per reattori commerciali, integrando rinnovabili e stoccaggio energetico per la transizione. Nella fusione nucleare si concentra il coraggio così come l’opportunità di guardare al tempo lungo, la capacità della società di pensare decenni avanti, assicurando sicurezza, autonomia e futuro energetico.
Il tempo delle scelte: il nucleare come leva di sovranità nazionale
Il tempo è la variabile più importante nel dibattito energetico italiano. È proprio sul tempo – quello lungo delle infrastrutture, delle competenze e delle filiere industriali – che si misura la sovranità di un Paese. E il nucleare, oggi, non è una questione ideologica, ma una scelta strategica sul futuro dell’Italia. Per un Paese come l’Italia, privo di risorse fossili e ancora fortemente dipendente dalle importazioni di clean technologies, la strada del nucleare non è un lusso teorico, ma una necessità strategica e una opportunità di sviluppo competitivo e sostenibile. Temporeggiare è una scelta implicita a favore della dipendenza esterna, che può anche determinare perdita di opportunità e di crescita. Quello che si staglia all’orizzonte potrebbe davvero essere un nuovo entusiastico e futurista “assalto al cielo” attraverso il quale recuperare la nostra indipendenza e rilanciare la nostra industria. Un cambio di passo utile per l’intero sistema-Paese, ma ancor di più per mettere in discussione a nostro vantaggio i rapporti di forza internazionali.
Ricerca pubblica e azione industriale per un futurista “assalto al cielo”
In questo contesto è utile sottolineare che il sistema pubblico della ricerca dispone del know-how necessario a sviluppare e innovare, seguendo un approccio integrato, prodotti, processi e soluzioni innovative; e il sistema privato italiano dispone di eccellenze tecnologiche, spirito di innovazione, avanguardia industriale e soprattutto voglia di fare. E l’accelerazione del percorso verso il nucleare italiano parte proprio dalla sintesi e dalla sinergia tra la ricerca pubblica e l’azione industriale, e dalla necessaria costruzione di una solida catena del valore nazionale.
Serviranno impegno, entusiasmo, equilibrio e soprattutto visione, per affrontare con lucidità il tempo necessario a superare ostacoli culturali, tecnici e burocratici, rafforzare i centri di ricerca, rilanciare le filiere industriali e innovare la governance del settore. Si tratta di una sfida decisiva per l’Italia: non solo per riconquistare l’indipendenza energetica, ma per avviare una vera rinascita industriale fondata su tecnologia, conoscenza e capacità di pensare nel lungo periodo. Il varo del disegno di legge sul nucleare nel 2025 ha segnato una svolta nella politica energetica e industriale nazionale. Il 2026 sarà un anno decisivo per il futuro energetico nazionale: quello in cui l’Italia dovrà dimostrare se è pronta a trasformare la visione in scelta e azione, e il tempo lungo in strategia.