Dopo La Spezia
I giovani, la violenza, la laicizzazione dei valori: perché non possiamo sempre giustificare tutto
Da Junger a Pasolini, da Nietzsche fino a Baumann, gli episodi di violenza richiamano a un'assenza valoriale frutto di un lungo cammino
Non c’è da fare retorica. Perché la violenza, diceva bene Cesare Musatti, storico padre della psicanalisi italiana, è la forma primitiva per eccellenza del genere umano. Il substrato antropologico che parte da un assunto: se c’è una cosa che gli uomini storicamente, purtroppo, sanno fare è eliminarsi reciprocamente e senza giustificazione plausibile. Ma il caso di La Spezia, dove un diciannovenne ha ucciso un suo coetaneo per un movente inesistente, richiama la necessità di comprendere, capire, ascoltare. Senza giustificare in continuazione.
Il mondo laicizzato
Il vuoto interiore e di massa ha una dimensione storica. Nella seconda metà del Novecento è iniziata una laicizzazione dei valori che è stata promossa come una sorta di soluzione “magnifica” alla conflittualità. Se è vero che le guerre nella storia hanno avuto spesso motivazioni religiose e che il secolo scorso è coinciso con l’affermazione di ideologie avvenute nel modo più brutale, è altrettanto vero che togliere ogni dimensione spirituale, politica, religiosa, ideale da una società ha significato nel contempo privarla di contenuti. Lo aveva anticipato Nietzsche, magistralmente, lo hanno illustrato autori come Junger, Pasolini, Baumann. La sublimazione ideale che ha contribuito a modificare le società era fatta anche di scontri (spesso crdueli9 ma dallo scontro ideale nascevano sintesi, volontà di confronto, tensioni positive incanalate in gran parte in una democrazia partecipata e non violenta.
L’assenza di colpa
il senso di colpa ha una formazione essenzialmente e tipicamente religiosa. E cristiana. Ha contribuito alla deterrenza del “male”, anche attraverso le regole liberali del vivere comune. Dalla Genesi al Nuovo Testamento, il pensiero giudaico-cristiano si è intersecato con quello liberale.
Oggi quel senso di colpa altruistico (o deontologico come scrive Francesco Mancini nei suoi lavori) sembra del tutto smarrito. L’autore romano, in una letteratura psicologica straordinaria, lo analizza in dinamiche diverse.
Oggi si uccide per una banale foto, uccidendo in pratica anche sé stessi. E’ un meccanismo simile a quello che Pasolini attribuisce alla laicizzazione della società. Rispetto al quale diventa anche difficile ipotizzare delle politiche di prevenzione adeguate. Avviene per i femminicidi, che pure registrano un confortante segno meno negli ultimi anni. Ed è come se il senso di colpa fosse stato sostituito da un’anarchia autocratica diffusa. Ognuno si sente libero di agire come vuole. La gelosia esisteva negli anni 60? Molto di più di oggi. Ma era in gran parte un derivato maschilista che si traduceva raramente in azioni omicidiarie. Non per questo certamente accettabile, ma diverso.
Delitto e castigo
Il capolavoro di Dostojevsji sul giovane Rodion Raskol’nikov è noto. Uccide una vecchia usuraia come segno di superiorità morale ma l’atto lo getta in un’angoscia psicologica e in un isolamento devastante, portandolo a un lungo tormento interiore piuttosto che al trionfo intellettuale sperato. Giuseppe Nicolò e Antonino Carcione nel Manuale sui disturbi di personalità ci offrono uno spaccato di tratti caratteriali diffusi. Ma cosi diffusi che tra poco, se non già ora, diventeranno norma.
Il senso di responsabilità è vitale in questo caso. E seppure il castigo non basti mai a prevenire è necessario che emerga anche una responsabilità individuale e collettiva. Fa bene il governo a essere severo. Servirà a eliminare del tutto la violenza? No, ma è un segnale. Cosa resta dell’omicidio istintivo di un coetaneo per una foto? Niente. Non la “morte bella” di chi secoli fa combatteva per una Patria, per un’idea, per un valore. Solo una banale circostanza. E per questo servono comunque le regole. Sbagliato dividersi categorialmente. La violenza non ha colore politico, né origine culturale. Sarebbe ora di capirlo. E la vita merita rispetto proprio come la morte. Che è una terribile sentenza collettiva. Ancora oggi troppe volte affidata alle mani dell’uomo.