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Giorgia Meloni fa la statista in Europa e smentisce il teorema della subordinazione a Trump

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Giorgia Meloni fa la statista in Europa e smentisce il teorema della subordinazione a Trump

Politica - di Carmelo Briguglio - 13 Gennaio 2026 alle 08:30

È stato un leitmotiv polemico fatto serpeggiare nella conferenza stampa d’inizio anno. E nel “dopo conferenza” dove alcuni talk televisivi hanno ospitato accesi attacchi alla presidente del Consiglio che, con qualche eccezione, non si sono visti nel confronto vis a vis con l’interessata. Ma andiamo alla tesi: Giorgia Meloni sarebbe subordinata alla figura e alle politiche del presidente americano, come sostiene Elly Schlein. E Fdi sarebbe una sorta di sezione italiana dell’Internazionale trumpiana. Ma il teorema appare fragile per alcune ragioni.

Ma neppure il socialista Pistorius manda truppe tedesche a Kiev

La prima: l’Italia non fa passi indietro sull’Ucraina. Continua a stare accanto a Kiev, a svolgere un ruolo di ponte tra europei e americani. A fine anno, il governo ha deliberato l’invio di aiuti “civili e militari” a Zelensky, smentendo previsioni pretestuose, incollate all’esegesi dei documenti parlamentari. Certo, la Meloni ha confermato che l’esecutivo non manderà truppe italiane in territorio ucraino. Una decisione, che tiene conto dei limiti imposti dall’articolo 11 della Costituzione e da una probabile intesa col presidente della Repubblica. Ma è scelta condivisa con la Germania – che al massimo invierà i propri soldati in un Paese di confine, ma non in territorio ucraino – dove l’esecutivo è composto da popolari e socialisti; i quali ultimi – va ricordato a Elly Schlein- con Oscar Pistorius hanno la responsabilità ministeriale della Difesa tedesca. Ma, se la premier si è ritagliata un ruolo specifico tra gli attori europei, è anche vero che il futuro sistema di protezione di Kiev avrà un caposaldo nel meccanismo di solidarietà “inventato” proprio dalla presidente del Consiglio italiana: il ricorso a un simil-articolo 5 del trattato Nato, il quale prevede per le Nazioni aderenti che “un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte “; il che include l’intervento degli Usa.

Difesa l’integrità territoriale della Groenlandia

Secondo dato: Meloni ha firmato senza esitazioni il documento sottoscritto dai maggiori leader europei in favore della sovranità danese e dell’integrità territoriale della Groenlandia; in conferenza stampa la premier ha tagliato corto: non condividerebbe un ipotetico intervento “manu militari” – ad oggi poco realistico – di Trump per acquisire l’isola che è parte del Continente americano, secondo la discutibile visione di Donald. Il quale, comunque, solleva una seria questione geo-strategica: il pullulare di navi e sottomarini russi e cinesi nell’area artica. Un problema che forse la Nato e la stessa Ue avevano sottovalutato.

Mercosur: Meloni è stata decisiva, Macron ha votato contro

Terza prova di lealtà europeista di Meloni: la firma del trattato Mercosur. I critici avevano scommesso che, pressato dalle organizzazioni agricole, l’esecutivo non avrebbe mai dato l’assenso al mercato comune che unisce l’Europa ad Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay: è la più grande area di libero scambio al mondo, con più di 700 milioni di consumatori. Invece la Meloni, anche a costo di pagare un prezzo in termini di consenso, ha dato il via libera in sede Ue, con un voto decisivo per l’approvazione del trattato; Macron, al contrario, si è opposto insieme a Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda. La premier italiana ha ragionato da statista, non da capo-partito: un dato rilevante, specie se incrociato col voto contrario francese; che, in questi giorni, è stato tenuto in ombra dalle opposizioni e da molti media, perché smentisce l’assioma di partenza: il trumpismo e il debole europeismo della Meloni.

La liberazione dei connazionali effetto dell’arresto di Maduro

Quarto punto: l’arresto di Maduro; la Meloni aveva subito critiche per avere giudicato in modo più giustificazionista dei partner europei, l’intervento americano. Ma le dà ragione la liberazione dei cittadini italiani reclusi in carcere a Caracas – in ultimo Alberto Trentini e Mario Burlò – che è l’effetto della messa fuori gioco del dittatore venezuelano e naturalmente del ruolo attivo del governo presso la presidente ad interim Delcy Rodriguez la quale è stata ringraziata ufficialmente dal nostro capo del governo. Un “riconoscimento” che, probabilmente, faceva parte della trattativa per giungere alla liberazione dei nostri connazionali. Forte di questi elementi, si conferma il realismo abile e intanto premia la postura strategica della premier italiana e del suo governo.

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di Carmelo Briguglio - 13 Gennaio 2026