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Egemonia culturale, la destra con Meloni vince il duello

Contropiede

Egemonia culturale? La destra conquista i ceti pop: ed è uno choc per la sinistra chic

Politica - di Carmelo Briguglio - 26 Gennaio 2026 alle 14:16

Il duello per l’egemonia alla fine la destra l’ha vinto. Sulla “rive droite” gli intellettuali d’area da decine di anni si scervellano, dibattono, persino litigano alla cerca della via che porta al sospirato «dominio intellettuale e morale» teorizzato da Gramsci: al «consenso delle classi subalterne, facendole aderire alla propria visione del mondo attraverso la cultura (scuola, media, istituzioni)».

L’egemonia sociale meglio della dibattuta egemonia culturale

E invece, arrivata alla guida del governo, la destra si trova in mano l’egemonia sociale; la quale, in verità, ha poco a che fare con piani di conquista e strategie culturali ipotizzate in dozzine di convegni, riviste e assemblee; ha invece tutto a che fare con la praxis di governo, con le priorità che Giorgia Meloni sì è data e ha messo davanti a sé e al suo esecutivo. Ha molto a che spartire con interventi “sociali” e riduzione di tasse a famiglie, a ceti pop e middle class; e con le tosature soft, anche un po’ spot, di banche e assicurazioni messe nelle leggi di bilancio. Così FdI, partito stabilmente maggioritario nei sondaggi, lo è diventato più di altrove nelle fasce basse e medio-basse.

Youtrend: il primato di FdI nei ceti medio-bassi è quello del Pd nelle classi top

È il risultato che ci offre la ricerca di Youtrend – l’istituto di Lorenzo Pregliasco – per il Sole 24 ore; la quale mette in vetta un dato politico, non del tutto inaspettato, ma rumoroso nell’evidenza che gli da lo studio: «Se oggi votassero solo gli italiani meno abbienti, Giorgia Meloni avrebbe una super maggioranza con qualsiasi legge elettorale». E ciò perché il partito della premier, accreditato del 30% dei consensi dalla supermedia, sale al 31,1% nella fascia più bassa e al 31,9% in quella medio-bassa, riducendosi di oltre 3 punti nelle fasce medio-alta (28%) e alta (27,4%). Canone inverso invece per il Pd: 12,1% nella fascia bassa, 22,2% nella medio-bassa e 26,4% nella medio-alta, fino a toccare la cima dei suoi elettori con la classe alta, 29,5%. Neppure il partito di Conte si avvicina al primato dei meloniani.

Egemonia culturale e sociale, la fine delle alleanze di cui ha fruito la sinistra

Non dico che siamo al male terminale della sinistra, ma è forse un punto di caduta del suo cammino nel dopoguerra italiano. È sicuramente la fine fotografata delle alleanze sociali della gauche e della sua rappresentanza a cui eravamo abituati, in verità sempre meno. Numeri che hanno anche un retrogusto antropologico; in fondo la griglia di Pregliasco riflette l’appartenenza di classe, inclusiva dell’estetica, delle due leadership: Meloni è sentita dai ceti medi e bassi come leader vicina. Una di loro. Lo stesso vale per Elly Schlein nelle classi top, dalle quali proviene e da cui non ce l’ha fatta ad evadere: un elemento choc, ma vissuto e visibile, che si sovrappone a quello statistico.

Il dato sociale anticipa quello elettorale

È il paradosso di un tempo che si è rovesciato nella nostra contemporaneità politica: è la nuova normalità che la “politique politicienne” e il discorso pubblico faticano a registrare. E non lo fa soprattutto questa nostra sinistra a cui molti attaccano un abrasivo “chic”. Tra un anno e mezzo si vota, e c’è pure l’antipasto del referendum sulla Giustizia: se il dato sociale precede quello elettorale, il polo progressista ha di che preoccuparsi. Molto.

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di Carmelo Briguglio - 26 Gennaio 2026