Censura travestita
Dalle Ue le linee guida sul lessico woke pagate dai cittadini: vietato dire “uomo”, “donna”, “patria”. FdI: queste follie hanno stufato
“È l’apoteosi dell’ideologia woke travestita da istituzione. Come denuncia l’amico Francesco Giubilei sul Giornale, un documento impone ai Paesi che vogliono entrare nell’Ue di abbandonare termini come “marito e moglie”, “padre e madre”, “signori e signore”, “patria”. Obbligatorio, insomma, il lessico woke, con tanto di benedizione delle Nazioni Unite. E con un progetto costato 1,5 milioni di euro, il “Gender Equality Facility”, pagato naturalmente dai cittadini europei. Queste follie hanno stufato”. Così su Instagram Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI-Ecr al Parlamento europeo. Parole che riassumono brevemente tutto quello che c’è da dire sull’argomento.
Dalle Ue 1,5 milioni per censurare i termini marito, moglie, patria
Siamo davanti all’ennesimo delirio in salsa gender. Il caso è presto detto: esiste un documento dal titolo “Linee guida per l’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività” finanziato dall’Unione europea per i nuovi stati membri in cui si vietano l’utilizzo di alcuni termini giudicati, evidentemente, poco ‘inclusivi’. Il tutto pagato con i soldi dei contribuenti europei, of course. Spulciando nel testo si trovano chicche agghiaccianti. Vietato dire “signora o signorina” meglio usare solo il nome e il cognome, evitare “maschile e femminile” perché “definiscono una distinzione biologica” così come “fidanzato o fidanzata, marito o moglie” da sostituire con un generico “partner”. E ancora, non si possono usare le parole “padre e madre” e nemmeno “patria” sostituendola con “terra di nascita”, così come “lingua madre” con “lingua nativa”. Da evitare anche i pronomi “lui o lei”, meglio usare la forma plurale “per garantire l’incisività di genere”.
Il programma Gender Equality Facility per diffondere l’ideologia woke
La cabina di regia è il programma Gender Equality Facility, un’iniziativa guidata da Un Women per i paesi candidati all’adesione all’Ue. Una sorta di vademecum che fornisce “supporto tecnico e capacity building ai governi per integrare la parità di genere nelle leggi, nelle politiche e nella pubblica amministrazione”, si legge, “in linea con gli standard dell’Ue al fine di raggiungere l’equità socioeconomica e il buon governo”. Capito? Il buongoverno passa attraverso la lingua che esclude dal proprio vocabolario termini antichi e pericolosi come patria, uomo, donna. Il programma in questione “comprende la formazione dei funzionari pubblici, l’analisi della legislazione e l’integrazione della dimensione di genere nei processi di adesione all’Ue e nei finanziamenti”. Tra i requisiti necessari all’adesione c’è appunto il linguaggio che viene normato in documenti come le “Linee guida per l’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività”.
FdI e Lega: queste follie hanno stufato
Immediata la reazione del centrodestra. Dopo Fratelli d’Italia è intervenuta anche la Lega con l’europarlamentare Isabella Tovaglieri al grido di “basta wokismo!”. L’ideologia woke e il politicamente corretto – commenta l’esponente del Carroccio – vogliono cancellare il nostro linguaggio, la nostra storia e le nostre tradizioni. Aderire all’ideologia woke come condizione per entrare in Ue è assolutamente inaccettabile. Vergogna!”. Sulle stesse posizioni perfino Italia Viva. “La notizia preoccupa certo per il rispetto della libertà di espressione. Ma resto scioccata – scrive la capogruppo di Iv al Senato, Raffaella Paita – soprattutto davanti a un fatto evidente: L’Europa è irrilevante nello scacchiere geopolitico, schiacciata da Usa, Russia e Cina e di cosa si preoccupa? Di finanziare documenti che scambiano la censura con l’inclusività”.