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Dalle Ue le linee guida sul lessico woke pagate dai cittadini: vietato dire “uomo”, “donna”, “patria”. FdI: queste follie hanno stufato

Censura travestita

Dalle Ue le linee guida sul lessico woke pagate dai cittadini: vietato dire “uomo”, “donna”, “patria”. FdI: queste follie hanno stufato

Politica - di Alessandra Danieli - 17 Gennaio 2026 alle 18:25

“È l’apoteosi dell’ideologia woke travestita da istituzione. Come denuncia l’amico Francesco Giubilei sul Giornale, un documento impone ai Paesi che vogliono entrare nell’Ue di abbandonare termini come “marito e moglie”, “padre e madre”, “signori e signore”, “patria”. Obbligatorio, insomma, il lessico woke, con tanto di benedizione delle Nazioni Unite. E con un progetto costato 1,5 milioni di euro, il “Gender Equality Facility”, pagato naturalmente dai cittadini europei. Queste follie hanno stufato”. Così su Instagram Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI-Ecr al Parlamento europeo. Parole che riassumono brevemente tutto quello che c’è da dire sull’argomento.

Dalle Ue 1,5 milioni per censurare i termini marito, moglie, patria

Siamo davanti all’ennesimo delirio in salsa gender. Il caso è presto detto: esiste un documento dal titolo “Linee guida per l’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività” finanziato dall’Unione europea per i nuovi stati membri in cui si vietano l’utilizzo di alcuni termini giudicati, evidentemente, poco ‘inclusivi’. Il tutto pagato con i soldi dei contribuenti europei, of course. Spulciando nel testo si trovano chicche agghiaccianti. Vietato dire “signora o signorina” meglio usare solo il nome e il cognome, evitare “maschile e femminile” perché “definiscono una distinzione biologica” così come “fidanzato o fidanzata, marito o moglie” da sostituire con un generico “partner”. E ancora, non si possono usare le parole “padre e madre” e nemmeno “patria” sostituendola con “terra di nascita”, così come “lingua madre” con “lingua nativa”. Da evitare anche i pronomi “lui o lei”, meglio usare la forma plurale “per garantire l’incisività di genere”.

Il programma Gender Equality Facility per diffondere l’ideologia woke

La cabina di regia è il programma Gender Equality Facility, un’iniziativa guidata da Un Women per i paesi candidati all’adesione all’Ue. Una sorta di vademecum che fornisce “supporto tecnico e capacity building ai governi per integrare la parità di genere nelle leggi, nelle politiche e nella pubblica amministrazione”, si legge, “in linea con gli standard dell’Ue al fine di raggiungere l’equità socioeconomica e il buon governo”. Capito? Il buongoverno passa attraverso la lingua che esclude dal proprio vocabolario termini antichi e pericolosi come patria, uomo, donna. Il programma in questione “comprende la formazione dei funzionari pubblici, l’analisi della legislazione e l’integrazione della dimensione di genere nei processi di adesione all’Ue e nei finanziamenti”. Tra i requisiti necessari all’adesione c’è appunto il linguaggio che viene normato in documenti come le “Linee guida per l’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività”.

FdI e Lega: queste follie hanno stufato

Immediata la reazione del centrodestra. Dopo Fratelli d’Italia è intervenuta anche la Lega con l’europarlamentare Isabella Tovaglieri al grido di “basta wokismo!”. L’ideologia woke e il politicamente corretto – commenta l’esponente del Carroccio – vogliono cancellare il nostro linguaggio, la nostra storia e le nostre tradizioni. Aderire all’ideologia woke come condizione per entrare in Ue è assolutamente inaccettabile. Vergogna!”. Sulle stesse posizioni perfino Italia Viva. “La notizia preoccupa certo per il rispetto della libertà di espressione. Ma resto scioccata – scrive la capogruppo di Iv al Senato, Raffaella Paita –  soprattutto davanti a un fatto evidente: L’Europa è irrilevante nello scacchiere geopolitico, schiacciata da Usa, Russia e Cina e di cosa si preoccupa? Di finanziare documenti che scambiano la censura con l’inclusività”.

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di Alessandra Danieli - 17 Gennaio 2026