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Giorgia Meloni con la premier giapponese Sanae Takaichi

Le parole contano

Da «meraki» a «ganbaru»: così il “nuovo dizionario” di Giorgia Meloni abbatte steccati e avvicina le culture

La padronanza delle lingue straniere da parte della premier è cosa nota, ma nelle sue scelte linguistiche c'è qualcosa in più: la capacità di andare oltre la retorica, trasformando il linguaggio in uno strumento concreto per creare empatia, avvicinare le persone e favorire il dialogo. Come confermato dal recente viaggio in Giappone

Politica - di Bianca Elisi - 22 Gennaio 2026 alle 13:07

La dimestichezza di Giorgia Meloni con le lingue straniere non è una scoperta recente. Non solo per formazione, ma anche per passione. Lei stessa ha raccontato più volte di aver imparato l’inglese ascoltando musica, in particolare le canzoni di Michael Jackson. Un dettaglio che, arrivata a Palazzo Chigi, è diventato più di una semplice curiosità.

Nel suo ruolo di premier, la padronanza delle lingue è diventata un vero e proprio tratto distintivo, soprattutto se confrontato con alcune performance del passato (difficile dimenticare il celebre «shish» di Matteo Renzi, diventato tormentone e sfottò). Parlare direttamente agli interlocutori internazionali, senza le lungaggini delle traduzioni simultanee, permette non solo di evitare fraintendimenti, ma anche di costruire maggiore empatia e collaborazione.

Lo si è visto chiaramente nel corso del bilaterale con Donald Trump alla Casa Bianca. Durante le dichiarazioni alla stampa, l’interprete della premier è andata in panne proprio in un passaggio cruciale. Meloni non si è fermata e ha proseguito in inglese, con sicurezza e senza esitazioni. Da quella missione complessa, la leader ha tratto anche uno slogan destinato a diventare manifesto: «Make West great again». Un riarrangiamento del motto reaganiano poi rilanciato da Trump, che si è rivelato efficace. L’appello all’unità occidentale, supportato da un paziente lavoro di mediazione, ha contribuito a riavvicinare le due sponde dell’Atlantico e a scongiurare una guerra commerciale. Un approccio che, anche oggi, alle prese con nuovi scossoni internazionali, resta per la Meloni un elemento guida.

Il caso più recente è stata la missione a Tokyo. Nelle dichiarazioni bilaterali con il primo ministro giapponese, Meloni ha citato una parola particolarmente cara alla cultura giapponese, capace di sintetizzare la filosofia del Sol Levante: «Ganbaru». Come ha spiegato lei stessa, «significa fare più del proprio meglio, cioè ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati». La premier ha sottolineato anche l’onore e la responsabilità di essere, insieme a Sanae Takaichi, le prime due donne a guidare i propri popoli e ha chiarito che l’approccio «ganbaru» rappresenta la chiave «per fare il bene dei nostri popoli e delle nostre Nazioni, che possono di nuovo essere protagoniste».

Nel vocabolario della presidente del Consiglio, del resto, le suggestioni provenienti da altri «mondi» sono sempre state presenti. Come non citare l’ormai celebre e romantico «meraki», termine greco con cui Meloni ha chiarito fin dall’inizio come interpreta il proprio ruolo, vissuto mettendo insieme passione, dedizione e coinvolgimento totale. Una parola che, nell’universo meloniano, convive con il più severo «si vis pacem, para bellum», la locuzione latina utilizzata per spiegare la sua idea di deterrenza. «Non un messaggio bellicista – ha precisato la premier – il senso è che solo una forza militare credibile allontana la guerra». Due chiavi di lettura diverse ma complementari, che raccontano le due anime della presidente: determinata e pragmatica, senza rinunciare a una dimensione intima e identitaria.

Nulla è lasciato al caso, e grande è l’attenzione riservata all’etimologia delle parole. Durante la conferenza stampa di inizio anno 2024, la premier ha spiegato la radice di «rispetto»: «Viene dal latino respicere, guardare nuovamente, guardare in profondità». Al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dove l’Italia è stata ospite d’onore, Meloni ha richiamato il termine latino «cooperari», «lavorare con», precisando: «La vera cooperazione non prevede un soggetto attivo e uno passivo, implica sempre qualcosa che si costruisce insieme». Sono scelte linguistiche precise. Né sterile retorica né vuoti formalismi, ma strumenti concreti per creare empatia, avvicinare le persone e favorire il dialogo.

E per chi volesse una conferma tangibile dell’effetto «ganbaru», basta osservare l’abbraccio affettuoso e spontaneo con cui il primo ministro nipponico ha salutato l’omologa italiana, “rompendo” un protocollo notoriamente rigido. Un gesto tutt’altro che scontato, in una Nazione dove dove nemmeno la stretta di mano è abituale. Ma si sa, con Giorgia Meloni anche l’impossibile diventa possibile.

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di Bianca Elisi - 22 Gennaio 2026