Corpo liberato. Dall'ideologia
BigMama dimagrita è un’ottima notizia: è la conferma che il woke è in declino su tutta la linea
Per anni la "body positivity" è stata un dogma culturale contro cui nessuno poteva esprimere obiezioni, anche se si trattava di salute. Poi, via via, tutte le sue icone hanno iniziato a dimagrire e s'è capito che la realtà alla fine prende sempre il sopravvento
«Movimento sociale che promuove l’accettazione di tutti gli aspetti fisici, indipendentemente da come la società e la cultura popolare vedono la forma, le dimensioni e l’aspetto ideali»: è questa la definizione che Wikipedia dà di «body positivity», evoluzione del «fat acceptance
movement» con cui, negli ultimi anni, sulla scorta dell’idea che gli standard di bellezza siano solo un costrutto sociale, si è criminalizzata ogni forma di critica nei confronti dell’obesità, financo quelle riguardanti i rischi per la salute.
La “body positivity” come dogma sociale
Da almeno un lustro, la body positivity è stata elevata a dogma culturale. Un credo laico imposto come verità morale indiscutibile, veicolato da influencer, cantanti, attrici e testimonial che, con toni spesso accusatori, hanno insegnato al pubblico che ogni corpo è bello, che la magrezza è un costrutto oppressivo, che la salute è una categoria “violenta”, e che aspirare a un ideale fisico è una forma di discriminazione.
Di recente, però, qualcosa di imprevedibile è accaduto: molti di quei volti-simbolo della body positivity — in Italia come all’estero — sono dimagriti, e non di poco.
Da Adele a BigMama, il percorso delle icone del “corpo liberato”
Improvvisamente, il corpo “liberato” ha assunto una forma molto simile a quella che per anni era stata demonizzata. Il caso di BigMama, in Italia, è emblematico. Celebrata come icona anti-bodyshaming, portabandiera di un’estetica “altra”, di recente si è mostrata visibilmente dimagrita. Legittimo, sacrosanto. Il problema non è il dimagrimento. Il problema è il prima. Il problema è la narrazione ideologica che ha accompagnato il suo percorso pubblico: l’idea che la ricerca della forma fisica fosse una resa al sistema, che l’esortazione a perdere peso, soprattutto per ragioni di salute, fosse una forma di violenza, che il disagio non andasse affrontato ma normalizzato, anzi celebrato.
All’estero lo schema si ripete. Adele, Rebel Wilson, Lizzo – quest’ultima dopo anni di militanza aggressiva contro ogni standard estetico tradizionale – hanno intrapreso percorsi di dimagrimento importanti. E improvvisamente la retorica cambia: non più “ogni corpo è ugualmente sano”, ma “l’ho fatto per me”. Come se quel “me” non fosse mai esistito prima. Qui sta l’ipocrisia.
La linea di confine tra accettazione e irresponsabilità
La body positivity più radicale ha mentito su un punto fondamentale: non tutti i corpi sono ugualmente sani. Non è un’opinione, è un dato medico. La salute non è una costruzione sociale. Il sovrappeso grave comporta rischi reali: cardiovascolari, metabolici, articolari, psicologici. Fingere il contrario non è inclusione, è irresponsabilità. Eppure per anni chiunque osasse ricordarlo veniva accusato di “grassofobia”. Medici messi a tacere, personal trainer demonizzati, modelli estetici criminalizzati. Il risultato? Una generazione confusa, privata di punti di riferimento, a cui è stato detto che migliorarsi equivale a tradirsi. Salvo poi scoprire che anche i sacerdoti di questa ideologia, appena possibile, hanno scelto di migliorarsi.
L’ennesimo baluardo woke che cade sotto i colpi della realtà
E questa scelta, sacrosanta, di lavorare su sé stessi per migliorare il proprio aspetto sta demolendo la narrazione woke per cui bisogna accettarsi così come si è e non bisogna sentirsi in colpa se non si fa abbastanza per migliorarsi. L’idea che ogni spinta a far meglio sia una forma di violenza da tempo costituisce il pretesto per un’intera generazione per smettere di aspirare a qualcosa di più e continuare a sguazzare nel proprio malessere, sull’assunto che di quel malessere sia responsabile il mondo intero, che non comprende, non accetta, non include. Una totale deresponsabilizzazione per le conseguenze delle proprie scelte e delle proprie decisioni che, se all’inizio può apparire come una calda coperta sotto cui rifugiarsi, sul lungo periodo determina conseguenze disastrose.
Che il woke abbia dichiarato guerra alla bellezza è sotto gli occhi di tutti e non è solo un problema di aspetto fisico: l’arte, l’architettura, la musica che fanno riferimento a quel mondo appaiono quantomai lontane dal concetto di bellezza che, per quanto ci si ostini a sostenere il contrario, ha dei canoni oggettivi. Bello è ciò che è in armonia con la natura, perché la natura non mente, non improvvisa, non indulge al capriccio ideologico. Per questo il bello non è arbitrio né pura soggettività: è riconoscimento di un ordine che ci precede e ci supera. I Greci parlavano di kalokagathia: l’unità di bello e buono, di armonia fisica e ordine morale. La bellezza come manifestazione visibile di un ordine interiore.
Il bello eleva lo spirito, richiama l’uomo a uscire dal disordine, dalla casualità, dalla pura pulsione e avvicina a Dio. La battaglia contro la bellezza, dunque, è una guerra culturale. Negare l’esistenza del bello significa negare la trascendenza. Significa dire che non esiste un ordine, una gerarchia, un senso. È una visione profondamente nichilista, che non a caso sfocia in una spiritualità negativa: tutto è uguale, nulla è migliore, nulla vale davvero. Per questo la guerra al bello è, in ultima analisi, una guerra a Dio. Il corpo, però, non mente. La realtà, prima o poi, presenta il conto. E oggi vediamo il ritorno silenzioso della verità: chi può, sceglie la salute. Chi ha i mezzi, sceglie l’armonia. Chi predicava l’accettazione totale, alla fine ha deciso di migliorarsi. Non c’è nulla di male in questo. C’è invece molto di male nell’aver ingannato milioni di persone, soprattutto giovani, convincendole che aspirare al meglio fosse una colpa. La bellezza non è un’ingiustizia. È una chiamata. E come tutte le chiamate autentiche, richiede impegno, disciplina, responsabilità. Tutto ciò che l’ideologia woke detesta.