Fact checking
Allarmi, bufale e contraddizioni del No: Felice Giuffrè analizza il “cosa dice chi” sul referendum. E lo smonta punto per punto
Il giurista e membro laico del Csm aiuta a fare chiarezza sulle tante mistificazioni che arrivano da chi si oppone alla riforma Nordio. Un'analisi argomentata che risponde nel merito alle affermazioni dei vari "testimonial" dell'Anm
Mancano poco meno di due mesi alla data fissata dal governo per la celebrazione del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia e, con l’avvicinarsi del voto, il fronte del no appare sempre più determinato ad avvelenare i pozzi, raccontando agli italiani che esisterebbe un vero e proprio disegno eversivo dell’esecutivo che va scongiurato, fermando a ogni costo l’entrata in vigore della legge Nordio.
In questo surreale scenario in cui, tra complottismi e dietrologie, si parla di tutto fuorché del contenuto della legge di revisione costituzionale, coloro che avversano riforma, totalmente appiattiti sulle posizioni dell’Associazione nazionale magistrati, continuano a disegnare scenari apocalittici, ripetendo ossessivamente affermazioni che vanno dal mistificatorio al palesemente falso, ormai assurte a mantra.
Abbiamo chiesto al professore Felice Giuffrè, ordinario di Diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Catania e componente del Consiglio superiore della magistratura, la sua opinione su alcune dichiarazioni dei maggiori rappresentati del partito del no, che ne riassumono le posizioni.
La riforma è una vendetta contro la magistratura?
«L’obiettivo innanzitutto è punitivo, è un vero e proprio regolamento di conti nei confronti della magistratura» (Antonio Ingroia)
Giuffrè: «Nessun intento punitivo. L’obiettivo della riforma, piuttosto, è tecnico e non certo politico. È un intervento volto ad allineare il nostro ordinamento ai principi delle democrazie liberali, anche con riguardo all’assetto del potere giudiziario. Si tratta di un processo avviato, ma non completato, con la Costituzione del 1948 a causa della resistenza di vecchie concezioni autoritarie. Dopo l’introduzione del processo accusatorio al posto di quello inquisitorio nel 1988 e la successiva revisione dell’articolo 111 della Costituzione del 1999, che oggi disciplina i principi del giusto processo e della parità delle armi tra accusa e difesa, la riforma Nordio completa opportunamente il quadro, distinguendo sul piano costituzionale la magistratura giudicante da quella requirente. Nessun regolamento di conti dunque. Piuttosto, è chiara la volontà di garantire nel modo più pieno le libertà e i diritti dei cittadini che sono alla base della Costituzione democratica».
La riforma non serve perché la separazione delle carriere esiste già?
«Sono contrario alla separazione delle carriere per più motivi. Il primo, e di buon senso, è che c’è già: nell’ultimo periodo lo 0,0036% dei magistrati è diventato pm o viceversa, in una diversa regione» (Nicola Gratteri)
Giuffrè: «La distinzione delle funzioni è cosa diversa dalla separazione delle carriere e sono certo che il procuratore Gratteri lo sa bene. Il fatto che recentemente la legislazione ordinaria abbia reso difficile il passaggio da una funzione ad un’altra conferma la necessità di assicurare che i percorsi professionali dei magistrati giudicanti siano separati e diversificati da quelli dei pubblici ministeri sul piano della disciplina ordinamentale, della formazione professionale e del governo autonomo delle rispettive carriere. Non può essere consentita alcuna commistione tra giudici e pubblici ministeri, posto che sul piano processuale le due categorie sono ormai giustamente distinte. Sull’altro versante della riforma, quello della nomina dei componenti dei Csm, il procuratore Gratteri si è espresso più volte a favore del sorteggio e, peraltro, lo stesso Gratteri sa bene, direi per esperienza diretta, quanto le dinamiche correntizie in passato abbiano inciso sulle carriere dei magistrati e come, invece, proprio la componente laica abbia contribuito in tempi recenti ad impedire il perpetuarsi di certe storture prodotte dal correntismo».
La riforma non serve perché non incide sui tempi della giustizia?
«Non è una riforma delle carriere ma una separazione delle magistrature che non serve ai cittadini. Se non serve a rendere più efficiente la giustizia, allora la domanda è: a cosa serve davvero?» (Debora Serracchiani)
Giuffrè: «La riforma è proprio quello che serve per rafforzare il sistema di garanzie per le libertà e per i diritti dei cittadini secondo gli standard delle nazioni democratiche e liberali. Si punta ad un sistema giudiziario che ponga argini robusti agli errori talvolta indotti dall’eccessiva confidenza tra accusatore e giudice. Non possiamo affidarci fideisticamente alla correttezza del singolo magistrato. Errori come quelli compiuti, ad esempio, in danno di Enzo Tortora sono emblematici e mostrano come sia facile con una decisione superficiale rovinare per sempre l’esistenza di un innocente. Per questo l’ordinamento deve assicurare il massimo delle garanzie per il cittadino e proprio a questo serve la riforma».
La riforma non riguarda la giustizia ma le mire autoritarie del governo?
«Il referendum risponde a una logica totalmente politica di un governo che non solo sulla magistratura, ma anche sull’informazione e sul Parlamento, ha intenzione di modificare radicalmente la nostra Costituzione» (Maurizio Landini)
Giuffrè: «La riforma ha una logica esattamente opposta a quella dei modelli autoritari. Piuttosto, è la carriera unica tra giudici e pubblici ministeri ad avere una chiara derivazione autoritaria. Tale logica si manifestava sino al 1988 nel processo inquisitorio, in cui era il cittadino a dover smontare nel processo una accusa sorretta da prove formate in segreto e al di fuori di ogni contraddittorio con l’accusato. Si trattava spesso di una impresa impossibile. Come già detto, dunque, la riforma Nordio punta ad eliminare dal nostro ordinamento ogni residuo di vecchie concezioni autoritarie tanto nel processo, quanto nella struttura del potere giudiziario. Chi, come Landini, dice una cosa diversa o non conosce la logica dei differenti modelli giudiziari o è in male fede, nel senso che si esprime solo per preconcetti e motivazioni politiche».
Se si possono sorteggiare i membri del Csm, perché non sorteggiare anche i Parlamentari?
«Voi vorreste eleggere il Consiglio dell’ordine degli avvocati, il Consiglio comunale, il Consiglio regionale o qualsiasi altra assemblea che prende decisioni fondamentali per la vita pubblica attraverso uno strumento brutale e pericoloso come il sorteggio?» (Gianrico Carofiglio)
Giuffrè: «Questa obiezione alla riforma tradisce l’errata e pericolosissima rappresentazione che certa magistratura ha di se stessa. Il Consiglio Superiore della Magistratura non è una istituzione rappresentativa, proiezione istituzionale della pretesa vocazione politica di alcune correnti della magistratura associata e dell’Anm. Il Csm, secondo la Costituzione, non ha il compito di formulare indirizzi di politica giudiziaria, né, tantomeno, di contribuire all’indirizzo politico generale. Tali attribuzioni spettano, infatti, a Parlamento e Governo, nonché agli altri corrispondenti organi rappresentativi degli ulteriori livelli di governo della Repubblica (Regioni ed enti locali). Gli ordini degli avvocati sono, inoltre, enti di autonomia funzionale a base associativa e, dunque, hanno una valenza rappresentativa di categoria. Il sorteggio per la scelta dei componenti del Csm è, se vogliamo, una medicina amara, ma in questo momento necessaria per attenuare la già richiamata pericolosa concezione della magistratura come titolare di indirizzi politici alternativi a quelli democraticamente determinati. È, inoltre, lo strumento per assicurare l’indipendenza interna del singolo magistrato dall’influenza determinante delle correnti all’interno dell’organo di governo autonomo».
La riforma realizza il piano eversivo di Licio Gelli?
«Oggi è una giornata storica. Dispiace che non ci siano qui con noi Licio Gelli, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi a festeggiare, perché ha ragione Tajani: si avvera un sogno di Berlusconi e di tutti i piduisti come lui» (Marco Travaglio)
Giuffrè: «Si tratta di un argomento privo di alcun rilievo e direi piuttosto becero. Basta dire che la riduzione del numero dei parlamentari, realizzata con la riforma costituzionale del 2020, era auspicata da Gelli, ma mi pare che Travaglio la abbia sostenuta con forza con il suo giornale».
Il governo nominerà da solo i componenti laici del Csm e dell’Alta corte?
«Al centro della riforma c’è la distruzione del Csm… sdoppiare il Csm lo indebolisce… Il governo potrà dare ordini come in uno Stato autoritario» (Alessandro Barbero)
Giuffrè: «Il collega Barbero, storico e bravo divulgatore televisivo, evidentemente non conosce l’argomento di cui parla e sembra che non abbia nemmeno letto il testo della riforma. Che peccato per uno studioso come lui esporsi in questo modo, senza aver approfondito le questioni trattate sul piano tecnico. I componenti laici dei due Csm saranno estratti a sorte in un paniere di professori di diritto e avvocati votati dal Parlamento in seduta comune. I membri laici dell’Alta corte, invece, saranno in parte sorteggiati con lo stesso sistema e in parte nominati dal Presidente della Repubblica».
La riforma serve a garantire l’impunità ai politici?
«La riforma Nordio sottrae il potere esecutivo al controllo di legalità» (Rocco Maruotti)
Giuffrè: «Anche in questo caso si tratta di una affermazione priva di qualunque riscontro normativo. Direi una vera e propria bufala. Tali affermazioni, se espresse da un magistrato, per di più segretario dell’Associazione nazionale magistrati, nuocciono gravemente alla credibilità di tutta la magistratura. Chi ha certe responsabilità dovrebbe essere attento a non scendere al piano della vuota propaganda politica. La legittimazione del magistrato deriva dalla competenza tecnico-specialistica, ma anche dalla sua credibilità e dalla capacità di essere e apparire imparziale. La realtà, comunque, è che il controllo di legalità non verrà affatto limitato e, piuttosto, sarà esercitato nel quadro di un più efficace sistema di garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini».
La riforma renderà il Pm un super poliziotto?
«Se il pm sarà allontanato dalla cultura della giurisdizione, con la separazione delle carriere, si trasformerà in un avvocato dell’accusa che non raccoglierà più prove anche a favore dell’indagato, come è tenuto a fare adesso in base all’assetto costituzionale e processuale in vigore» (Alessandra Maddalena, vicepresidente Anm)
Giuffrè: «La cultura della giurisdizione è una espressione retorica vuota, come sa bene chi frequenta le aule di giustizia e l’articolo 358 del Codice di procedura penale, che imporrebbe al pm di svolgere accertamento anche a favore della persona accusata, è la norma più largamente e impunemente disapplicata dell’ordinamento. In realtà, nell’ambito di un modello accusatorio, fondato sul principio della parità delle armi tra accusa e difesa, è necessario che tutti i protagonisti delle aule di giustizia – dunque, il giudice, il pubblico ministero e il difensore – abbiano una comune cultura del processo. Occorre, dunque, rispetto delle regole processuali da parte di tutti e consapevolezza del ruolo che la legge assegna a ciascuno».
La riforma renderà il pm succube del potere politico?
«Questa riforma serve soltanto in prospettiva a mettere sotto il tacco del governo di turno i pubblici ministeri» (Giuseppe Conte)
Giuffrè: «La riforma Nordio non intacca affatto il principio di autonomia e indipendenza della magistratura espresso dall’articolo 104 della Costituzione. Piuttosto, occorre sottolineare come tale principio oggi sia pienamente garantito a livello costituzionale solo per la magistratura giudicante, mentre l’articolo 107 della Costituzione affida l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero al legislatore ordinario (cioè alla legge sull’ordinamento giudiziario). Se sarà approvata la riforma, invece, il nuovo articolo 104 la Costituzione garantirà espressamente autonomia e indipendenza tanto alla magistratura giudicante quanto a quella requirente. Sarà, dunque, impossibile per il legislatore ordinario comprimere lo status del pubblico ministero, sottoponendolo al ministro della Giustizia (come avviene, invece, nella maggior parte degli ordinamenti liberali e democratici). Semmai potrebbe essere maggiormente credibile chi paventasse il rischio opposto, sottolineando l’eccessiva indipendenza che deriverebbe con la riforma per il pubblico ministero. Ma anche da questo punto di vista mi sento di escludere ogni rischio perché le regole del giusto processo, già introdotte nell’articolo 111 della Costituzione nel 1999, varranno a bilanciare e limitare eventuali eccessi della magistratura requirente».
Il governo nominerà i membri laici dell’Alta corte e potrà punire i magistrati che non obbediscono al potere esecutivo?
«Tutti i membri laici dell’Alta corte potranno essere scelti dal governo di turno e contro i provvedimenti di quest’Alta corte non è permesso il ricorso per Cassazione» (Cesare Parodi)
Giuffrè: «Altre palesi falsità. La previsione del ricorso per Cassazione è questione che sarà affrontata nella legge ordinaria attuativa delle nuove disposizioni costituzionali, in conformità anche all’articolo 111, VII comma, della Costituzione, come è normale che sia. Quanto alla scelta dei componenti, nessun membro dell’Alta corte sarà nominato dal governo come si può facilmente constatare leggendo la riforma. Piuttosto, nove membri saranno sorteggiati tra i magistrati di legittimità, tre membri laici saranno nominati direttamente dal Presidente della Repubblica e solo tre componenti saranno sorteggiati da un elenco di professori e avvocati votato dal Parlamento in seduta comune all’inizio di ogni legislatura. L’introduzione dell’Alta corte è una scelta necessaria e sacrosanta. Il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari – al contrario di quanto previsto per magistrati amministrativi, contabili e tributari – è ormai giurisdizione piena, proprio a garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza. Non ci può essere, però, un procedimento giurisdizionale senza la previsione di un giudice terzo. È per questo motivo che la funzione disciplinare deve essere sganciata dal Consiglio superiore e affidata ad una Alta corte, anch’essa rivestita dei caratteri dell’autonomia e dell’indipendenza».