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Perché è necessario votare sì al referendum sulla giustizia

Fuori dai denti

Al referendum sulla Giustizia vota e fai votare Sì. Basta guardare il fronte del no per capire che è necessario

La riforma dà una spallata alle correnti e riporta i magistrati nel loro ruolo istituzionale. Serve uno sforzo collettivo per spiegarne le ragioni, contro cui si schierano vecchi arnesi e apparati

Politica - di Ulderico Nisticò - 18 Gennaio 2026 alle 07:00

Racconta Erodoto che i Medi, versando in pessime acque di anarchia, si rivolgevano al giudice Deioce per dirimere le loro questioni… e che (la faccio breve) Deioce da giudice divenne re. Come tutti i miti seri, anche questo è verisimile: in politica, i vuoti si riempiono. Successe ai Medi, successe all’Italia degli anni 1970-80, quando i governi cadevano come foglie d’autunno (erano, letteralmente, balneari!), e la qualità dei parlamentari andava peggiorando di anno in anno.

Dei tre poteri, l’esecutivo e il legislativo erano in evidente crisi e collasso; e non restava che il giudiziario. I giudici allargarono i loro spazi, e non perché intervenissero modifiche istituzionali, ma perché la pubblica opinione mostrò loro quel consenso che i due altri poteri più non riscuotevano. Vennero gli anni Novanta e la stagione di Mani Pulite, e alzi un dito chi allora non si sentì rappresentato dal famoso “pool”… il quale poi in galera non mandò quasi nessuno, e i suoi componenti si dissolsero in politica o a presentare libri a sbadiglianti studenti.

Però, all’ombra di questa vicenda, crollò una classe politica; e dilagò un leggenda metropolitana da Lampedusa al Brennero: che i magistrati, detto in generale, fossero tutti senza macchia e senza paura come Baiardo, e tutti da mane a sera alla pia ricerca del Santo Graal. Poi i fatti mostrarono che i giudici sono esseri umani come voi e me, e che la purezza di un giudice solo perché è giudice, è come dire che tutti i professori di greco e latino conoscono benissimo la metrica, il che posso assicurarvi non rispondere al vero. Nel 2026, alla fine, il grande amore popolare per i giudici fu, come si legge nel Gattopardo, “fuoco di un anno e cenere di trenta”. Ciò non significa che la magistratura sia corrotta, significa prendere atto che i magistrati sono dei funzionari dello Stato e non dei santi ed eroi; e come funzionari hanno precisi doveri prima che diritti.

Per questa ragione dichiaro a chi interessa che all’imminente referendum (andrò alle urne il 23 marzo) io voterò sì. E approfitto dell’occasione per invitare i sodali a organizzare meglio la campagna per il sì, che, a oggi, non mi pare di vedere molto in azione. Lo scopo del sì, per l’eterogenesi dei… no, degli scopi (!!!), è iniziare a ricondurre i magistrati dentro i loro limiti istituzionali: cioè a fare solo i magistrati e non i profeti biblici e i cavalieri della Tavola Rotonda; e a tenersi a casa loro ogni ideologia più o meno utopistica e campata in aria; e, quando indossano la toga, fare i magistrati. È, infatti, assurdo che siano divisi in correnti, e non dico nell’Anm, che è una qualsiasi associazione privata e si può dividere anche per tifoserie, ma nel Consiglio Superiore che è un organo dello Stato. E che ciò avvenga alla luce del sole. Si fa per dire: o all’ombra, come insegna il caso Palamara insabbiato?

L’Anm afferma che i giudici applicano le leggi. Ebbene, è vero. Attenti, è vero alla lettera, e non a caso ho scritto leggi e non legge. Negli anni, c’è stata una proliferazione, un pullulare di leggi e leggine e sentenze e interpretazioni e revisioni… più i commenti giornalistici alla grossa… più i documenti internazionali firmati da governi transitori, e solo per la foto ufficiale; e che però ogni tanto qualche giudice riesuma e se ne giova. L’effetto è che se un giudice trattiene in carcere un reo, lo fa secondo una legge; se un altro libera lo stesso reo con tante scuse, lo fa secondo un’altra legge, entrambe vigenti una all’insaputa dell’altra; o, peggio, secondo la stessa legge, però interpretate ognuno in soggettivo modo. Rinuncio a elencare gli infiniti esempi dettati dalle cronache. Succede così che lo stesso caso possa essere trattato diversamente secondo l’eventuale giudice: è una lotteria? Senza scordare l’ovvio interesse degli avvocati a far uso delle leggi e delle loro reciproche contraddizioni.

Mentre ribadisco la necessità di lavorare per il sì, rifletto sull’esigenza di mettere mano alla legislazione, togliendo, come Giustiniano di Dante, “il troppo e il vano”. Il Codice Penale è del 1930, il Civile è del 1942, e ci avviamo al secolo di vita. Sono stati in parte modificati, però quando il giovincello li compra per studiare Legge, scopre la firma di Vittorio Emanuele III re, e poi imperatore, e non vi dico di chi altro se no a qualcuno viene un coccolone. Molte leggi sono coeve e tuttora in vigore; le valanghe di leggi dannose risalgono al dopoguerra e alla comune mentalità che, di fronte a qualsiasi evenienza, sbotta in “ci vuole una legge”, e subito la legge si fa. Direbbe ancora Dante, “le leggi son, ma chi puon mano ad esse?”, non solo se non si applicano, ma se si applicano male e in modo “creativo”.

Moltissime leggi sono scritte in modo ingarbugliato, e tali da essere accessibili solo agli addetti; il che rende vano il principio più elementare, che è la pubblicità della legge. Roma, madre del Diritto, le affiggeva in bronzo per “tre nundine”, ovvero mercati di un mese. Ed erano di poche e pesatissime parole. Provate oggi a studiare una legge, o una circolare ministeriale o regionale. Bisogna dunque non solo abolire moltissime leggi, ma riscrivere quelle, e poche, che devono restare. Bisogna, chi? Gli antichi “iuris-periti”, e spero ce ne siano tuttora, i quali posseggano i principi filosofici del Diritto; e li traducano in norme semplici e chiare. Se sono chiare e semplici, allora gli operatori – magistrati e avvocati e altri – potranno dire di “applicare la legge”, senza arrampicate sui muri lisci.

Ecco l’effetto non tanto diretto, quanto nelle conseguenze, del sì; e se ne deduce la necessità che il sì, bene organizzato, vinca in modo netto. Molta sopravvissuta Prima repubblica e alcuni di apparato sono per il no: per il sì basta e avanza guardare in faccia gli avversari. Per damnatio memoriae, non faccio nomi.

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di Ulderico Nisticò - 18 Gennaio 2026