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Il Museo della Ddr di Berlino

Tra propaganda e "ostalgie"

Un solo passo tra il salotto e la stanza degli interrogatori: la Germania comunista al Museo della Ddr di Berlino

L'allestimento offre un'esperienza immersiva, che non cela nulla di quella che fu la vita all'ombra del Muro: dal doping somministrato agli atleti ai registratori della Stasi, sotto lo sguardo di Lenin che segue - letteralmente - il visitatore

Cronaca - di Lorenzo Cafarchio - 30 Novembre 2025 alle 07:00

Allucinazioni di un tempo vicino, ma mai forse così lontano. Attraversare le strade fredde di Berlino conduce nei vicoli di una metropoli dove le contraddizioni appaiono ovunque. Ci sono commistioni che arrivano e scompaiono tra una fermata della metro e l’altra. Non esiste una destino berlinese ne esistono infiniti. Quindi costeggiando le rive dello Sprea, proprio davanti alla Cattedrale, scendiamo qualche gradino e andiamo nella direzione della Germania intrappolata tra le spire dell’Unione Sovietica. Ma questa volta solo nel momento di un viaggio tra le stanze di una mostra. Il museo della Ddr è il racconto dal 2006 della vita, della cultura, delle passioni, degli oggetti, degli uomini e delle donne della Repubblica Democratica Tedesca.

Non tanto distante, del resto, superata di 200 metri la porta di Brandeburgo possiamo incrociare il Sowjetisches Ehrenmal, il Memoriale per i soldati sovietici, monumento inaugurato il 7 novembre 1945 in occasione dell’anniversario della Rivoluzione Russa. Voluto per ricordare i combattenti dell’Urss caduti durante la battaglia finale di Berlino nella Seconda Guerra Mondiale. Non è divagazione, ma il racconto di vie e incroci che qui ancora palpitano. «Gloria eterna agli eroi caduti in battaglia con gli invasori fascisti tedeschi per la libertà e l’indipendenza dell’Unione Sovietica», così recita in cirillico la colonna centrale. In uno di quegli scenari, sono decine qui, in cui i teutonici restano intrappolati per troppo senso di colpa. Per una condanna che hanno deciso di infliggersi volontariamente, martoriati da questi dardi, continuando ad avanzare nel silenzio delle loro affrante visioni.

Entrati veniamo catturati dai giocattoli della Ddr. I monitor vicini a ogni attrazione sono programmati anche in italiano e la fruibilità è massima. Prodotti principalmente nella regione di Berlino-Brandeburgo i giochi, nonostante le difficoltà economiche e la minore attrattiva rispetto a quelli occidentali, erano presenti anche in ogni asilo e dal 2012 sono esposti come oggetti di design persino al Museum of Modern Art di New York.

Il tempo di acquistare il biglietto, superare i tornelli dell’ingresso – coi tipici segnali di stop dell’era sovietica cittadina che fu – e l’esposizione è tutta nostra. In principio la mappa per comprendere la spartizione geopolitica della Germania all’indomani del tracollo successivo al secondo conflitto globale. Un Nazione spacchettata tra inglesi, francesi, statunitensi e sovietici. Al centro del blocco rosso Berlino. A sua volta divisa tra gli alleati.

In questo scenario nel 1946 nasce la Sed, ovvero il Partito socialista unificato di Germania – la fusione tra il Partito socialdemocratico e il Partito comunista – che invoca una «via tedesca verso il socialismo». E qui siamo immersi nel suo mausoleo allestito a celebrazione. Svanita nel 1952 la possibilità della riunificazione di queste terre la Sed inasprisce il suo operato, punta sul riarmo dell’esercito e mette nel mirino la Chiesa. Le conseguenze? Molti tedeschi dell’est migrano verso l’ovest e questo doveva essere impedito. Arriva così il 13 agosto 1961 e il Muro di Berlino viene eretto. Nome ufficiale Antifaschistischer Schutzwall, leggasi barriera di difesa antifascista. La costruzione, lunga oltre 150 chilometri, divenne via via invalicabile con la costruzione di una striscia difensiva larga 500 metri e con solo un’area di appena cinque chilometri in cui si poteva passare. Una cupola di vetro da lasciare senza fiato, ben oltre il 9 novembre 1989 quando il Muro è caduto e con esso l’Urss.

Uno dei divertimenti maggiori che genera fila e ammirazione è l’esperienza di guida della Trabant 601, per tutti la Trabi. Aspettiamo che la persona davanti a noi completi il suo giro e si può salire sulla vettura. Il parabrezza è stato programmato per portarci nella Berlino est dei 40 anni in cui la Ddr ha vissuto e palpitato (1949-1989). Basta accelerare e la città sfreccia davanti a noi. Le case, gli incroci, altre macchine parcheggiate c’è tutto. Il comunismo, per qualche minuto, è sotto le nostre ruote.

Poi i generi alimentari della vita quotidiana e le foto dei supermercati e dei negozi, ogni cosa scadenzata maniacalmente. Alle nostre spalle il modellino del Palazzo della Repubblica. Soprannominato il “negozio di lampade di Erich” – Erich Honecker il secondo segretario generale della Sed e della Germania est tra il 1971 e il 18 ottobre 1989 (certo quello del “bacio fraterno socialista” con Leonid Brezhnev, immortalato oggi sui resti del muro) – divenne luogo di cultura e dei caffè riscuotendo, dopo un’iniziale titubanza, l’approvazione dei berlinesi. Attorno a noi alcuni manifesti della propaganda comunista. Foto di donne in festa, disegni, soldati, l’immancabile falce e martello. Non poteva che trionfare, in ogni dove, l’emblema della Repubblica Democratica Tedesca: un martello e un compasso, avvolti da due gambi di segale col tricolore nero, rosso e oro.

Qui quella che chiamano ostalgie, la nostalgia della Ddr, è ai massimi storici. Un termine che fin dal 1993 è stato inserito nel vocabolario tedesco e che racconta la trama della pellicola Good Bye, Lenin! girata nel 2003. Le incertezze del capitalismo e le brutture del liberismo in cui siamo immersi, del resto, lasciano correre la fantasia a un passato spettrale che per qualcuno significa un lavoro sicuro, assistenza da parte dello Stato e inserimento in un ordine sociale. Reminiscenze di gioventù che in tanti rimpiangono, nonostante quello che è stato. Nonostante la lunga mano sovietica disumanizzante. Propaganda dicevamo, in tutti i lati della mostra.

Più avanti c’è anche un cinemino riprodotto con le sedute dell’epoca, mentre un documentario scorre. La stampa poteva mancare? Nella Ddr c’erano 39 quotidiani e oltre 1.700 pubblicazioni periodiche, senza dimenticare la pubblicistica diffusa sottobanco per scappare alla censura e alla retorica sovietica. Possiamo vedere alcune prime pagine del Das Volk, del Berliner Zeitung, del Volksstimme e di molti altri giornali. Tra i ritagli della stampa che appaiono sul totem elettronico leggiamo anche un intervento di Bettino Craxi. Avverso alle politiche del Partito comunista, nel corso degli anni, il leader del Psi ha mantenuto un buon rapporto con l’Unione sovietica e con il blocco dell’est.

Lo sport viene posto al centro. Ci sono anche le pasticche di doping che i medici sportivi somministravano agli atleti. Così il primato sportivo, durante le Olimpiadi invernali ed estive, di questi luoghi è sotto gli occhi di tutti. Compare la foto del calciatore, celebre per il goal vittoria contro la Germania ovest ai Mondiali di calcio del 1974, Jürgen Sparwasser, quella della pattinatrice artistica su ghiaccio Katarina Witt e del saltatore con gli sci Helmut Recknagel.

C’è lo spazio per le vacanze, poche e contingentate, e la passione per il nudismo di queste genti vicino alla riproposizione, con scrivania, dell’ufficio di un dirigente politico. Sopra di noi i quadri di Marx, Engels e Lenin. Mentre ci voltiamo incrociamo lo sguardo del rivoluzionario sovietico. Muove lo sguardo e si lascia andare a un occhiolino, lo schermo fa rivivere il comunismo sepolto dalle sue stesse macerie.

Ci sono cimeli, coccarde, spille, fasce, busti di vario genere e poi c’è lei la limousine svedese. La macchina degli alti dirigenti. La Volvo. Sul retro ampio spazio e un tavolino per poter fare riunioni mentre l’auto viaggiava. Zero perdite di tempo. Infine le stanze di ogni giorno ricostruite minuziosamente. Il soggiorno con l’immancabile Carat, il mobile a tutta parete, la televisione coi programmi dell’epoca e sul divano la possibilità di ascoltare le canzoni che furono e leggere i libri di quegli anni. Lasciamo scorrere la hit di Sonja Schmidt Ein himmelblauer Trabant (Una Trabant azzurra), sembra quasi una festa. La cucina, il bagno e la camera da letto con le usanze dei tedeschi sotto le lenzuola. Ci sono pure gli abiti e uno specchio dove provare, digitalmente, gli outfit per essere un perfetto abitante della Berlino Est degli anni ‘70 e ‘80.

Una festa dicevamo, ma il ritorno agli inferi è già qui. La riproduzione di una cella e di una stanza degli interrogatori ci dona, nonostante l’aria edulcorata, l’essenza finale delle privazioni del comunismo. Ancora una camera, quella del perfetto membro della Stasi, il ministero della sicurezza dello Stato della Ddr. Registratori, archivi e le vite degli altri da spiare. Il tutto con il ritratto di Honecker, fisso e immobile a differenza di Lenin, a fissarci. Il tempo di recuperare fiato e usciamo dal museo. Un’era andata che nonostante la partigianeria di chi vuole vivere senza storia deve essere conservata, perché quello che siamo è anche la somma di tutte le microstorie di quei oltre 16 milioni di tedeschi dell’est. Che ci raccontano la semplice esistenza sotto il tacco del socialismo sovietico. Così va, però cancellarle queste vicende sarebbe l’ennesima molestia insensata verso la storia.

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di Lorenzo Cafarchio - 30 Novembre 2025