Cortocircuito
La lista nera degli “abuser” e gli insulti per tutti: con le chat delle femministe indagate cade la maschera dei nuovi radicalismi
Il caso delle tre attiviste indagate per stalking a Monza sta facendo emergere tutte le contraddizioni del nuovo femminismo e, più in generale, del radicalismo che attraversa certi movimenti. Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene sono finite sotto la lente della procura per la denuncia da parte di un giornalista, A. S., messo nel loro mirino per una banale faccenda di corna: stava con una ragazza, nel frattempo intratteneva una relazione Sabene, poi la fidanzata resta incinta e lui tronca la relazione parallela. Da lì viene bollato come “abuser” e, secondo la sua denuncia, finisce oggetto di comportamenti persecutori, tanto – ha raccontare – da tentare tre volte il suicidio.
Il vaso di pandora delle chat femministe
Ma è stato con la chiusura delle indagini che si è scoperchiato il vaso di pandora: sono state pubblicate chat, una delle quali chiamata “Fascistella”, cariche di insulti per chiunque sostanzialmente la pensasse in un modo che loro ritenevano sbagliato, da Sergio Mattarella (“vecchio di m…”) e Liliana Segre (“vecchia nazi”), per arrivare poi a Michela Murgia (“evadeva il fisco, poi quando si è ammalata santificava il Ssn”), Antonio Scurati (“pezzo di m… depensante”). E più o meno avanti così anche per Paolo Mieli, Roberto Saviano, Carlo Calenda, Fabio Fazio, Selvaggia Lucarelli, Cecilia Sala che “ha dato una svolta alla sua carriera” quando era in carcere a Teheran.
La lista nera di uomini da annientare con la macchina del fango
Dalle indagini è emersa anche una “lista nera” di bersagli, anche loro identificati come “abuser”, da colpire con il metodo del “call out”, sostanzialmente una macchina del fango per annientare la reputazione del malcapitato di turno. In questa lista c’erano, tra gli altri, lo scrittore e attore Cristiano Caccamo, il politico Giuseppe Civati, l’ex parlamentare Dino Giarrusso, il cantante Lodo Guenzi, l’attivista Jacopo Melio, i giornalisti Emilio Mola, Francesco Oggiano e Valerio Nicolosi, lo speaker radiofonico Paolo Noise, il giornalista Francesco Oggiano e altri soggetti.
Un amaro risveglio
Senza entrare nel merito dell’opportunità o meno della pubblicazione di queste chat, che meriterebbe altri ragionamenti, ciò che resta è il dibattito che si è aperto in relazione ai loro contenuti e alla violenza dei loro toni. Cecilia Sala ha commentato dicendo che “ci siamo fatti spiegare i diritti umani da quelli che godono quando l’Iran rapisce una giornalista. E augurano la morte al Presidente della Repubblica italiana perché cita la giornalista nel discorso di Capodanno. Ci siamo fatti spiegare le molestie dagli indagati per stalking. Il body shaming da quelli che non fanno altro. Il femminismo da quelli che descrivono le donne che lavorano come ‘scendi-c..’. E il razzismo da quelli che ‘odio tutti gli ebrei'”.
Anna Paola Concia ha replicato scrivendo: “Carissima mi dispiace molto, ma Vi siete fatti spiegare. E chi contestava le loro tesi è stato messo alla gogna”. Come riportato dal Giornale, per il presidente dei Radicali Italiani Matteo Hallissey, “la verità è che “Fascistella” non rivela nulla di nuovo. Solo l’ovvio: dietro la facciata dell’impegno civile si nasconde spesso la superbia di personalità narcisiste e livorose”.
Ma c’è anche qualcosa in più. Un certo tipo di radicalismo femminista è stato ampiamente coccolato anche da quei settori che oggi, di fronte a quelle chat inorridiscono e avvertono che quelle tre con il femminismo non hanno nulla a che fare. Ma lo scenario di una certa “distrazione” quando non proprio contiguità è esattamente quello che emerge tanto dallo sfogo di Cecilia Sala quanto dalla risposta di Paola Concia, che in fin dei conti non sono in contraddizione tra loro.
Lo slittamento di piani in cui tutto diventa indistinto
Riferisce Giusi Fasano in un articolo sul Corriere della Sera di oggi che nelle chat ci sono parole ricorrenti come “incel”, “gaslighting”, “call out”, “manipolatore” e che la più usata in assoluto è “abuser”, che va in parallelo con “survivor”, vale a dire chi è sopravvissuto all’abuser. Dove “abuser” viene usato anche per il fidanzato infedele, dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta, e survivor per le ragazze tradite. Un criterio molto estensivo per termini che rimandano a un’idea di violenza molto forte e che le animatrici della chat estendono fino a paragonare A. S. a Turetta. Quello che bisognerebbe chiedersi di fronte a questa vicenda è quindi come si sia potuti arrivare a un tale slittamento di piani tanto da paragonare una storia di corna a un femminicidio.
Un problema che non riguarda solo il nuovo femminismo
Certo, una risposta arriva probabilmente per buona parte dalla personalità delle indagate. Ma forse sarebbe un po’ troppo facile risolverla così. Anche perché di meccanismi di slittamento simili di questi tempi se ne vedono tanti, dalla questione palestinese alla “democrazia a rischio”. E guarda caso arrivano tutti dalla parte di chi è sicuro di stare dalla parte giusta della storia (o per lo meno della cronaca) salvo poi essere costretto a frettolose condanne quando, per esempio, i pro-Pal impediscono a Emanuele Fiano di parlare in quanto sionista, dunque contiguo al governo “genocida” di Netanyahu.