Le tentazioni pericolose...
Albanese fa la preziosa, candidarmi in politica? “In tanti me lo hanno chiesto, ma io”… Un gran rifiuto che sa di annuncio
La relatrice Onu confessa in un'intervista al "Corriere della sera" le lusinghe politiche ricevute (e mai sopite?): «Più partiti volevano candidarmi, ma ho sempre rifiutato». E a stretto giro fa pure dietrofront sulle sue parole a Reggio Emilia: «Non lo rifarei»
Rieccoci qua, dopo un brevissimo periodo di rara intercettazione dei radar mediatici e un momento di basso profilo scattato in contemporanea con la tregua a Gaza e i primi passi dell’applicazione del piano di pace israelo-palestinese, Francesca Albanese torna sotto i riflettori. E lo fa da un palco in vista come quello del Corriere della sera. Da dove, dall’alto del suo ruolo di relatrice speciale Onu per la Palestina, l’ultima eroina della sinistra contro il nemico israeliano rompe il silenzio seguito alle accuse degli Stati Uniti, che ne hanno chiesto la rimozione dall’alto scranno internazionale per presunti finanziamenti ricevuti da gruppi di pressione filo-Hamas e le polemiche che ne sono conseguite.
Francesca Albanese, l’intervista ritratto (in chiaro-scuro) al “Corriere della sera”
Dunque, tra rimpianti, errata corrige e piccoli aggiustamenti in corsa, la Albanese si confessa al Corsera: e il tono che oscialla tra il vittimistico e l’accusatorio è l’unico elemento fisso che ritorna in una narrazione giornalistica che punta – e in più di un passaggio – su una sua personale contabilità terminologica condita di un tardivo dietrofront. «Non rifarei quanto accaduto a «Reggio Emilia, sicuramente. Quando ho rivisto quel mio commento, me lo son detta: no, non è proprio da me», ha rimarcato la giurista e relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, riguardo alla polemica con il sindaco della città.
Albanese, dietrofront: «Le mie parole a Reggio Emilia? Non lo rifarei»
Non solo. Nei suoi rapporti – e nell’intervista il dato emerge – la parola “genocidio” ricorre ben 233 volte. Di contro, Hamas è definita terrorista appena 16 volte, e quasi sempre tra virgolette. Una sproporzione che, per una figura che dovrebbe mantenere una equidistanza formale, appare quantomeno discutibile. E un punto su cui la Albanese rimbalza con il solito ping pong dialettico che punta al rimbalzo delle colpe, ammantato finanche di una citazione erudita finale.
La conta dei danni e la cifra della posizione pro-Hamas
«Parlare di Hamas avrebbe alterato la condotta delle operazioni militari di Israele? – pone l’interrogativo chiaramente retorico l’intervistata –. Non c’è dubbio che ci sia stato un attacco terroristico violento, da condannare. Però Israele cosa cavolo fa da 60 anni, nel territorio palestinese occupato? Il mio libro comincia con una frase di Brecht: “Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”». Insomma, quando le si chiede conto di tale singolare bilanciamento, la risposta è un capolavoro di sofismo intellettuale E ancora una volta, il succo è: a buon intenditor, poche parole…
«Più partiti volevano candidarmi ma ho sempre rifiutato»
Parole e numeri, le cifre della posizione bellicosa della Albanese, ribadita anche in quest’ultima intervista. Ma il vero perno della conversazione mediatica, quello che declina il discorso dal piano geopolitico a quello della autocandidatura, è la domanda che tutti si pongono di fronte a tanta e tale veemenza accusatoria anti-Israele: «Non è che si prepara a entrare in politica?». Ed è qui che la sottile arte della negazione (rassicurazione, per chi non ne condivide la linea?) raggiunge il suo apice. «Se avessi voluto accettare una candidatura, l’avrei già fatto anni fa: non è stato mica un solo partito, a chiedermelo»…
Albanese, auto-promozione politica o gran rifiuto?
La risposta è un manuale di “auto-promozione politica” mascherata da disinteressata nonchalanche. Una smentita che risuona anche un po’ come un annuncio. Un “non-voglio, ma potrei”, che pone sottilmente l’accento su quel neanche troppo sottinteso “molti-mi-vogliono”. Una modalità dialettica, quella della funzionaria Onu, per una volta non veemente, che lascerebbe intendere come tra un rapporto e l’altro, la Albanese si ritagli il tempo per far sapere (a chi di dovere) quanto sia contesa dai partiti e che, per i più “sospettosi” almeno, non può non rimandare a un retroterra di ambizione politica tutt’altro che sopita.
Boicottaggio delle università israeliane: una conversione sulla via di Damasco che ha dell’incredibile
Infine, tra un ok al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, nato da una conversione sulla via di Damasco che ha dell’incredibile: dal “sempre contraria” al “fondamentale” in pochi mesi, un altro colpo di scena retorico: «Fino al 2024, sono sempre stata contraria. Invece poi ho capito perché è fondamentale. L’università israeliana è un pilastro della narrazione ed è un motore della macchina della guerra».
Le minacce, le pressioni
Che poi, letto tra le righe, rischia di diventare un’accusa pesante, che non solo delegittima l’intero sistema accademico di uno Stato sovrano. Ma fornisce anche una chiara sponda ideologica a chi chiede l’isolamento culturale d’Israele… E un momento di auto-riferimento che il Corriere mette nell’incipit dell’intervista, alludendo alle minacce virulente e alle pressioni che la Albanese starebbe subendo da qualche mese – «nel 2024, sono cominciate le minacce di morte, lettere in cui dicevano “sappiamo dove vivi”, minacce di stupro verso mia figlia: “Le faremo quel che han fatto alle donne israeliane”», l’intervista non dipinge solo il ritratto di una Special Rapporteur particolarmente zelante nelle sue invettive.
Ma, soprattutto con l’ironico diniego delle lusinghe politiche, quello di una figura che sembra preparare il terreno per una nuova carriera. Magari, una in cui non dovrà più contare i “genocidi” per bilanciare il peso di una singola condanna al terrorismo.