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Melania Vanity Fair

Il femminismo "di moda"

Melania Trump su Vanity Fair? I redattori hanno una crisi isterica e lei se la ride: «Ho cose più importanti da fare»

Rivolta della redazione newyorkese contro l'idea del nuovo direttore globale della rivista di mettere la first lady in copertina. Lei affonda il colpo con eleganza e lascia le polemiche agli altri

Esteri - di Alice Carrazza - 29 Agosto 2025 alle 08:15

«Me ne vado da quella fott*ta porta». No, non è una battuta da sitcom. È la dichiarazione di un editor di Vanity Fair, scoppiato in escandescenze dopo aver appreso che Mark Guiducci, nuovo direttore globale della rivista, ha osato proporre Melania Trump in copertina.

Il culto woke contro la bellezza non allineata

Siamo a New York, ma potremmo essere in un seminario permanente di attivismo progressista. Arcobaleni, slogan, santini di Michelle Obama. E tra tutto questo, il nome Melania fa tremare i più: troppo composta, troppo raffinata, troppo… repubblicana. In breve, troppo tutto per una redazione che della selezione ideologica ha fatto estetica.

Michelle sì, Melania mai: il doppio standard

Michelle Obama su Vogue? Tre volte. Jill Biden? Icona. Melania? “Normalizzazione del fascismo”. Ecco la democrazia selettiva applicata alle copertine. Il pluralismo culturale, quando incrocia una donna di destra, evapora nel moralismo. 

Minacce da corridoio

«Se [Guiducci] mette Melania in copertina, metà dello staff editoriale se ne andrà, garantisco», ha sbottato un redattore. «Piuttosto vado a imbustare la spesa da Trader Joe’s». E forse non sarebbe un cattivo affare, vista la situazione salariale di Condé Nast. Ma altri ridimensionano: «È tutta scena. Alla fine nessuno rinuncerebbe a un posto del genere». In ogni caso, il reato è stato consumato: proporre una donna libera, e per giunta sobria.

Il profilo di una first lady che non si inchina

Melania non si è mai prestata al ruolo assegnato. Non ha mai pianto sui salotti tv, non si è mai dichiarata vittima di alcun sistema, né si è mai fatta portavoce del dolore prêt-à-porter. Ha posato per le riviste prima ancora di entrare alla Casa Bianca, parla cinque lingue, ha promosso leggi contro la pornografia non consensuale, ha lanciato campagne per i minori affidati e fatto appelli per i bambini che muoiono sotto le bombe. Tutto questo, ovviamente, non basta a redimerla: è pur sempre sposata con Donald Trump.

«Non abbiamo alcuna intenzione di normalizzare questo despota e sua moglie; non lo faremo. Noi difendiamo ciò che è giusto», proseguono in forma anonima.

Le parole che irritano la sinistra

E lei? Alla domanda se volesse essere su Vogue, Melania ha risposto: «Guardi, ci sono già stata… Abbiamo cose ben più importanti da fare che apparire sulla copertina di una rivista». E ancora: «Non credo che la vita di qualcuno cambierebbe se io fossi in copertina».

Parole semplici, ma taglienti. Perché mostrano il distacco di chi non cerca legittimazione, e quindi non è ricattabile.

L’offesa dell’eleganza

La first lady rappresenta ciò che certo femminismo contemporaneo detesta: una donna sicura, bella, imperturbabile, che non giustifica mai la propria esistenza. È madre, moglie, credente, elegante. E non chiede perdono per nessuna di queste cose.

Guiducci insomma, appena insediato, ha cercato un rilancio. La scelta “Melania” potrebbe rivelarsi intelligente, anche solo per rompere la monotonia wokista che avvolge la testata di moda. Ma a sentire i giornalisti, la proposta è parsa un tradimento.

La sinistra culturale, oggi, non ama le donne. Ama solo alcune donne: quelle allineato al mainstream. Le altre possono tranquillamente diventare bersagli.

Chi ha davvero bisogno di chi?

Melania non ha bisogno di Vanity Fair. È la rivista ad aver bisogno di Melania. E quindi, come ha raccontato una fonte a lei vicina, giustamente la first lady se la ride.

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di Alice Carrazza - 29 Agosto 2025