Miti. Non studiate Alain Delon, inimitabile (e sempre controcorrente) cuore avventuroso
Panache: termine francese, difficilmente traducibile in italiano, che indica sia prosaicamente il “pennacchio” che ornava gli elmi dei cavalieri medievali. Ossia un comportamento naturalmente elegante, fiero e grandiloquente [avoir du panache].
«Io già recitavo, erano anni che studiavo Alain Delon» cantavano i nostrani Baustelle nel 2003 in una fortunata hit, peccato che i Baustelle si sbagliavano di grosso, perché il panache di Delon non si può studiare né imparare sui testi. Lui stesso, che non ha mai preso una sola lezione di recitazione in vita sua, arrivando nel mondo del cinema per vie traverse e avventurose, avrebbe probabilmente dedicato un sorriso sardonico al culto delle sue doti attoriali.
Tra l’Indocina e Pigalle
Le origini modeste, i primi lavori come apprendista salumiere poi la scelta di prendere il largo, letteralmente, firmando a 17 anni per anticipare il servizio militare nella Marina e partendo, col grado di mozzo radiofonista, per quella Indocina francese allora sconvolta dalla guerra d’indipendenza, le scaramucce con la disciplina militare e il ritorno a Parigi dove frequenta il milieu della piccola malavita, prostitute e papponi di Pigalle, si fa mantenere dalle (numerose) amanti, alcune delle quali sono anche attrici nel fiorente cinema d’Oltralpe e lo presentano ai registi per qualche ingaggio.
Questa fu la scuola del giovane Alain, un curriculum che buona parte degli imbolsiti attori odierni non sperimenterà mai.
Se la parabola artistica di Delon coinciderà con l’età dell’oro del cinema francese e italiano, quegli anni ’60 e ‘70 che vedranno i più grandi registi fargli la corte (Luchino Visconti, Henri Verneuil, Jean-Pierre Melville, Jacques Deray), la sua popolarità sarà dovuta anche alla tempestosa vita amorosa che lo porterà a condividere le lenzuola delle più belle donne di quegli anni: Romy Schneider, Nico, Dalida, Maddly Bamy, Mireille Darc. Ma tutto ciò si rivela ancora insufficiente a spiegare l’immensa fama che ha circondato l’ex mozzo dal sangue corso e occitano in Francia e nel mondo.
Icona controcorrente
L’indole guascona, spavalda e arrogante che lo ha portato negli anni a prendere posizioni impopolari e dirompenti nel piccolo mondo antico dell’élite cinematografica sinistrorsa, ha contribuito a definirne il personaggio per diverse generazioni. Un attore di successo, un modello di stile, che non esita a definirsi “politicamente di destra” era già dirompente, l’amicizia sincera con il vecchio menhir Jean-Marie Le Pen (legati anche dal comune passato militare durante la guerra d’Indocina) gli costerà l’allontanamento dalla presidenza a vita della giuria di Miss Francia e un ostracismo velato di snobismo. La presa di posizione pubblica contro l’abrogazione della pena di morte nel 1981, la sfrontataggine di dichiararsi “patriote avant tout” negli anni del Mitterandismo chic e cosmopolita, fino all’improbabile foto ricordo accanto a Léon Dégrelle durante le riprese di un film in Spagna: Délon in costume di scena di Zorro al fianco dell’esiliato belga, lasceranno di stucco la stampa francese che pochi secondi dopo la sua morte ha brindato al trapasso del “macho reazionario” (come lo definisce oggi Libération).
Le reazioni scomposte e ineleganti di questa sinistra mediatica potrebbero quasi rappresentare l’ultima medaglia sul petto del vecchio avventuriero, che mai si è curato delle nevrosi altrui. Anche questo è il panache.